Off Topic: Andrea Barbagallo

Off Topic è una conversazione che si focalizza su un’unica tematica, tralasciando le opere o le mostre. Lo scopo è quello di raccontare non solo un* artista ma anche l’apparato teorico e l’immaginario che soggiace alla produzione artistica.
Sempre più artist* si impegnano a creare consapevolezza sulle problematiche ambientali, per questo abbiamo parlato con Andrea Barbagallo (Roma, 1994) di plastica. La produzione di Barbagallo combina l’elemento naturale con la tecnologia, analizzando la relazione tra varie forme di vita attraverso l’utilizzo di materiali innovativi come le bioplastiche.


La storia della plastica prende avvio dall’utilizzo e dalla manipolazione di cellulosa, poi l’introduzione di elementi come il petrolio ha creato un distaccamento del materiale dalla natura, rendendolo più solido e durevole, fino all’eternità. Infatti la plastica non può decomporsi, ma solo degradarsi.

Quando spariremo, nessun materiale constaterà appieno la nostra esistenza quanto la plastica. Abbiamo creato qualcosa che non c’era prima dell’umanità. Si parla di un materiale incontrollabile, in quanto non sappiamo cosa comporterà averlo prodotto. Tralasciando la dispersione nell’ambiente, quali sono le conseguenze anche quando viene riciclato al 100%? L’indeterminatezza del risultato di questo prodotto umano può essere filosoficamente rapportato all’arte, in cui l’artista produce oggetti e forme le cui conseguenze sono ignote.

La relazione tra arte e plastica non si esaurisce così ma è presa come soggetto per definire l’emergenza ambientale. Nel documentario A Plastic Ocean, una biologa che studia gli uccelli marini, vivisezionando un esemplare morto, trova al suo interno una quantità di plastica letale per il volatile. La plastica è un elemento che appare indispensabile, utile e comodo.

Per quello ti dicevo che è un materiale non controllabile. Ci sono microplastiche anche nel nostro corpo! In Storia contemporanea in pillole sostengono che ogni settimana ingeriamo il quantitativo di plastica contenuto in una carta di credito. Si pensa che tutto quello che non appartenga al nostro corpo venga espulso e non è così, basti pensare a materiali come il silicone, che si attacca ai tessuti e diventa una poltiglia appiccicosa. Certi elementi chimici rimangono attaccati come un parassita nel nostro corpo. Questi elementi, proprio in virtù di non essere vitali, tolgono vitalità a noi. La plastica vive nella nostra vita in maniera parassitaria, oppure subdolamente, come nei peluche: hanno una consistenza che non ricorda la plastica, eppure sono fatti di quello. Tutto ciò si confonde e si mescola con la nostra vita, quindi perché non si parla di plastica come esistenza serpentina nella nostra società o di una penetrazione virale del nostro essere? Da anni la plastica viene legata a discorsi ambientali, però viene resa impossibile da contestualizzare e da analizzare nelle sue conseguenze. Ad esempio, se in arte viene trattata la plastica come soggetto, nella maggior parte dei casi questa viene ridotta al solo concetto di dannosità ambientale. Questa riduzione comporta così l’annullamento della riflessione sulle altre possibili implicazioni che il materiale ha.

È dentro di noi, fuori di noi, e non ne siamo consapevoli. Ieri ero in macchina; dall’auto davanti alla mia una signora ha lanciato un pacchetto di sigarette dal finestrino, come se quel gesto potesse decretare la sparizione del materiale, la sua uscita dalla nostra esistenza. Invece, una volta gettato, torna sotto altre forme, ad esempio nel cibo, o nella pioggia.

È il materiale più autonomo e indipendente che conosciamo perché una volta creato agisce di per sé: lo puoi mescolare, ricomporre, riciclare ma è sempre lì, non sparisce. È un polimero che non può trovare altre forme di utilizzo, come un lavoratore che cambia lavoro costantemente, rimanendo sempre un lavoratore. Quanto siamo consapevoli degli oggetti e quanto facciamo del loro utilizzo un concetto analitico invece che astratto? In questo senso l’utilizzo delle bioplastiche potrebbe cambiare radicalmente la nostra esistenza perché farebbero pensare a cosa si sta utilizzando, che cosa sia un materiale e come lo stiamo usando. Se utilizzassimo il PLA (acido polilattico), per esempio, ci preoccuperemmo della sua durata e magari non terremmo un bicchiere con dell’acqua dentro per una notte intera. Si ripenserebbe, non solo economicamente ma anche strutturalmente, a come è l’intera esistenza e ogni oggetto avrà un certo tipo di analisi. Nella mia pratica artistica faccio tanta pressione sull’ambiente, nel senso di luogo dove posizionare il lavoro, e indago quali sono i suoi utilizzi perché è il materiale stesso a richiederlo: in base a dove metti la bioplastica, questa si muove. È come se quel materiale si relazionasse con te e ciò che ha intorno. Utilizzare la bioplastica è come curare una pianta.

La plastica però è tutto l’opposto: ti spinge semplicemente a utilizzarla e a disfartene.

Siamo abituati ad avere ergonomia cognitiva perché non dobbiamo realmente pensare a tutto ciò che ci circonda nel mondo. Premiamo un tasto e quello agisce. La bottiglietta d’acqua è proprio l’emblema di questo: ho un bisogno e lo riesco a soddisfare in maniera diretta. La bottiglietta è un dispositivo vitale.



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Si crede che la plastica possa salvare l’umanità. Infatti, nel periodo del lockdown, il guanto e la mascherina sono diventati l’emblema della salvezza, rigorosamente in materiale plastico. Complice il calo del prezzo del petrolio, si è ricominciata a usare plastica vergine perché più economica rispetto a quella riciclata. Stavo leggendo un articolo pubblicato su Internazionale dove si evidenziava il fatto che nel Regno Unito non esiste più il bando per le cannucce. La plastica è come un file che non si riesce a eliminare completamente. Se si pensa come l’utilizzo della plastica sia aumentato esponenzialmente durante la seconda guerra mondiale è lampante che le alternative ci siano e siano percorribili. Per esempio, nel periodo dell’autarchia economica fascista fu sviluppato il Lanital, nuovo tessuto a partire dal latte, che andava anche a sostituire quelle che erano le componenti plastiche negli abiti.

Infatti la plastica è anche negli abiti: ad esempio il pile è una delle principali responsabili dell’inquinamento marino, perché messo in lavatrice libera molte microplastiche che vengono ingerite dagli animali e questo comporta tutta una serie di problematiche. La plastica ha alimentato questo sistema di inconsapevolezza. Con l’avanzamento tecnologico viene distribuita tanta conoscenza ma gli oggetti vengono resi oscuri. Si ha la possibilità di essere informat*, basta accendere il computer, ma sarebbe stupido informarsi sul funzionamento di una bottiglietta d’acqua, quando basta aprirla per bere. La consapevolezza della banalità dell’utilità dell’oggetto porterebbe il capitalismo alla distruzione perché questo comporterebbe la distruzione di quasi qualsiasi oggetto. Nonostante tutto, una persona preferisce acquistare a poco e quando l’oggetto si rompe, buttarlo e riacquistarlo. Torniamo al concetto di ergonomicità. Come nelle relazioni, si preferisce buttarle invece di provare a far funzionare le cose. Ma cosa ti rimane? Ti rimane te stesso. In quest’ottica, se pensiamo a un’ipotesi distopica, anche “te stesso” potrebbe essere buttato per acquistare una versione migliore.

Credo che il l’acquisto compulsivo sia insito nella nostra società, basti vedere l’aumento costante degli acquisti su Amazon durante la pandemia. Come sottolineavi, c’è sì un accumulo, ma nella discarica: acquisti, consumi, e butti anche prima della fine naturale del ciclo di vita di un oggetto.

Conosco tante persone che dicono di avere nell’armadio vestiti che non hanno mai utilizzato, abiti che potranno essere sfruttati in qualche occasione, che non si sa nemmeno se si concretizzerà. Questi sono oggetti in potenza: oggetti fatti e finiti ma di cui non si scorge oggi un utilizzo. Il capitalismo, secondo me, ha creato dei simulacri di potenza, cioè oggetti che di per sé bastano a essere utili ma che non lo sono perché non si vede o sfrutta la loro utilità reale. Il telefono è l’emblema dell’uso in potenza: abbiamo possibilità infinite e non le sfruttiamo, non siamo nemmeno tenuti a farlo. Il sistema impone di non utilizzare completamente un oggetto, consiglia di stufarsi prima perché comunque si distruggerà. Il capitalismo tende a dissolvere l’oggetto o fisicamente, oppure più spesso concettualmente, rendendolo nullo. Se un telefono dura 20 anni, questo significa avere un consumatore bloccato per vent’anni. Se tutti facessero così, saremmo rimasti all’Iphone 2 e il mondo sarebbe comunque andato avanti.

Mi sembra, però, di intravedere la possibilità che il sistema di riciclaggio possa essere capitalizzato. Sulla striscia di Gaza, ma anche in altri posti, l’economia locale si basa sul riciclo di plastica. I bambini locali anziché andare a scuola raccolgono plastica da vendere alle industrie che la lavorano e la rivendono per fare altra plastica. Però il petrolio viene estratto, a prescindere. Quindi si spinge per la produzione di plastica vergine anche se quella già prodotta può bastare a coprire tutti i bisogni effettivi. Ci sono però segnali incoraggianti dalla borsa dove Tesla ha raggiunto valori più alti di Shell.

Anche la finanza è consapevole che questo motore finirà e bisogna sbrigarsi a creare prodotti nuovi. Zara ha creato una campagna grazie alla quale vengono riciclati il 40% dei prodotti per crearne di nuovi. Questo crea un guadagno perché l’azienda dispone così di materiali già pronti. Questo facilita l’acquisto perché il consumatore compra, oltre all’abito, lo status di ecosostenibilità. Sono fiducioso che prima o poi il consumatore sarà consapevole, o sarà indotto al consumo consapevole dalle aziende. Bisogna indurre il capitalismo ad avere nuove fonti di guadagno e ad essere etico proprio per le necessità del cliente. Questo che descriviamo è un mondo utopico perché, comunque, per essere completamente etici dovremmo vivere su un altro mondo.

A cura di Gianluca Gramolazzi


www.andreabarbagallo.net

Instagram: barbagallo__andrea


Caption

The Heaven’s GATE, 2017, detail – Stampe 3D in PLA, PVA, PVC, elementi organici, polvere da sparo, ossido di rame, semi di sesamo, curcuma, acqua, piante in decomposizione, muffa e salnitro – Courtesy the artist

Toro di Falaride, 2016, detail – Contenitore per rifiuti medici, siringhe, acqua, betadine, garze, chicchi di riso non decorticati, semi di Mirabilis jalapa – Courtesy the artist

Termometro utilizzato per l’opera Gloriosus Reaction in costruzione.

My Heart Will Go On, 2019, detail – Stampa 3D in PLA, cavi elettrici, digispark, sensore infrarossi, legno di pioppo, stampa su telo nautico – Installation view, Galleria San Fedele (Milano) – Courtesy the artist

Phyl 174 Lamp, Carpet, 2018. Lampada con inserimenti in PLA, canapa, seta, nylon, esuvie di cicale – Installation view, Casa Novecento (Monza) – Courtesy the artist, ph Alessandra Draghi