L’autoproduzione si fa editoria, a Morsi

Editoria e autoproduzione, fanzine e libri, artigianato e industria. Non per forza si tratta di termini in contraddizione. Dopo il contrasto apparentemente insanabile sviluppatosi lungo tutto il XIX secolo, venne proposta un’integrazione tra arte e produzione in serie dalla scuola Bauhaus, la cui visione utopica comprendeva arte, artigianato e – appunto – industria. L’ideologia democratica e il forte spirito sociale che permeavano quelle idee ritornano nel piccolo laboratorio torinese di Morsi Editore. Senza transigere sulla qualità dei prodotti che cura, più che una casa editrice Morsi ama definirsi un’officina editoriale indipendente. Preferendo tale denominazione, questa giovane realtà ha costruito uno spazio creativo basato sull’artigianalità dove transitano idee e talenti. Invece che accostarsi ai criteri massificati tipici dell’editoria tradizionale, chi entra in Morsi dà vita a un progetto personale che diviene corale. Si parte dall’idea, elaborata in team assorbendo e integrando le idee e le competenze più adatte per arrivare allo stampato finale.

Morsi nasce nella primavera del 2020, dopo sette anni di autoproduzione insieme al collettivo artistico e itinerante Le Rumate, cambiando forma e rinnovandosi nel mese di settembre. Frutto precoce ma già maturo di una collaborazione sorta in ambito universitario è la fanzine Gastrite, in cui irriverenza e politicamente scorretto sono le vere protagoniste. Con l’intento di sollecitare il pensiero critico e divulgare le idee scomode, Gastrite abbatte pregiudizi e fastidi cagionati da ignoranza e disinformazione, e lo fa attraverso il cinismo e la satira.
In Morsi persistono la volontà e il piacere di operare in uno spazio fecondo, dove ci si può esprimere liberamente, fermarsi a lungo o brevemente ma sempre uscendone arricchiti. D’altronde chi lavora in ambito artistico sa bene che «il tutto è più della somma delle singole parti».

È Giulia Pavani, grafica e illustratrice, ad avere l’idea di fondare Morsi a Torino, istituendo uno spazio che accoglie autrici e autori, i cui testi e disegni si fanno strumenti di critica sociale, culturale e artistica. Già dal nome scelto – forte e un po’ aggressivo – questa realtà di micro editoria rende chiara l’intenzione di provocare e distinguersi, affrontando questioni scomode. Vi si pubblica di tutto – fumetti, libri illustrati, leporelli, fanzine e picture book – sfidando certi luoghi comuni che vedono i prodotti di indipendent publishing scarsi in qualità e in un certo senso omologati. Invece è proprio il contrario, creandosi stampati diversi nell’aspetto e nel contenuto ma che portano sempre una storia con sé. Non vi è limite a quello che si può fare con un team nel quale ognuno apporta specifiche competenze e dove il progetto viene costruito e accompagnato in ogni fase assieme a chi l’ha ideato.


Giulia, sin dall’inizio del tuo percorso creativo e lavorativo hai sempre affrontato di petto le convenzioni. Cosa ti sta particolarmente stretto del conformismo?

Desideravo far nascere qualcosa che si ponesse in modo netto al di fuori del classico concetto distributivo. Dall’inizio di un progetto alla sua conclusione sono impiegati molto tempo e lavoro ma, nell’ambito istituzionale, l’attività collettiva – secondo me importantissima – viene in parte e inevitabilmente soffocata. Al contrario, mantenendo e sviluppando le inclinazioni di ognuno in una équipe, è possibile concretizzare qualcosa di originale e con un’anima. In Morsi cerchiamo di generare produzioni più oneste, senza soffocare scelte e libertà individuali, che nel tradizionale processo editoriale si vedono spesso sacrificate. Mi sta troppo stretto un sistema che penalizza la creatività dell’autore e che castra la condivisione di nuove idee. Senza nulla togliere alla qualità di certe opere a larga diffusione, l’editoria convenzionale tende a considerare in termini di massa persone, prodotti e profitti. Mi disgusta questa perdita d’intimità, per questo ho creato Morsi. Chi ci sceglie, sa che difficilmente potrà raggiungere il successo ma senz’altro non perderà mai di vista la sua idea, arricchita anzi da un senso di comunità e dalle abilità del team.

Tu sei grafica, illustratrice e autrice. In un universo dove si smania per esibire il proprio lavoro e raccogliere consensi, a cosa si deve la scelta di pubblicare altre persone?

Tendo a non esibirmi molto. Certamente piace anche a me mostrare i miei lavori e sono felice se vengono apprezzati ma concepisco la mia arte innanzitutto come qualcosa di personale e, prima di condividerla, deve passare attraverso un certo iter. La verità è che amo davvero raccontare storie di altri, una gioia che affonda le radici nella necessità di condividere. Dopo aver fatto parte di un collettivo, gestire idee altrui mi risulta naturale. Indubbiamente può essere un caos: tutti vogliono sostenere il proprio punto di vista e non è sempre semplice convivere in squadra; tuttavia – con la formula giusta – i confronti e gli eventuali contrasti possono tramutarsi in un’inestimabile risorsa. Non importa se non sono io ad aver avuto l’idea, magari non sarò neanche io a disegnarla o a scriverla: lascerò spazio a chi è più indicato a farlo. Quando si frequenta l’Accademia, sovente viene fatto credere che si debba saper fare tutto; in realtà non è così, è più intelligente identificare il miglior talento per svolgere una specifica mansione. Questa parcellizzazione del lavoro, restando sinergici, è qualcosa di magico e importante che dà un valore aggiunto e che permette svolte impensabili. Il graphic journalism “Tre storie per non morire”, pubblicato a maggio, costituisce un bell’esempio di come un lavoro può evolversi e mutare in modo inaspettato.

Con chi lavori in pianta stabile?

Essendo una piccola entità non abbiamo un’ampia redazione e i compiti sono piuttosto permeabili. A ogni modo, oltre a essere la fondatrice, io sono la responsabile. Con me collabora Rossano Dalla Barba, che è attualmente assistente editoriale e mi aiuta a livello pratico, con le spedizioni e le foto; mi “assiste” appunto. Federica Monello è responsabile dell’ufficio stampa e al suo talento dobbiamo gran parte del successo di Morsi. Tra le nuove acquisizioni, la nuova editor Michela Iannella si occupa dei testi (lo ha già fatto per Paper Song vol. 2) e Arianna Lucente cura il rapporto con le librerie. Quest’ultimo è un tassello a cui tengo molto; si può acquistare dalla nostra pagina web ma amiamo collaborare anche con alcune librerie fidelizzate indipendenti.

Sfogliando gli stampati di Morsi ho notato che sono decisamente eterogenei nella forma; d’altro canto i contenuti vertono principalmente su tematiche sociali.

Vogliamo creare progetti artistici e culturali attinenti al mondo dell’editoria militante, sensibilizzando la collettività su vari aspetti del presente. Il nostro interesse è volto primariamente ad argomenti quali: società, arte e cultura, considerando anche la narrativa e i libri illustrati. Lo scopo è affrontare la critica sociale attraverso testi e disegno. La nostra prima pubblicazione è stata Tutto a un tratto, un picture book nato all’ISIA Urbino dalla mano di Andrea Yokurama, un viaggio visivo e testuale che racconta la realizzazione del dipinto Guernica. Ci piace molto la versatilità, possiamo progettare sia un libro di trecento pagine sia un pieghevole a due ante. Per questo collaboriamo volentieri con la stamperia Inchiostro Puro, nostro partner a Torino con cui pubblichiamo quasi tutto. Nel frattempo ci avviciniamo a nuovi metodi di stampa rispetto a quelli da noi già utilizzati, così da includere più tecniche nelle nuove produzioni.

Qualche domanda a raffica. Perché la scelta di porsi à coté dell’editoria ufficiale? Che cosa significa per voi essere “indipendenti”? Ha davvero senso esserlo oggi, in un mondo così globalizzato dove si può editare e stampare con relativa facilità online?

Per “editoria indipendente” intendo la stampa di elaborati svincolata dai circuiti mainstream e dalle alte tirature industriali. A un livello più intimo e filosofico, esserlo palesa il nostro anticonformismo; stiamo combattendo per qualcosa, non si tratta di una presa di posizione superficiale. In linea di massima un’attività di microeditoria parte autofinanziandosi e continua così fino a che giunge inevitabilmente al classico dilemma: proseguire in questo modo o farsi assorbire dal sistema, per esempio distribuendo su Amazon. Se ho fondato Morsi è per aiutare chi non è capace di autoprodursi, costruendo un elaborato CON loro. Emanciparsi dai classici circuiti, restando allo stesso tempo professionisti, è complesso e necessita di costante attenzione per non farsi fagocitare dal consumismo industriale. Ciò non significa che io non apprezzi alcuni prodotti dell’editoria più convenzionale, ad esempio amo Zerocalcare. Noi di Morsi intendiamo comunque mantenere l’attuale condotta, dove predomina il progetto sull’ideatore. Una casa editrice “classica” impronta la vendita in base a prodotto e fama dell’autore; diversamente i nostri prodotti sono molto più intimi, senza nulla togliere alle competenze e alla professionalità di chi vi opera.

Viviamo in un’epoca dove viene naturale cercare consensi in ogni campo, persino nell’autoproduzione. Ciò non comporta il rischio di venire comunque ingoiati – presto o tardi – dai circuiti più gettonati, soprattutto online?

Se si avvia un’attività come la nostra, lo si fa in linea di massima quasi per gioco. Diventando un lavoro, ci si tramuta in imprenditori. Io lo sono e ho delle responsabilità: nei confronti di chi lavora con me, di chi ci sceglie come editori e verso gli stampati che curiamo. Pertanto, nel corso degli anni, sono cresciuta ma quello che succederà in futuro non lo posso sapere. Confido che Morsi possa continuare a evolversi persistendo nell’attuale spirito indipendente; ora come ora non distribuirei mai attraverso il circuito Amazon o negli spazi di Feltrinelli e Mondadori.

Se vi proponessero di seguire un lavoro di cui non condivideste i contenuti, arrivereste a pubblicarlo malgrado tutto a fini economici?

Assolutamente no. Se qualcuno intende pubblicare una sua storia, può comodamente scegliere tra tantissime case editrici; il nostro laboratorio possiede precise caratteristiche che lo dovrebbero rendere interessante a uno specifico target. Morsi è in grado di fornire lo spazio fisico e una comunità di lavoro per concretizzare un’idea in realtà ma restiamo noi a decidere cosa pubblicare. Ciò che viene stampato permane come un segno nel tempo. Se marcare o no questo segno sta a noi; sapere come, anche.

Avete in cantiere qualche progetto particolarmente interessante?

A breve termineremo con le prevendite del secondo volume di PaperSong e abbiamo appena condiviso sui social una collaborazione con Marco Latagliata, un illustratore di Torino che racconterà attraverso le sue opere la mascolinità tossica. L’elaborato sarà stampato dal collettivo di Bologna Enter Press. Oltre a ciò, abbiamo numerosi bozzetti nel cassetto, alcuni pronti e altri da definire meglio. Da novembre ci adopereremo alla stesura di uno script per un fumetto legato al tema della salute mentale e in pentola bolle pure un bel progetto di cartotecnica dedicato ai temi del territorio e del viaggio.

Hai un sogno ancora nel cassetto della stampante? Un argomento o un autore che ti piacerebbe pubblicare?

Mi piacerebbe fare qualcosa in relazione con il cinema e in generale vorrei scoprire talenti nuovi. Ne ho in mente molti con i quali mi piacerebbe avere a che fare ma per ora mi concentro sulle numerose bozze in programma. Per esempio, stiamo già scrivendo la stesura di un soggetto riguardante storie sull’antimafia, una graphic novel corale e complessa che sarà scritta da alcune mani e disegnata da altre; è un progetto che presuppone una ricerca lunga e non potrà terminare molto presto, perciò stiamo prendendo contatti con diverse associazioni. Sono affezionata anche al tema delle carceri e desidero affrontarlo con un linguaggio fresco e fuori dal comune. Posso infine dirti che stiamo ragionando su una divulgazione sessantottina ma è ancora a uno stadio embrionale.

Avete davvero così tante idee che in futuro potreste pubblicare i vostri “RIMORSI”!

È vero. Morsi muterà e cambierà. Si spanderà a macchia d’olio e lo farà con una tale velocità e violenza che a un certo punto faremo persino fatica a capire come è successo. Ma quando accadrà non avrà più alcuna importanza, perché per allora avrò già cambiato nome e cognome! Scherzi a parte, al di là dei principi ideologici che saldamente e gelosamente conservo, Morsi rimane un esercizio commerciale e come tale viene ogni giorno investito dall’ondata di insicurezza e precarietà che tutte le attività – in particolare le piccole e medie imprese – stanno vivendo. Questo, già da subito, mi ha portata a interrogarmi sul futuro – è inevitabile – e a chiedermi: «qual è il vero scopo di Morsi? Quanto di me c’è in questa officina e quanto di essa rimarrà in me?». Per ora una sola cosa è certa: non si tratta semplicemente di una piccola casa editrice ma di uno spazio dedito all’accoglienza e all’ascolto, che vuole creare una comunità militante e attivista politicamente parlando. Perché – per quanto si possa storcere il naso nell’ascoltarlo – ogni gesto, ogni scelta, ogni storia sono politica. I temi che tocchiamo in Morsi (certamente non con delicatezza) sono come un interfono e arrivano dritti al punto restituendo, sotto forma di pagine, idee e pensieri pieni di forza.

A cura di Simone Macciocchi


www.morsieditore.com

Instagram: morsi_editore