I am tired of eating fish. Con questa scritta, che si aggirava stampata sui braccialetti rosa shocking dell’esclusivissimo party di Paola Pivi, si apre la settimana dell’arte milanese. È mercoledì sera, le inaugurazioni di MDC riempiono le ore sotto la madonnina e una buona parte del team che ha allestito le opere della celebre artista italiana non vede l’ora di tornare a casa dopo una notte intera di lavoro. Messe da parte le piume luccicanti, arrivate direttamente dagli U.S.A., l’evento principale di questi intensi e attesissimi giorni resta sempre lui, il Miart. Aperto alla stampa, e ad alcuni collezionisti e artisti, poco prima del mezzogiorno di giovedì, l’evento fieristico non delude le attese. il curatore Alessandro Rabottini (Chieti, 1976) dopo aver collaborato alle precedenti edizioni firmate Vincenzo De Bellis si trova per la prima volta nel ruolo di direttore della fiera d’arte milanese. Le sue parole, apparse su una recentissima intervista a Vogue, danno subito un’idea chiara dei limiti e delle possibilità offerte dall’avvenimento meneghino: “Quando lavori in una fiera, anche se provieni da un’istituzione, ti misuri con un interlocutore principale che è il gallerista. Puoi fornire un input iniziale […] Tuttavia questo suggerimento deve necessariamente combaciare con qualcosa che abbia senso all’interno dell’economia della sua galleria”.

Alessandro Rabottini

Alessandro Rabottini – ph Mark Blower

Girando per gli stand la sensazione è proprio quella, la mediazione è nell’aria, a volte ben riuscita, altre meno. I nomi delle gallerie si susseguono a ranghi serrati e solo la volontà di generare delle apposite sezioni (dal nome obbligatoriamente in inglese) rende l’ambiente vivibile. Le mostre monografiche, le decadi e i duetti fra artisti lasciano l’idea precisa di una volontà critica, di una voglia di esprimersi e raccontare. Meravigliosa la mostra (e qui il termine non è inopportuno) di Lorenzo Viani, classe 1882 come Umberto Boccioni, gigante dell’arte mondiale, incredibilmente trascurato ma lì forte e presente con opere che nulla hanno da invidiare ai lavori dei più celebri artisti delle avanguardie di inizio secolo.
Degna di attenzione la sezione emergent, nella quale venti giovani e selezionatissime gallerie internazionali propongono allestimenti che, nella ristrettezza degli spazi, mantengono un altissimo livello qualitativo. Dalle milanesi Ribot, Loom, Clima fino alla bolognese CAR DRDE (realtà che segue l’interessantissimo David Casini) il tentativo di rappresentare, nella maniera più ampia possibile, il panorama artistico nazionale e non solo pare ottenere i suoi scopi.
Non tutto però sembra funzionare. I grandissimi nomi del mercato italiano inchiodano alle loro pareti opere da museo, anzi lavori che molti musei sognano. Quindi dove si trova il problema? Nella modalità di fruizione. Rischiando l’eresia, parto dal mondo delle televendite. Si vende di tutto in TV e proprio per questo il capolavoro, anche se tale, si perde nel flusso dell’etere. Lo stesso vale in fiera, troppa qualità proposta insieme senza un filo logico o una volontà curatoriale. I bellissimi De Chirico venduti al kg fanno gola solo a collezionisti preparati o alla moda. Non mettiamoci a parlare di White Cube ma certo la differenza fra fiera e mostra resta tanta e tale, forse il mercato supererà le gallerie per diluirsi nelle fiere ma l’arte nasce e si racconta altrove. Non sorprende quindi la mancanza delle tante realtà indipendenti create da artisti e atte alla promozione del loro lavoro e alla realizzazione di momenti espositivi, forse fin troppo attenti alla fase concettuale e comunicativa, dove presentare colleghi di tutto il mondo, giovani operatori estetici da vedere e studiare per comprendere davvero la produzione artistica di questi nostri giorni.

miart 2017

Miart 2017 – visione dall’alto della fiera – courtesy miart

Una fiera ben riuscita, fra le più interessanti degli ultimi anni, che porta Milano a essere, finalmente, una vera capitale europea dell’arte contemporanea, ma il tentativo di renderla qualche cosa più di un evento commerciale non sembra convincere del tutto. Certo i molti eventi sparsi per la città trasmettono l’immagine di una comunità intellettualmente viva e ben inserita nei più avanzati dibattiti culturali, ma come si entra nel cuore del Miart, passate le porte tagliafuoco, la prima e originaria propensione alla vendita invade l’aria, se ne riconosce il profumo sottile e persistente. Nulla di male, qui arte e mercato sono indissolubilmente legate.
E se poi, verso le due di giovedì pomeriggio, fra gli stand, si aggirava un ormai non più uncatchable Maurizio Cattelan in abiti super alla moda, un Maurizio, salutato così da amici e autoproclamatesi tali, non solo artista famosissimo ma anche generoso collezionista, be allora, allora vale tutto!

Marco Roberto Marelli

 

MIART 2017

dal 31 marzo al 2 aprile 2017

FIERAMILANOCITY – Viale Scarampo, Gate 5 – Milano

www.miart.it

 

Marco Roberto Marelli

Storico e critico d’arte si laurea in Arti Visive nel 2012 a Bologna. Nato a Monza nel 1986 lavora come autore e curatore indipendente dopo aver collaborato con prestigiose realtà culturali in Italia e all’estero.