Megazinne, che mega zine!

Il gioco di parole è piuttosto chiaro, Megazinne è una rivista che parla di zinne, ovvero di seni femminili, ideata da Ilena (editor) e Giulia (graphic designer). “Zinna” è un termine di origine longobarda che significa “sporgenza” e da lì all’associazione con il seno il passo è stato relativamente breve. Come altri rilievi corporei, il seno è uno degli elementi sensuali più evidenti nel corpo, un aspetto che – al di là dell’anatomia – determina implicazioni psicologiche profonde e intime. A seconda del contesto, il seno diviene un elemento simbolico e metaforico con significati diversi: accoglienza, nutrimento, affetto, calore materno, sessualità e bellezza, senza trascurare l’arte e il costume. Aspetti simbolici che però non restano privi di condizionamento e che anzi sono capaci di suggestionare la donna nei rapporti con gli altri e con sé stessa. Non tutte hanno un rapporto idilliaco con il proprio seno. C’è chi vorrebbe ingrandirlo, chi ridurlo e chi non ne ama la forma; esiste chi desidera cambiare sesso, non ce l’ha, e lo vorrebbe. Su molte di queste situazioni predomina il sentimento della vergogna, indotto spesso da condizionamenti e pressioni esterne, che possono creare dei complessi. Lo sguardo dell’altrə, che sia di scherno o di sfrontata meraviglia, può inficiare di non poco l’autostima di una donna. Per non parlare dei modelli irrealistici che circolano su riviste, in televisione e online. Gli stereotipi sono duri a morire e soprattutto gli adolescenti vivono una situazione di permanenza e pervasività di atteggiamenti conformisti e convenzionali.


La vostra fanzine è venduta in edizione limitata e a prezzo fisso; in formato digitale dietro una libera donazione. Avete scelto di devolvere interamente i contributi a Lilt Firenze Onlus, un’associazione per la lotta al tumore. Complimenti davvero, l’iniziativa è lodevole.

I proventi derivati dalla vendita di ogni uscita sono stati devoluti a diverse organizzazioni. I ricavati del primo numero sono andati appunto a Lilt Firenze, quelli del secondo a D.I.Re, Donne in rete contro la violenza, mentre il ricavato del terzo a Aidos, Associazione italiana donne per lo sviluppo. In totale, con le tre uscite, abbiamo raccolto più di ventimila euro.

Il primo numero di Megazinne è giocato sul rosa salmone, con un font molto particolare usato per titoli e testi; si tratta del Brice, giusto? È un carattere che richiama molto la cultura pop anni Ottanta. A cosa si devono queste scelte stilistiche?

Le scelte stilistiche e grafiche del magazine sono frutto del concept che lo ha ispirato: parlare di argomenti seri in maniera leggera e con un tono pop, da qui la scelta del font (confermo: è il Brice!), che per l’appunto si rifà ai materiali di consumo degli anni Ottanta. Per quanto riguarda la scelta cromatica, volevamo riappropriarci di un colore stereotipato e a volte considerato frivolo. Così facendo abbiamo cavalcato le comuni aspettative di un magazine che ha come argomento le tette, in maniera che i contenuti potessero poi sorprendere e stridere con l’idea di femminilità stereotipata solitamente associata al rosa.

Free the Nipple è una campagna creata nel 2012 durante la pre-produzione di un film del 2014 dallo stesso titolo. Si tratta di un’iniziativa per denunciare le disparità con cui le donne vengono trattate sui social network. Gli uomini sono liberi di togliersi la maglietta e fotografarsi, senza timore di vedere la loro foto cancellata. Il seno scoperto rimane invece ancora un tabù. Molte donne in tutta Europa, a partire da quelle islandesi, hanno aderito alla campagna per l’uguaglianza di genere postando foto in cui mostrano il seno. È anche vero che si tratta di una parte del corpo fortemente sessualizzata, similmente alle natiche o al pene. Personalmente credo che tutto stia nel modo in cui si fotografano e rappresentano i corpi: in un nudo integrale può non vedersi quasi nulla di erotico, mentre in una pubblicità (anche con i protagonisti vestiti) può esservi anche molta volgarità. Qual è il vostro pensiero al riguardo?

La motivazione di piattaforme come Instagram per giustificare la censura del capezzolo femminile è che, essendo il social attivo in tutto il mondo, deve tenere in considerazione che alcune culture considerano quella protuberanza offensiva. Noi crediamo che sia una scelta ipocrita, in quanto sul social è possibile pubblicare foto – ad esempio – di armi, che potrebbero essere reputate ugualmente offensive da culture in cui non è consentito possederle. Diversi social media, tra cui Instagram, con questa scelta continuano a ipersessualizzare il corpo femminile e a renderlo tabù – fattori che si trovano alla base della rape culture, la cultura dello stupro.

Nella cultura dell’Africa sub-sahariana mostrare il seno è assolutamente normale. Anche in Namibia le donne Himba hanno il seno scoperto nella vita quotidiana e soprattutto nelle feste tradizionali. Tutte le società hanno i loro tabù che dipendono dalla relativa situazione storica e culturale ma quasi ovunque, in occidente, il seno femminile costituisce un veto perché non viene più visto come simbolo di fertilità e maternità ma associato quasi esclusivamente alla sfera sessuale e quindi come qualcosa da nascondere o da esibire a seconda del contesto. L’idea di “normalizzare” la visione del seno femminile – che voi portate avanti e che io condivido – si va a scontrare con un sostrato ormai secolare di erotizzazione e, leggendo i vostri articoli, si tratta di collegamenti che voi ammettete. Secondo voi è possibile far convivere una visione differente del seno femminile con la pulsione sessuale che inevitabilmente porta con sé?

Sì. L’intenzione del magazine non è mai stata quella di desessualizzare completamente le tette; la “carica” sensuale che si portano appresso per motivi quasi ancestrali è innegabile. Ma ci sono diverse parti del corpo alle quali si potrebbe applicare lo stesso ragionamento: per molti i piedi sono una parte estremamente sensuale! Anche il petto maschile ha la sua dose di erotismo. Quando ci si riferisce al seno, però, è importante sottolineare che non si parla di genitali. La differenza è importante e per questo le “pulsioni sessuali” scaturite dalla vista dei seni vanno controllate con un’educazione al rispetto del corpo femminile, che purtroppo nella nostra società ancora non ha ancora messo radici.

Mi è capitato di sentire critiche e scherni anche tra ragazze riguardo al fisico o al seno. Gli stereotipi di genere sono diffusi pure tra gli adolescenti, nonostante la convinzione, più o meno diffusa, che sia necessario il superamento di certi comportamenti tradizionalisti e antiquati, e della forte rigidità dei ruoli di genere. Si tratta di visioni e forzature che coinvolgono inevitabilmente i giovani e moltə di loro tendono a replicare questi schemi. Come si può spezzare il cerchio?

Non siamo esperte di pedagogia, quindi il nostro consiglio può basarsi solo sull’esperienza personale. L’adolescenza è uno dei momenti chiave in cui si scopre il proprio corpo e quello altrui; la critica è anche il risultato del primo vero approccio alla fisicità, in cui ci si percepisce come soggetti sessualizzati. Fare educazione senza ipocrisia e senza tabù, parlare liberamente di corpi e di sesso, con rispetto e consenso, potrebbe essere un ottimo modo per superare gli stereotipi sin dalla giovane età. Una delle barriere più grosse nel dialogo con i giovani è sicuramente il linguaggio, la comunicazione: finché si persiste a parlare di sesso in modo “antico” non si potranno che ottenere risultati “antichi”.

L’impressione che ho avuto leggendo Megazinne è di un insieme interessante e piuttosto eterogeneo di contributi: illustrazioni in diversi stili, fotografie e vari articoli. Avete collaboratori fissi o questi cambiano da numero a numero? Come avete formato il team di lavoro? Accettate nuovi contributi?

Solitamente appena iniziamo a lavorare a un nuovo numero lanciamo una open call sui nostri canali social per eventuali contributi da inserire nella rivista. Questo ci permette di scoprire autori, illustratori, fotografi che magari non conoscevamo e di rendere così la rivista sempre eterogenea, appunto. D’altro canto ci è capitato anche di contattare specifici autori con i quali desideravamo collaborare.

Qualche spoiler sul numero 4 di Megazinne?

Se ne avessimo te li daremmo! 😀

A cura di Simone Macciocchi


www.megazinne.it

Instagram: megazinnerivista