Quando scrivo di me divento sempre complicato, preferisco che parli il lavoro”. Si apre con una battuta la breve conversazione con Maurizio Nannucci, artista italiano fra i maggiori rappresentati dell’arte mondiale, operatore estetico complesso nella sua estrema semplicità di espressione. Molti artisti, dagli anni Settanta a oggi, hanno guardato alla sua ricerca, l’arte a noi contemporanea ne è fortemente debitrice sia per quanto riguarda le soluzioni tecniche adottate sia in riferimento alla liberazione del portato concettuale che si lega e slega in un dialogo continuo che rende attuale un serrato gioco semiotico fra significato e significante.
Aperto all’utilizzo di vari media, l’artista toscano ha eletto a suo principale “mezzo di comunicazione” la scritta realizzata attraverso grandi neon luminosi. Tornato a Milano con una importante esposizione personale presso gli spazi della Galleria Fumagalli, presenta oggi, all’interno della mostra What to see what not to see, realizzazioni che conducono al fulcro principale del suo lavoro, a un fare che non si interessa di perentorie affermazioni ma che utilizzando la reiterazione fra frasi affermati e negative, illuminate dai tre colori primari (più il bianco e il verde), produce uno spazio generativo, delle possibilità di riflessione che aprono alla libertà del pensiero conducendo le parole dalla ricerca di un significato a quella di una suggestione.

Maurizio Nannucci

What to see What not to see – Veduta dell’installazione, Galleria Fumagalli Milano, 2017 – courtesy l’artista e Galleria Fumagalli Milano – ph Antonio Maniscalco

Lorand Hegyi, raccontando l’opera di Nannucci, parla di una “liberazione sovversiva dell’immaginazione radicale”, frase apprezzata dall’artista toscano che, dopo aver precisato la sua appartenenza alla generazione Post-situazionista, ricorda quanto questo pensiero sia stato anche al centro dei moti del 1968 ma “credo non ci siamo riusciti, insomma l’immaginazione non basta. Alcune nazioni hanno saputo strutturare intorno alla cultura un valore aggiunto, in Italia questo non è successo. Qui c’è una qualità di fondo ottima, anche rispetto all’arte prodotta in Germania e in Inghilterra negli ultimi quarant’anni. Io sono per liberare l’immaginazione e per una libera circolazione del lavoro, senza copyright“. Dopo il breve commento il dialogo scivola però subito verso le parole, non poteva essere altrimenti. Nannucci tiene a evidenziare alcuni termini chiave da lui scritti in occasione della mostra: la “sospensione” come ribaltamento del testo, cosa vedere e cosa non vedere; l'”urgenza” da parte di tutti di prendere decisioni perché se non si decide vediamo in che situazione siamo; “scegliere”, conseguentemente e “offrire”, io non posso offrire e nemmeno intendo offrire soluzioni ma solamente “indicare” e “alludere”. Pochi termini che non danno una lettura precisa al pensiero e alle opere ma che generano, come sempre nel fare di Nannucci, un percorso che apre alla ricerca di significati che variano da persona a persona, che esortano poeticamente a non stare fermi nei propri limiti.

Maurizio Nannucci

What to see What not to see – Veduta dell’installazione, Galleria Fumagalli Milano, 2017 – courtesy l’artista e Galleria Fumagalli Milano – ph Antonio Maniscalco

Nato nel 1939 a Firenze, il suo utilizzo del neon rifugge da ogni sapore poverista “io vengo da un discorso concreto, razionale, legato al Bauhaus, legato alla Poesia Concreta e in parte al movimento Fluxus, sempre in riferimento al “liberare l’immaginazione” di cui parlavamo prima. I primi neon sono del 1967, seguono l’uso delle parole nei dattilogrammi del 1964/1965“. Tolto il legame con l’Arte Povera, dalle sue parole traspare poi anche la radicale differenza che esiste fra le sue realizzazioni e quelle dell’artista a cui un’analisi superficiale potrebbe avvicinarlo, Jenny Holzer (Gallipolis, 1950). Al di là di luci e lettere nei Truismi dell’artista americana sono proposte frasi fatte, ovvietà che non necessitano di spiegazioni e che basano il loro portato concettuale su una volontà destrutturante. Siamo nella seconda metà degli anni Settanta e il pensiero di Jacques Derrida è un faro dal quale è difficile sottrarsi.
In Nannucci la Poesia Visiva e ancora viva, nonostante tutto, il sogno di un domani migliore, la voglia di indicare non delle possibilità già scritte ma la necessità di non arrendersi e credere nella bellezza, batte ferocemente dolce. Al centro del suo pensiero è sempre l’uomo, un uomo in relazione con se stesso e con gli altri, un uomo che non deve mai dirsi perso, un’umanità a cui non servono eroi ma concreti sognatori.

Marco Roberto Marelli

 

MAURIZIO NANNUCCI

WHAT TO SEE WHAT NOT TO SEE

4 maggio – 22 luglio 2017

GALLERIA FUMAGALLI – via Bonaventura Cavalieri, 6 – Milano

www.maurizionannucci.it

www.galleriafumagalli.com

Immagine di copertina: What to see What not to see – Veduta dell’installazione, Galleria Fumagalli Milano, 2017 – courtesy l’artista e Galleria Fumagalli Milano – ph Antonio Maniscalco

 

Marco Roberto Marelli

Storico e critico d’arte si laurea in Arti Visive nel 2012 a Bologna. Nato a Monza nel 1986 lavora come autore e curatore indipendente dopo aver collaborato con prestigiose realtà culturali in Italia e all’estero.