Mapping the Studio | Roberto Casti

Mapping the Studio nasce dal piacere di incontrarsi.
La rubrica, a cura di Giorgia Aprosio, racconta l’esperienza di studio visit con artisti under 35 al confine tra narrazione e intervista.


Questo mese ho visitato lo studio di Roberto Casti, artista poliedrico che vive e lavora a Milano. Roberto nasce a Iglesias (SU) nel 1992. Si trasferisce a Milano per studiare all’Accademia di Belle Arti di Brera dove si laurea in culture visuali e pratiche curatoriali.
Il suo lavoro mescola elementi audio, performance, video, installazione, fotografia, scrittura e pittura. Dal 2014, tra gli altri, porta avanti il progetto trans-disciplinare The Boys and Kifer, una band musicale fittizia dalla formazione mutevole, composta da numerosi artisti, musicisti e teorici, attraverso la quale indaga nuovi sistemi comunitari e dinamiche di convivenza. 

Roberto ha collaborato ed esposto in diversi enti, tra cui MAN (Nuoro), il FRAC di Corte (Francia), Marsèlleria (Milano), PAV – Parco Arte Vivente (Torino), OGR – Officine Grandi Riparazioni (Torino). Nel 2023 ha partecipato alla pubblicazione di Soft Crash, libro collettivo prodotto da MACRO, Roma.



Conosco da tempo sia Roberto sia il suo studio. Ho visto entrambi “al naturale” in diverse occasioni.
Al mio arrivo citofono e lui apre il cancello con un sorriso accogliente.
Se mi chiedessero di descrivere Roberto in una sola parola, allora direi che è una persona gentile. Scendiamo in studio e intanto mi chiedo se il fatto che debba scrivere di lui lo irrigidisca un po’.

Si tratta di uno spazio sotterraneo che Roberto condivide con altri artisti.
Ognuno ha la sua postazione e normalmente ci sono materiali ovunque.
Oggi invece sembra tutto ordinato, quasi in maniera artificiosa. Ha sgomberato tutto mettendo più cose possibili nel piccolo ripostiglio alla sinistra dell’ingresso che ora probabilmente starà straripando. 

Ha allestito lo studio con una piccola, vera e propria, mostra personale. Tutto è stato disposto con cura, tanto da farmi sentire lusingata.

Credo che nel rapporto di Roberto con lo spazio ci sia molto di Alberto Garutti, artista di cui è stato assistente per diversi anni. La nostra conversazione comincia proprio da lì.

RC: È interessante come un gruppo di persone differenti, di generazioni molto diverse, si siano riunite attorno al ricordo di Alberto dopo la sua scomparsa. Tra i suoi studenti c’è chi è diventato un artista importante, chi ancora ci prova e chi ha smesso di fare arte. L’elemento comune credo sia proprio l’esperienza di Alberto come insegnante.

GA: È stato scritto molto su Garutti come artista, ma conosco poco di lui come docente. Voi allievi custodite sicuramente una chiave di lettura speciale del suo lavoro, del suo vivere il processo creativo. Parlate di ciò che succedeva nell’aula 1 di Brera come di qualcosa ancora molto vivido, quasi come se quel complesso tessuto di relazioni e il processo di mutua formazione facessero parte della sua stessa opera. D’altronde come diceva? “Il metodo è l’opera”?

RC: Il metodo potrebbe essere considerato l’opera, o comunque parte di essa. D’altronde credo che gli artisti che riescono a essere tali lo siano proprio perché hanno un privilegio e questo privilegio e’ il tempo, il tempo a disposizione per costruire un metodo ma anche per l’improduttività. È un tempo per pensare, per avere un atteggiamento critico verso le cose, trovare la strada, tempo da dedicare alla vita politica e a quella sociale.

GA: E per te la produzione artistica avviene anche in questi momenti, tanto quanto in quelli del fare.

RC: Sì, forse anche perché l’arte sta sempre in bilico: è sia una cosa inutile, ma anche qualcosa che si cerca a tutti i costi di valutare. C’è una forte tendenza a voler oggettivizzare le opere, sia da un punto di vista formale sia per quanto riguarda il loro valore. Lavorare con performance e suono sicuramente in questo senso non aiuta. Ho bisogno del tempo sia per far sì che le cose attorno a me accadano sia per farle accadere. In questo senso il periodo di lockdown, con tutte le costrizioni, si è rivelato inaspettatamente illuminante. Produttivamente per me è stato un periodo particolarmente fortunato.

The Outsider (2020) è una serie di lavori nata da tracce che Roberto ha registrato proprio in questo periodo.

RC: Faccio spesso registrazioni all’esterno, registrazioni ambientali che poi utilizzo per realizzare i miei lavori. In quel periodo ovviamente non potendo andare altrove le facevo attorno a casa. Una volta rientrato le utilizzavo per comporre improvvisazioni musicali. The Outsider nasce quindi dall’incontro tra esterno e interno, due sfere che cerchiamo di separare e definire per contrapposizione, ma che in realtà si compenetrano e completano a vicenda.

The Outsider si compone di diversi capitoli, ognuno installato in maniera diversa. Fotografia, suono e superfici riflettenti si alternano in ciascuno articolando la complessità del circuito spazio temporale dell’opera.

RC: Li sto ancora producendo. Ora sono a due di cinque. Il secondo, per esempio, ha come soggetto una fotografia notturna montata su un Lightbox di vetro specchiante. Di notte accendo il Lightbox, in questo modo il riflesso del vetro si annulla e rimane solo la fotografia. Di giorno invece mi piace tenerlo spento, in modo che i contorni dell’immagine si fondano con il nero del passe-partout immergendo la scena in una cornice buia che riflette l’immagine dello spettatore.

Qualcosa in questo lavoro ricorda Che cosa succede nelle stanze quando le persone se ne vanno?, l’opera in cui Garutti presenta nello spazio espositivo comuni elementi di arredo dipinti con uno smalto fosforescente che, una volta spente le luci alla chiusura dello spazio, si illuminano.

In fondo alla sala, su un tavolo di fortuna, Roberto ha esposto Noi Siamo qui (Sottofondo) (2022) modellino in scala 1:20 dell’omonimo Sottofondo Studio, spazio indipendente di Arezzo che ha ospitato la sua mostra personale a cura di Ilaria Leonetti nel 2022. La struttura è realizzata in plexiglass, al suo interno sono raccolti polvere, detriti, scarti di ogni genere.

RC: Mi piace chiamarlo “dispositivo di consapevolezza spazio temporale”. Noi Siamo qui è un oggetto che mette in relazione con un preciso tempo e un preciso spazio, e’ stato creato in occasione di quella mostra, esposto in quello spazio e si compone di parti dello stesso Sottofondo. 

GA: Mi sembra di capire raccolga letteralmente tutto ciò che avete tolto dallo spazio espositivo per far sì che potesse accogliere la tua mostra. 

RC: Si, il modellino faceva parte della mostra stessa, ne rappresentava in qualche modo il perno.

GA: È come se il modellino rappresentasse un contro-spazio, dove è lecito sopravvivano tutte quelle cose, o meglio, dove tutte quelle cose sono la mostra stessa.

RC: Esattamente, l’opera vuole minare la nostra idea di perfezione dello spazio espositivo così come quella legata allo spazio abitativo. Questo mette in discussione il nostro pensare all’abitabilità dei luoghi con accezione antropocentrica.

GA: Ma l’uomo qui è ben presente nella sua assenza, i detriti sono ciò che esso stesso produce, una traccia di sé che è  abituato a eliminare. Tra gli altri infatti vedo anche un filo verde, che è un po’ la tua traccia.

RC: In realtà quello è un filo di una scopa che usavano i ragazzi dello spazio per pulire [RIDE], però è una coincidenza molto bella.

Ciò che abbiamo dimenticato ancora qui (2022) è un lavoro realizzato per la mostra a Bastione, uno spazio gestito da un collettivo di artisti che adesso ha sede a Villa Rey sulle colline di Torino e che funziona in maniera molto simile.

RC: Dovevo fare un lavoro per la loro vecchia sede, che era un edificio occupato alla cavallerizza reale. Avevo iniziato a lavorarci prima della pandemia, ma poi tutto è precipitato e l’evento non si fece e loro si spostarono. Allora raccolsi tutta la polvere del luogo, ma anche ceneri, terra e altri scarti, registrai i suoni del circondato e li portai nella nuova sede. Il lavoro si basa sull’idea di inaccessibilità di un luogo che era stato e che ora non è più tale, una rovina contemporanea. Quando andammo a recuperare la polvere nell’edificio scattai anche le foto che poi sono diventate lavori aggiungendo nell’interstizio tra vetro e stampa proprio gli scarti recuperati da quello stesso spazio ritratto.

GA: Come hai fissato la polvere?

RC: La polvere è fissata al vetro con della “missione ad acqua”, una colla solitamente utilizzata per la foglia d’oro che qui invece ho scelto per incollare scarti.
Mi affascinano molto gli scarti, stanno attorno a noi nonostante i nostri sforzi per allontanarli e tante volte nemmeno ce ne accorgiamo. Come nel momento in cui ti guardi allo specchio, controluce, e ti accorgi di tutti quei granelli di polvere che ti orbitano costantemente attorno. Siamo abituati a lottare con lo scarto, nasconderlo a tutti i costi, ma è ovunque.

Si sposta nello spazio, accompagnandomi verso l’ultima delle sue opere, ancora in fase di realizzazione.

RC: Anche l’assenza di controllo mi affascina molto. Negli anni ho iniziato a pensarla come una forma di collaborazione spontanea e inevitabile. Mi sono accorto che ci sono una serie di imprevisti e di elementi esterni che contribuiscono attivamente alla realizzazione dell’opera. Penso sia responsabilità dell’artista ascoltarli, dargli spazio, perché no metterli in risalto. Significa mettere in luce ciò che non viene visto di solito.

Si tratta di una tela bianca coperta di cementite. La superficie della tela è irregolare, tanto simile alla texture dell’intonaco del muro da confondersi con questa. Opera e studio creano in qualche modo un continuum. Avvicinandosi si notano invece segni sottili realizzati a grafite, che Roberto chiama “arie”.

RC:  Il suono è un sotto testo dell’aria. Faccio questi segni qui in studio, mentre ascolto i rumori che vengono fuori dalla finestra. I segni sono la traduzione di un suono, anzi di quel suono, sentito da me in quel preciso momento e tradotti in segno grafico. 

Ce ne sono di più intensi e di appena accennati, di lunghi e di corti. Da lontano la tela sembra completamente bianca, da vicino invece svela la sua complessità. 

RC: Mi ricorda 4.33 di John Cage, una composizione fatta di silenzio, fatta di rumori dell’attesa, del pubblico, che nel mio caso sono i passanti. Non so se questa sarà la sua forma finale, sto sperimentando lo stesso lavoro di trascrizione con altre tecniche e su altre superfici. Stiamo a vedere.

A cura di Giorgia Aprosio


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