Mapping the Studio | Martina Rota

Mapping the Studio nasce dal piacere di incontrarsi.
La rubrica, a cura di Giorgia Aprosio, racconta l’esperienza di studio visit con artisti under 35 al confine tra narrazione e intervista.


Per il terzo articolo della rubrica ho scelto di incontrare Martina Rota.
Martina è un’artista attiva nel mondo delle arti visive e performative. Attualmente lavora come performer, coreografa, movement director e insegnante Dance well. Co-founder, insieme a Giulia Parolin e Stefano Galeotti, di MASSIMO, spazio indipendente d’arte contemporanea nato nel 2019, è anche parte di EXPANDING MOVEMENT associazione che organizza workshop di danza e movimento aperti alla comunità.

Ha studiato a Milano, vive a Bergamo e lavora dove le capita. Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove ha frequentato l’indirizzo Arti Visive, segue il mondo della danza a partire dall’infanzia frequentando corsi e workshop. Si avvicina poi a quello della performance, durante gli anni di formazione artistica.
La sua pratica nasce dall’incontro di diverse esperienze, combina mezzi espressivi dando vita a opere dal carattere ibrido e mutevole, distinte da un’estetica fortemente connotata e una particolare attenzione alle relazioni tra corpi.

Tra gli ultimi progetti e partecipazioni di Martina: Don’t Fight The Feelings, Il Diluvio Universale – diretto da Masbedo e Mariano Furlani, che la vede in scena come performer – e la pubblicazione di una fanzine di moda a lei dedicata dal titolo Martina, progetto editoriale curato da Francisca Ceballos, Marco Lombardi e Bendetta Stefani. 

Incontro Martina la prima volta in centro a Milano.
Abbiamo appuntamento per un caffè, ma è in ritardo, bloccata nell’infernale traffico mattutino dell’A4.

Se con “studio” intendiamo il luogo in cui un artista torna abitualmente per creare, sperimentare, riflettere e lavorare sulle proprie opere, allora occorre precisare che Martina non ha uno studio.
Le sue opere prendono forma in luoghi ogni volta differenti, spazi occasionali che trasforma in sale prove: scuole di danza, parchi, palestre, ma anche il salotto di casa o il piazzale davanti al box dove parcheggia abitualmente la sua auto. “Differenza fondamentale con gli studio visit raccontati finora”, penso mentre la aspetto.

Eppure l’attaccamento di Martina per lo spazio è incredibile: la sua intera poetica gravita attorno al sentire il corpo in relazione con l’ambiente, tanto che l’aspetto nomadico di questo suo “studio” si potrebbe considerare come una delle chiavi per comprenderne il lavoro.

Abbiamo messaggiato a lungo per decidere dove ci saremmo incontrate e alla fine Martina mi ha convinta a partecipare a uno degli incontri che sta tenendo al Liceo Classico Tito Livio, spiegandomi che le aule del liceo sono momentaneamente lo spazio dove passa più tempo. Sta preparando un gruppo di ragazzi per Don’t Fight The Feelings, terzo capitolo del ciclo cominciato con I Can Still Taste You (Archivio ViaFarini, 2020) e proseguito con Don’t Fuck With My Hunger (spazioSERRA, 2021), tre performance coreografico-installative che riflettono sul concetto di ascolto reciproco e di unisono.

Quando arriva, le lentiggini sembrano scomparse dietro al rossore dato dal freddo, o forse dalla corsa. Mi stringe la mano tra piccole dita congelate: la sensazione mi fa subito pensare ai ghiaccioli utilizzati in alcune delle sue performance.

Racconta che da tempo aveva il desiderio di lavorare con un gruppo più ampio di persone.

M.R: Questa volta in scena ci saranno 10 performer, tutti coinvolti nella stessa pratica. La performance avrà luogo in Fabbrica Bini, in via Giovanni da Cermenate 18 a Milano. È uno spazio bianco, abbastanza asettico che si distingue per cinque pertiche verticali che uniscono soffitto a pavimento. Credo sfrutteremo gli elementi strutturali, ai ragazzi viene naturale e poi, ovviamente, porteremo in scena molti più ghiaccioli.

[Cfr. Don’t Fuck With My Hunger (spazioSERRA, 2021)]

G.A.: In cosa consiste Don’t Fight The Feelings?

M.R.: Don’t Fight The Feelings è una performance corale che mette in scena il tentativo di lasciarsi attraversare dalle emozioni. Quello che accade nasce dal dialogo tra i partecipanti, ma un dialogo silenzioso, fatto di movimenti inizialmente impercettibili e sgaurdi. C’è una negoziazione costante tra l’accadimento del movimento e la comparsa dei sentimenti, intesi come coscienza sia personale sia collettiva. Don’t Fight The Feelings è anche un allenamento verso l’incertezza e la paura, emozioni che governano la contemporaneità più che in altre epoche. Sono corpi in allarme, ma fieri, che tentano in tutti i modi di ascoltarsi e creare, nello spazio di un’ora, delle nuove regole di convivenza.

Martina si muove lentamente e parla lentamente. Mentre parla mi accorgo di non conoscerla affatto, anche se il suo corpo mi appare come familiare.

G.A.: Ricordo bene l’intervento a Lancetti, da Spazio Serra. Come sei arrivata alla versione di oggi? 

M.R.: Inizialmente la performance era abitata da Elena e Benedetta, quindi solamente due liceali. Le variabili in gioco in una coppia sono molto diverse, in questa occasione siamo in 10 e quindi anche in sala stiamo lavorando come un gruppo. Il gruppo ha portato dinamiche diverse all’interno del progetto dandogli un significato più ampio. In sala prove esploriamo come il corpo si comporta nello spazio, ci poniamo domande sui limiti della nostra sensibilità e della nostra spontaneità.

Viviamo le nostre giornate in una continua negoziazione tra desideri e necessità personali, degli altri e dello spazio stesso. Ecco, lo spazio per me è un altro elemento, altrettanto importante, per me è qualcosa di vivo. Da artisti ci si trova spesso a pensare a come agire sullo spazio, in realtà lo spazio agisce su di noi. Costruzione, distruzione e ricomposizione si possono avere solo grazie alla convivenza di più parti.

G.A.: L’educazione al movimento del performer è un momento chiave nella tua pratica: anticipa la performance e in qualche modo ne determina la forma finale. Quando ti trovi in sala prova con i performer l’opera è ancora “aperta”, quasi si trattasse di una pratica partecipativa. Puoi approfondire questo aspetto della tua poetica?

M.R.: Assolutamente. Lavorare con il corpo richiede una temporalità dilatata e un’esperienza approfondita. Il performer in scena deve sentire e le sensazioni vanno capite, allenate. Ogni azione che si desidera compiere, che sia in sala o in scena, che sia sul proprio corpo o su quello degli altri, passa attraverso un processo di comprensione e di esperienza dei movimenti che è personale: ogni corpo vive la temporalità in modo diverso e quindi il lavoro da fare è immenso, è un allenamento molto duro, non finisce mai. Si deve sempre porre una domanda per restare nella sincerità della pratica, per cercare il rinnovamento; in qualche modo, quindi, si arriva a una parte di sé che non siamo soliti ascoltare.

G.A.: Questo è molto diverso dal ruolo tradizionale del coreografo per come viene spesso inteso nel mondo della danza. Eppure tu arrivi proprio da quel mondo; ho letto che hai iniziato a studiare danza da bambina e questo ci accomuna. Ricordi come vivevi allora la sala prove?

M.R.: Da bambina per me la sala di danza non era un posto sicuro. Non era proprio un bel posto, all’insegna del divertimento. Prima degli otto anni provavo una completa avversione per la danza e per tutto quel mondo di stereotipi che si portava dietro: il rosa, i capelli laccati, l’ossessione per l’ordine, la pulizia. Ero una pasticciona, giocavo con la terra, inventavo i miei personali giochi assurdi, disegnavo e leggevo moltissimo. Il mondo della danza mi sembrava solo una gara a chi fosse più magra, bella, perfetta.
Non mi stavano insegnando ad avere curiosità verso il movimento e il corpo, inteso sia anatomicamente sia come possibile linguaggio d’azione. Spesso si ha ancora un atteggiamento riduttivo nei confronti di cosa possa significare la danza, si insegna la forma senza ciò che compone, senza quello che costruisce poi porta a alla forma. La Forma di per sé non ha niente di vuoto o superficiale, è sempre l’atteggiamento col il quale la abitiamo, la costruiamo che cambia le cose.
Ricordo che quando decisi – sfinita da mia madre – di iniziare, per anni ebbi un atteggiamento basato sulla competizione. Non ero sicuramente quella con le linee più belle e non potevo ambire a una tecnica perfetta, però lo volevo davvero, lo volevo più di tutte.
Oggi mi rendo conto che questo ha fatto la differenza.
Insomma, il sistema didattico e culturale della danza avrebbe bisogno di una rinfrescata, di abbandonare l’idea ottocentesca del corpo. I corpi cambiano nel corso di una vita, figurarsi nel corso di secoli, e con loro cambiano anche i desideri, esattamente come cambiano le mode, le tecnologie

G.A.: Quali incontri successivi hanno influenzato la tua poetica?

M.R.: Sicuramente scoprire durante gli anni del Liceo il lavoro di Merce Cunningham, tra i primi a ibridarsi con le arti visive, mi ha permesso di aprire nuove prospettive di dialogo tra le arti, tra quelle che allora conoscevo e avevo sperimentato. Poi Boris Charmatz che in epoca più recente ha reinterpretato il suo lavoro e che ho conosciuto in occasione de la Biennale Danza (2015). E poi Daniele Ninarello, un coreografo italiano, particolarmente significativo per me, di una generosità incredibile, che mi aiutata molto a lavorare sul corpo. E poi Franca Ferrari, che mi ha portata a comprendere quella che lei stessa definisce “intelligenza corporea”, Cristina Caprioli, Adriana Boriello, Marco d’Agostin…

G.A.: La tua formazione però è avvenuta in Accademia, a Brera, dove ti sei laureata con indirizzo specifico in arti visive, o meglio pittura.
Come hai integrato nel tuo lavoro gli insegnamenti di quegli anni? Cosa rimane delle influenze ricevute? 

M.R.: Quello che rimane è sempre un mix tra quello che abbiamo esperito più a fondo e che ci ha più colpito. Di Brera, e in particolare di Fabrizio Gazzarri, Maurizio Arcangeli e Cloe Piccoli, porto con me il desiderio di questionare, di abitare per comprendere e lavorare la contemporaneità. Ricordo con un sorriso una domanda di Fabrizio Gazzarri: “Quali sono tre artisti contemporanei che preferisci e perché?”. Molti alunni rispondevano: Schiele, Klimt, Gli espressionisti… Fabrizio rabbrividiva vistosamente. Per potersi orientare, confrontare, andare verso è necessario conoscere a fondo l’acqua dove stiamo nuotando. Della spinta a osservare la propria ricerca in relazione al mondo con lucidità e criticità gliene sarò per sempre grata. 

G.A.: Infatti la tua opera è ibrida: comprende azioni, performance, ma anche fotografie, lavori con una loro fisicità. 

M.R.: Si, la mia pratica è mutevole e segue le necessità del progetto. Non parte dal medium, ma il linguaggio si adatta a ciò che voglio comunicare. Il mio obiettivo è far vivere allo spettatore un’esperienza che lo avvicini a riflessioni ed emozioni, aprendo un dialogo con l’opera. Sinceramente è una fotografia a dimensione reale che ritrae il piede di un cadavere.
Produco pochi oggetti, sto attenta a non introdurre troppe cose nel mondo, quindi le mie opere non sono tantissime.

G.A.: Abbiamo menzionato Don’t Fight The Feelings. Stai già lavorando ad altro?

M.R.: Dirty Sweat è un progetto iniziato nel 2019 che utilizza l’orgasmo come strumento di rivendicazione politica e personale. Si tratta di una pratica coreografica che indaga le possibilità di provare un orgasmo in diversi aeree del corpo, non necessariamente deputate alla penetrazione.    

G.A.: Come nasce l’idea di questo progetto?

M.R.: L’idea nasce dal mio bisogno di ritrovare fiducia nel corpo. Avevo bisogno di resettare dalla memoria abusi che ho subito all’età di 12 anni. Parlando con il mio fisioterapista ho scoperto che tutte le vittime immagazzinano a livello muscolare punti di dolore. Su due piedi, quando mi disse che l’unico modo per eliminare il dolore dalla memoria muscolare era il piacere, e che per combattere avrei dovuto provare più orgasmi possibili, lo trovai parecchio fuori luogo, poi con il tempo diventò una rivelazione. Dirty Sweat per me è stato uno strumento valido, ora vorrei regalarlo a quanti più corpi possibili.

G.A.: Hai qualche desiderio nel cassetto per questo 2024?

M.R.: Tanti, troppi, per fortuna, ma sono molto scaramantica, finché non si avverano non si rivelano!

A cura di Giorgia Aprosio


Instagram: martina.rota7