Manifestazioni tattili alla Galleria Renata Fabbri

Marinetti lo aveva teorizzato nel 1921 al Théatre de l’Oeuvre di Parigi attraverso il Manifesto sul tattilismo. Anticipatore di un pensiero che troverà estimatori come Bruno Munari, artista inizialmente vicino all’esperienza futurista per poi orientarsi verso altri percorsi artistici tra cui i laboratori tattili. Una sensibilità che consente di “perfezionare le comunicazioni spirituali fra gli esseri umani, attraverso l’epidermide”1.

Una riflessione sul valore del corpo come luogo di confine identitario – sociale e sulla funzione dell’Elogio del toccare, è quella di Luce Irigaray, studiosa belga da cui trae ispirazione la mostra Searching for myself through remote skins, realizzata a Milano presso la Galleria Renata Fabbri. Rebecca Ackroyd, Gabriele Beveridge, Bea Bonafini, Irene Fenara, Beatrice Gibson, Lydia Gifford, Goldschmied & Chiari, Catherine Parsonage, sono le otto artiste ospitate fino al 7 Luglio. Raccolte per affinità di ricerche e sensibilità, articolano la narrazione visiva, curata da Bianca Baroni, in un percorso originale tra rappresentazioni oggettive o semplici evocazioni, con una selezione di lavori prodotti in parte per la mostra.

Renata Fabbri
Searching for myself through remote skins – Installation view, Galleria Renata Fabbri, Milano, 2018 – Courtesy Galleria Renata Fabbri, ph Bruno Bani.

L’estetica dell’impassibilità è resa nelle immagini patinate dell’artista londinese Gabriele Beveridge (1985, Hong Kong). Riprese dai saloni di bellezza, alterano la realtà mostrando pelli perfette fissate dal mezzo fotografico e abbracciano una dimensione scultorea con cornici, protesi siliconiche e pietre che rafforzano l’assioma corpo-oggetto. “Materiale” è il lavoro di Lydia Gifford (1979 UK). Assembla elementi diversi (cartone, cotone, asciugamani, etc.) creando organismi, solidi o morbidi, artisticamente modificati; ragionando per antitesi e contrapposizioni sovverte la percezione. Nessun colosso di gesso o architettura epica per Rebecca Ackroyd (1987 UK) che con Husk, sperimenta la bidimensionalità del disegno. Astrazioni di una natura vegetale composta da anemoni o alghe rinviano a sembianze corporee e a dettagli umani. Un’umanità che Bea Bonafini recupera in Submission, un soffice tappeto cucito a mano, un’esperienza tattile per l’artista e per il pubblico, pensato appositamente per lo spazio sotterraneo della galleria. Un immaginario che attinge al patrimonio visivo delle catacombe di Tarquinia tra uccelli, sezioni anatomiche scomposte e momenti di lotta attraverso posizioni di sottomissione dell’avversario. Un elegante erotismo introduce nel ludico universo di Sara Goldschmied (1975) & Eleonora Chiari (1971), artiste che affrontano con divertissement la sessualità femminile nel tentativo di rompere tabù e convenzioni. Ironiche con Enjoy (un oggetto di piacere ingigantito) e con il calco di una vagina riprodotto in formato lecca lecca. Quest’ultimo, distribuito durante l’inaugurazione, diventa un’azione performativa che conserva una leggerezza formale nell’annullamento della sua traccia.

Il testo suggerito dalla curatrice e l’Orlando di Virginia Woolf, producono aspetti surreali nell’interpretazioni acriliche di Catherine Parsonage (1989 Wirral). Il gigantismo è l’elemento caratterizzante del suo procedere e ricorda le ciclopiche scenografie del teatro per immagini di Robert Wilson. Un orecchio simboleggia il senso primario dionisiaco in contrasto con le visioni apollinee, frammenti di un volto non identificabile, incorniciato da un grosso aracnide, è probabile allusione alla natura androgina dell’Orlando e al ruolo ambivalente dell’animale. Surreale è Aghata di Beatrice Gibson, video che racconta il sogno del musicista sperimentatore inglese Cornelius Cardew. Un viaggio su un’isola in cui i soggetti comunicano con un linguaggio quasi fantascientifico, mediante ricettori motori e sensoriali. La musica funziona da grammatica e punteggiatura, con elementi asincroni che producono nello spettatore effetti di straniamento sklovkijano2. Gli stessi provocati dalla giovane Irene Fenara attraverso sequenze che riflettono sul binomio, attualissimo, tra privato e bisogno di sicurezza. Utilizzando codici standard disponibili in rete, ottiene fotogrammi di videocamere di sorveglianza a circuito chiuso di abitazioni statunitensi. Lo spazio domestico è bloccato nelle stampe sgranate, dove l’assenza dell’uomo è intuita dal repertorio di segni che lo definiscono con le presenze oggettuali a rimarcare ancora quel binarismo corpo-oggetto.

Bea Bonafini
Bea Bonafini, Slick Submissions, 2018 – Courtesy Galleria Renata Fabbri, ph Bruno Bani.

La mostra diviene occasione per un’indagine in un terreno “liquido” alla maniera teorizzata dal sociologo Zygmunt Bauman3, in cui le relazioni sono dilatate verso corpi estranei (nella forma) alla natura umana. Orientati verso virtuali “touch” riducono l’esperienza sensoriale reale. Contribuiscono alla formazione di un soggettivismo in cui il confine è percepito nella distanza che si crea tra l’uomo e gli oggetti. Emerge, però, un sentimento o una necessità che i tempi e le istanze dell’arte sono in grado di anticipare e percepire recuperando contatti più fisici e diretti in sintonia con la propria natura.

Elena Solito

 

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1) F.T. MARINETTI, Il Tattilismo. Manifesto futurista, Milano, 11 gennaio 1921, letto al Théâtre de l’Oeuvre (Parigi), all’Esposizione mondiale d’Arte Moderna (Ginevra), e pubblicato da “Comoedia” in Gennaio 1921.
2) V.B. ŠKLOVSKIJ, scrittore, critico letterario e formalista russo ne L’arte come procedimento teorizza il concetto di straniamento.
3) Z. BAUMAN, Modernità liquida, Laterza, Roma, 2003.

 

SEARCHING FOR MYSELF THROUGH REMOTE SKINS

a cura di Bianca Baroni

7 maggio – 7 luglio 2018

GALLERIA RENATA FABBRI – Via Stoppani, 15c – Milano

www.renatafabbri.it

Instagram: renatafabbri

Immagine di copertina: Searching for myself through remote skins – Installation view, Galleria Renata Fabbri, Milano, 2018  – Courtesy Galleria Renata Fabbri, ph Bruno Bani.

 

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