Make Utopia Great Again

Non è caduta lontano dall’albero della storia d’arte italiana la mela sbucciata della prima audio-risata presente nella mostra Chi Utopia mangia le mele. L’opera D’Io (1971) di Gino De Dominicis da la prima impressione del percorso espositivo e lascia un timbro significativo su tutti i lavori seguenti. Merita notare che l’apostrofo impertinente dell’opera, ormai piuttosto leggendaria, è lo stimolo fondato riguardo il proseguimento dell’esposizione. Il titolo della mostra veronese proviene dal memorabile slogan coniato da Piaggio negli anni settanta – “Chi Vespa mangia le mele”. Simbolo della rivoluzione giovanile, della trasgressione e dell’oltrepassamento dei rigidi ordini del paradiso, con quel piccolo, giustificabile scambio di parole “Chi Utopia mangia le mele”, guadagna nuovi e molteplici modi di interpretazione. La collettiva ideata da Adriana Polveroni, curata in collaborazione con Gabriele Tosi, negli spazi dell’ex Dogana di terra, in consegna alla Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza è inerita nel programma di Art Verona 2018 e sarà aperta fino 2 dicembre.

Partendo da un luogo fisico, la nazione ideale e politicamente incontaminata, passando attraverso le proposte letterarie e artistiche della condizione psicologica umana in cui i sogni dell’impossibile si materializzano, gli organizzatori giungono a interpretare Utopia dal punto di vista degli artisti esposti continuamente a dubbi e incertezze sul loro lavoro e sul possibile insuccesso. A soli due passi dall’ambigua risata di De Dominicis, grazie a Una domenica a Rivara (1992) di Maurizio Cattelan – lenzuola bianche legate con nodi, annodate a una finestra – assaggiamo il sapore dell’avventura e della scappatella notturna. Nelle loro vicinanze troviamo i palloncini Air-port City, Flying Garden SE 60 (2016) di Tomas Saraceno progettati per mantenersi in aria solamente grazie all’energia solare. Entrambi i lavori hanno alla radice fondamentali storie utopistiche, ai confini con l’archetipo. Il primo, la sopravvivenza dei sentimenti contro le avversità (Romeo e Giulietta); il secondo, il superamento delle forze umani fisiche (Dedalo e Icaro). Vicende leggendarie, infruttuose, ma noi proviamo ancora, riproviamo sempre e c’è chi sta chiaramente ridendo di noi (l’io? Dio? De Dominicis?).

Superato l’ingresso del palazzo, la vista diventa ancora più piacevole, estendendosi sul chiostro, dove troviamo la grande installazione verde Untitled (rifacimento di Tumbleweeds Catcher) (1972-2018) di Gianni Pettena nel centro dello spazio. Sulla destra è “parcheggiata” la Fiat 127 Special (Camaleonte) (1971/2018) di Cristian Chironi e, a sinistra, la confortevole panchina bianca con l’opera audio di Vittorio Corsini Xenia (2011), che sta tranquillamente esprimendo un atteggiamento profondo verso la vita sentimentale, cosa ormai rara. “L’amore ha bisogno di stare – stare bene, stare male, stare accanto[…]” – declina la voce decisa, maschile, mantenendoci seduti fermi in sole pieno, piacevolmente scaldante, sotto il cielo azzurro, circondati dai muri settecenteschi discreti.

All’orizzonte, guardando dalla panchina, si rivela una struttura dell’architetto anarchico (negli anni settanta si è definito “anarchitetto”) Gianni Pattena, realizzata per la prima volta nel 1972 all’Università di Salt Lake City. Ai tempi, la scultura naturale era progettata per accogliere i cespugli americani morti, secchi e dignitosi chiamati “tumbleweeds”, ai quali, le reti che delimitano le autostrade in America, impedivano di entrare in città. Oggi, nello spazio di architettura neoclassica, l’opera si apre a nuove interpretazioni. Come dice Pettena “Siamo in un posto magnificamente restaurato, inno alla cultura e al razionale del tempo in cui fu costruito, al quale viene contrapposta una struttura i cui materiali sono apparentemente deperibili, come erano le tumbleweeds. Mentre, però, gli edifici si limitano a trasferire l’immagine della cultura del nostro tempo, parlando per secoli o millenni, la Natura, all’apparenza così fragile, parla per ere geologiche. Questa presenza naturale ha il senso di proporzionare rispetto al proprio tempo lo scopo della comunicazione dei vari episodi culturali che si trasformano in architettura”(1).

La FIAT di Cristian Chironi – l’artista nato a Nuoro in 1974, quando le opere degli altri colleghi presentati sul chiostro di “Chi Utopia mangia le mele” erano apparentemente già esistenti – mostrata per il periodo estivo anche a Marsèlleria a Milano, è un progetto tra dimensione spaziale, visiva e sonora. Gli audio-documenti inediti, creati in collaborazione con Francesco Brasini e tanti altri artisti e tecnici, sono le tracce registrate durante il suo soggiorno nell’abitazione lecorbuseriana di Chandigarh, in India. Chironi, volendo contaminare le regole e le teorie di Le Corbusier, indaga gli spazi da lui progettati “rubando” le voci incontrate in essi, portandole in giro nelle mostre, ascoltati dal finestrino della sua FIAT camaleontica.



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Lo spazio concepito perfettamente e l’adeguatezza d’ogni lavoro al tema principale sono, effettivamente, due caratteristiche principale della mostra. Partendo dal presupposto che l’esposizione è visitata sopratutto per il piacere dello sviluppo personale, è giusto che sia gradevole piuttosto che stancante; in questo caso l’equilibrio fra piacevolezza e approfondimento è stato fortunatamente ottenuto (alla grande). A prescindere dal fatto che uno abbia voglia di “utopiare” o “vespare”, piuttosto che usare, rubare, ammirare o comprare “Utopia” o “Vespa”, alla mostra ci si può sia divertire sia apprendere il principale pensiero captivante curatoriale (naturalmente moltiplicato dalla varietà dei punti di vista degli artisti). E qua non poteva mancare il riferimento alla scena politica.

Piotr Uklansky, Thomas Kuijpers, Ceal Floyer, Danilo Correale, con i loro sguardi essenzialmente piuttosto ironici, occupano il piano terra. Al pianerottolo incontriamo il neon Untitled (Siete ospiti) (2018) dell’artista americano Glenn Ligon. L’opera, a prima vista, mette ponderatamente in dubbio se la frase è diretta e sincera nel senso dell’atteggiamento corrente verso gli immigranti. L’artista spiega che la sua volontà comunicativa non è per niente più complicata di ciò che sembra: “La frase è ripresa dallo striscione esposto da un tifoso napoletano durante una partita di calcio a Bologna, dove il Napoli giocava contro il Bologna, per indicare il fatto che Napoli accoglie chiunque, è una città aperta agli altri popoli”(2).

Al secondo piano, sopra le teste dei visitatori, all’opera/domanda fatta da Ligon, reagisce Others (2011) di Maurizio Cattelan. Altre sale conducono in uno spazio mentale più immaginario e poetico; qui troviamo l’artista napoletano Ben Vautier Je crois que pour changer l’art il va falloir dire la veritè (Penso che per cambiare l’arte dovremo dire la verità) (1970) e il video La grande occasione (1973) di Ugo la Pietra girato alla Triennale di Milano che, per qualche motivo, assomiglia al Fitzcarraldo di Werner Herzog. L’autore disse: “Il film nasce come metafora di ciò che l’arte italiana ha dovuto subire e delle condizioni in cui è costretto a vivere l’artista nella nostra società che non lo riconosce come dovrebbe”.

Come spiegato da curatori: “Per questa mostra si tratta di far emergere il significato complesso e controverso dell’Utopia attraverso le opere. Che queste parlino a chi le guarda, a chi è disposto a interrogarle, a chi si presta a una dinamica più complessa e circolare, secondo la quale, come accade in filosofia, s’interroga la domanda stessa: l’opera, in questo caso, assunta già come domanda.” (3)

Utopia, per quanto ambigua sia, sembra avere sempre e per sempre lo stesso posto tra tutti i bisogni umani – non primo, ma comunque fermo e infallibile. Tra i concetti presentati non manca l’amore; la politica si espone ampiamente, si tratta di manifestazioni, di grandi e ribelli gesti umani, di sottigliezze poetiche, di struttura sociale con le sue perturbazioni, polimorfe speculazioni, ma, innanzitutto, dell’inesauribile mutuo rapporto tra l’arte e Utopia.

“Lo spazio della libertà, il rapporto delle nuove comunità con la loro storia e con l’altro, la possibilità di ridisegnare la vita quotidiana comune attraverso una visione diversa sono i pilastri principali di questa mostra, che oltre a ciò pone il fallimento di ideali e speranze che sostenevano alcune azioni individuali all’interno di un quadro necessariamente pluralistico e condiviso.”(4).

Dobrosława Nowak


Chi Utopia mangia le mele

a cura di Adriana Polveroni e Gabriele Tosi

12 ottobre – 2 dicembre 2018

Ex Dogana di terra, Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio Verona, Rovigo e Vicenza – Corte Dogana, 2- Verona

www.artverona.it/chi-utopia-mangia-le-mele/


Note:
(1) https://www.artverona.it/intervista-gianni-pettena/
(2) https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2018/06/mostra-glenn-ligon-thomas-dane-gallery-napoli/
(3)https://www.manfrediedizioni.com/en/prodotto/chi-utopia-mangia-le-mele/

(4) https://www.artverona.it/en/those-who-utopia-eat-apples/


Caption

Chi Utopia mangia le mele – Opening, Ex Dogana di terra, Verona, 2018 – Ph Ennevi




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