La natura emerge in formalismi e organismi non classificati, reperti di una storia evolutiva o evoluta (artisticamente), si fa presenza nei disegni e nelle sculture per addentrarsi in paesaggi (anche fotografici) frammentati e decostruiti o appare in stranianti bagliori e riflessioni marziane in una dimensione sempre più ludica e giocosa.

Cinque mostre curate dal direttore del museo, Alberto Zanchetta, esempio di quella buona gestione pubblica in grado di coordinare esigenze amministrative e proposta espositiva, con un programma teso alla valorizzazione anche della ricerca più attuale. Gli artisti invitati si trovano in un rapporto dialogico con il pubblico tra mimetismi, decostruzioni e ricomposizioni degli oggetti in un percorso di scoperta e rivelazione continua, all’interno di quel contenitore luminoso che li accoglie.

Oggetti ritrovati o da indovinare in Repertum di Diego Dutto, assolutamente coerente con la funzione del museo, conservatore ed esploratore di nuove “archeologie” artistiche contemporanee. Scultorei scheletri (Scheletrica e Scheletranti) e residui ossei (Reperti e gli Ossimori) si collocano dentro teche, nella più tradizionale delle esposizioni, oppure occupano lo spazio aperto generando fantasticherie e geniali suggestioni, come fossili di creature misteriose provenienti da un universo parallelo che affiora tra racconti reali e presunti tali.

Luca Piovaccari

Luca Piovaccari, Ascolta il tuo Respito – Allestimento mostra MAC Lissone, 2018 – Courtesy e ph Luca Piovaccari

Immaginario è anche lo scenario proposto da Antonella Aprile in Dimensioni variabili. Un viaggio personale e interiore, un dibattimento costante tra la materia istintiva e quello razionale che si inserisce geometricamente nelle strutture organiche. Poligoni e elementi curvilinei si intromettono nel naturalismo incorporeo attraverso il disegno, lasciando tracce complesse e reticolari fino a dilatarsi nello spazio. La plasticità dei piedistalli, supporti di legno e scotch circoscrivono le opere e i suoi confini realizzando dispositivi di allestimento che superano la bidimensionalità dei lavori esposti.

Sono estesi, invece, i margini dei paesaggi trasformati dai suoi processi fisici e materiali, nelle fotografie e nelle installazioni di Luca Piovaccari. In Ascolta il tuo respiro (nella quiete polverosa), interventi minimali si innestano con discrezione, tra immagini di luoghi senza particolare interesse (secondo l’autore) se non quello del loro recupero da un possibile oblio. Attraverso un procedimento di sovrapposizioni, frammentazioni ed errori deliberati, le sequenze narrative sono colte in una delicata e intima osservazione che si dispiega verso un rinnovato ricomponimento nel tentativo di ristabilire i limiti tra corpo e anima, tra uomo e natura.

Al piano interrato, paesaggi sempre più immersivi che conducono nelle viscere galattiche. Un nucleo di luci rosse designa sfumature e nuove sembianze (in)naturali, inghiottendo lo spettatore al suo interno. Le potenzialità percettive sono qui indispensabili per districarsi nella lettura dei codici espressivi di Matteo Negri in Greetings from Mars. In Piano Piano gli effetti riflettenti delle carte, con pellicole colorate opportunamente bilanciate nelle composizioni di vetri e ferro, elaborano un itinerario che gioca con i contrasti e gli equilibri tra rispecchiamenti visivi e sensoriali.

Il mondo ludico trova una perfetta assonanza con il definirsi di Playground, mostra che si pone al confine tra arte e design. Territorio incontrastato dello spettatore “curioso” che, in un’attività di riappropriazione dell’oggetto artistico, valuta, manipola e sperimenta le possibilità della sua interazione, in maniera collettiva o individuale. Il luogo si tramuta in uno zoo di carta per Martí Guixé con animali immobili e memorie da museo di storia naturale di un mondo fiabesco. Lo scenografico paravento di cartone decorato (Il Posto dei giochi di Enzo Mari) genera, poi, un’operazione spaziale e cognitiva aperta alle possibilità creative.

Matteo Negri

Matteo Negri, Greetings form Mars – Allestimento MAC Lissone, 2018 – Courtesy Matteo Negri, ph Marta Carenzi

Il cavallo a dondolo, giocattolo della tradizione diventa, nell’immaginario degli artisti, strumento di indagine. Rivisitato con materiali e fogge differenti, mantiene parvenze animali in Rocky di Marc Newson, muta nelle policromie dei Conetti di Giovanni Levanti, assume uno stile western in Agaxa, diviene sgabello rivestito con più pelli sovrapposte, per il duo composto da Katia Meneghini e Thanos Zakopoulos di CTRLZAK o si trasferisce su due ruote (per i più grandi) nella moto di Davide Mancini Zanchi. Indossati (solo metaforicamente) i costumi da luna park di Nicolò Maggioni e Adriano Persiani e assunta una nuova identità con le piccole teste di Filippo La Vaccara e la sua scultura gonfiabile sospinta dal pubblico, ha inizio la competizione nello spazio con le gare di ping-pong di Giovanni Termini e un campo da calcio costituito dalle delimitazioni sceniche delle sedie-porte e dei fari-lampade di Emanuele Magini.

Oggetti concreti e fisici, materiali di provenienze diverse, pratiche e approcci agli antipodi, tracciano una linea di demarcazione che si ritrova unitaria nella coerente esplorazione della “natura”, nel suo essere manifestazione autentica di una realtà, di una conoscenza sensibile derivata dall’esperienza i una dimensione fenomenologica.

Elena Solito

MAC Museo di Arte Contemporanea di Lissone

3 Marzo – 15 / 22 Aprile 2018

a cura di Alberto Zanchetta

www.comune.lissone.mb.it

Immagine di copertina: Diego Dutto, INFINITO, 2017 – Resina, vernici e cera, cm 126 x 64 x 20 – Courtesy e ph Diego Dutto

Elena Solito

Ha studiato moda e fotografia. Ha collaborato come contributor con alcune riviste. Studia Beni Culturali all’Università degli Studi di Milano, si occupa di storytelling e collezionismo privato. È interessata alle nuove istanze artistiche che si sviluppano in quelli che sono i “non luoghi” dell’arte.

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