Lucia Cristiani: questa danza è ciò che ti farà bene

Nel 1994, alla fine di una sanguinosa guerra civile, il fotografo Alfredo Jaar decise di raggiungere il Ruanda, sconvolto dal genocidio portato fino al limite estremo dalla divisione etnica che serpeggiava da tempo nello stato africano. Visse per mesi con la comunità formata dai sopravvissuti al genocidio, facendosi raccontare la loro storia. Poi, tornato in America, realizzò The Eyes of Gutete Eremita, un’opera composta da circa un milione di diapositive (tante quante furono le vittime della strage), rappresentanti tutte la stessa foto: gli occhi di una giovane che era sfuggita al massacro di centinaia di suoi consanguinei. L’artista scelse di presentare questa sola immagine, replicata a formare un mucchio che l’osservatore sarebbe stato costretto ad osservare da vicino per capire di cosa si trattasse. Chi passava di lì doveva affrontare direttamente quello sguardo, poggiando gli occhi su un argomento che il mondo aveva ignorato. Unirsi al fotografo nel racconto di quei mesi in Ruanda, compiendo un gesto di immedesimazione che conducesse alla comprensione, anche parziale, dell’evento. È solo quando ci si immerge completamente, implicandosi nel fenomeno, che si può tentare di raccontarlo e mostrarlo attraverso un’opera d’arte. Si respira a pieni polmoni l’aria dell’antropologia fenomenologica osservata da Ludwig Binswangen.

Lucia Cristiani
This will fix you – exhibition view – courtesy t-space

Questa lunga parabola mi dà l’occasione di introdurre Lucia Cristiani (Milano, 1991), giovane artista che espone il suo ultimo progetto, This will fix you, a cura di Gloria Paolini, fino al 30 ottobre presso t-space. Proprio come Jaar, anche Cristiani ha passato diverso tempo nella realtà protagonista del progetto: da una parte Milano, sua città natale, dall’altra Sarajevo, luogo di un viaggio a più riprese nei Balcani durato sette anni. Ci si trova di fronte, quindi,  a due realtà parallele e vissute con la stessa profondità. Della prima il giudizio cade sulla tendenza normcore che negli ultimi anni è entrata surrettiziamente nel mondo della moda (ma non solo): l’anonimo che diventa trend, che a sua volta porta con sé l’incapacità di distinguere le diverse personalità nella folla. Un jeans e una maglietta bianca che parlano per te allo stesso modo, che tu sia fotografo, cuoco, turista, gallerista. Da qui derivano una serie di oggetti realizzati pensando all’ambiente di riferimento che questa situazione sempre più glam comprende: un cappello con su la scritta “Medjugorje hear/help me”, un anello come se ne vedono tanti, due lattine di HOLY, “bevanda leggermente gassata, ricca di vitamine, estratti e minerali. Senza zuccheri aggiunti, senza grassi e con solo 3 calorie. Con l’aggiunta di acqua. HOLY è stata formulata per proteggere il tuo corpo dallo stress della vita quotidiana, per aiutarlo a purificarsi e per darti le sostanze nutrienti necessarie a tenere il passo con il tuo stile di vita”. Tutti gli oggetti riprendono il colore della lattina di questa mitica bevanda anti-invecchiamento, disintossicante, drenante e perfino portatrice di relax. Insomma, qualcosa che può davvero farti bene se la bevi, se hai quell’anello al dito, se indossi quel cappello, se ti identifichi nel nostro gruppo di persone totalmente normali.

Lucia Cristiani
This will fix you – exhibition view – courtesy t-space

Tutta un’altra storia quando si entra nella stanza che ospita il video Passerò domani. Girato presso la fortezza di Bijela Tabija, esso mostra il ballerino di strada Suvad, che ha inventato un proprio stile di danza e contemporaneamente cerca la propria anima gemella per le strade di Sarajevo, qualcuno con cui “avere successo nel ballo e nell’arte”. Un sogno declamato dal luogo tradizionalmente deputato alle dichiarazioni d’amore. La storia di Suvad si fonde con quelle di innumerevoli altri individui prima di lui, ognuno dei quali ha lasciato una traccia sui muri della fortezza, mentre in lontananza si scorge Sarajevo. Si ha l’impressione di essere stati fixati molto più da questo video che non da un qualsiasi sorso di “HOLY”, che tra l’altro non sembra più tanto appetibile quando si vede la pozza di gelatina che unisce le due lattine. L’aura di sacralità conferita dall’illuminazione degli oggetti è diventata disturbante e sinistra, così come il grigio argentato che sembra sempre più freddo, più stridente. Più finto. Forse il fine ultimo di questo confronto di realtà non è altro che quello di mostrare al visitatore come niente di ciò che ci viene propinato dall’esterno come salutare, benefico o rigenerante lo sia davvero. L’unica cosa che può farci stare bene è dentro noi stessi, e va cercata con tutta la determinazione e l’eleganza di Suvad.

Claudia Contu

LUCIA CRISTIANI

THIS WILL FIX YOU

a cura di Gloria Paolini

28 settembre – 30 ottobre 2016

T-SPACE – via Bolama, 2 – Milano

www.t-space.it

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