Luca, un nuovo spazio nell’ormai rinato e alla moda quartiere Isola, perché questa scelta?

La mia è stata un’operazione di razionalizzazione degli spazi che permette di dare ai miei artisti un ambiente più funzionale, una sede espositiva migliore, all’interno della quale è presente anche un ampio magazzino e alcuni uffici. Questa sede non è immensa ma calibrata per fare cose di qualità, a me non interessa fare mostre con un numero eccessivo di opere quindi non avevo bisogno di uno spazio particolarmente grande. La mia dimensione è sempre una dimensione accogliente, la mia è una galleria che guarda più alla qualità nella scelta dell’artista piuttosto che alla quantità di opere diverse da proporre al pubblico. Lo spazio è più ampio ma le mostre possono essere fatte sempre di pochissimi pezzi.
Nel nuovo ambiente tu puoi giocare un po’ di più, puoi fare un’installazione, mettere delle sculture. Via Tadino era nata come una vetrina milanese della galleria di Monza. Due sedi piccole, mi muovevo tra le due realtà. Ho poi chiuso Monza ed era rimasta solo la vetrina milanese nella quale abbiamo fatto cose che reputo egregie. La prima personale di Joseph Marioni in Italia è stata fatta in quella galleria. L’arista vide la sede e decise di fare la mostra per quello spazio. Cinque opere di un formato che lui definisce residenziale sul catalogo, e va ben così. Lo spazio è a volte una scusa, basta saperlo utilizzare.

Oggi l’odore acre che invade la sede durante la posa dei nuovi pavimenti. A dicembre la prima mostra con le opere di Peter Schuyff e un testo particolare di Stefano Castelli.

Questa è già la dimostrazione di quanto ti stavo dicendo. Nella mostra che apre fra poco saranno esposte cinque tele, tante quante erano presenti nella prima esposizione realizzata nella ormai ex sede di via Tadino. In quell’occasione avevo un po’ forzato l’artista su delle opere 100×100 poiché lui, abitualmente, si misura con superfici più grandi. Le nuove tele sono di 160×200, di 100×200. Non siamo andati ad aumentare il numero dei lavori, non vogliamo fare il “supermercato”. Le opere saranno disposte diversamente nello spazio, saranno più grandi e l’impatto sarà diverso.

Luca Tommasi

Courtesy Galleria Luca Tommasi

 

Hai già in mente nuove mostre e nuovi artisti da proporre a quello che chiami il tuo “club” di collezionisti?

Tengo molto alla prossima mostra. L’artista, Davide Benati (Reggio Emilia, 1949), si era auto esiliato per dieci anni attraverso un contratto in esclusiva con la Galleria Marlborough Monaco. Con lui collaboro molto volentieri anche perché appartiene a quegli anni Ottanta su cui sto insistendo da parecchio tempo. Nel 1990 ha realizzato una bellissima sala personale con Lea Vergine alla Biennale. Era arrivato alla Galleria Marlborough grazie a Eva Menzio, poi la sede ha chiuso e lui si è “liberato”. Sarà il nuovo debutto italiano dopo tanti anni .

La pittura prima di tutto !?

La mia galleria ha un po’ un must che è la pittura e la pittura ha la sua esaltazione negli anni Ottanta. Io ho proposto anche la pittura degli anni Settanta, quando ho iniziato a trattare l’analitica. Per me la pittura è molto importante. Detto questo, abbiamo iniziato una collaborazione con Maria Teresa Ortoleva e con Patrick Tabarelli, artisti giovani che non dipingono in senso stretto però c’è sempre una restituzione di immagine che possiamo definire pittorica. Maria Teresa alla Fondazione Pomodoro aveva realizzato un grande bestiario che invadeva con le immagini lo spazio, l’istallazione prodotta per gli spazi della Galleria San Fedele, che abbiamo portato a Verona, era fortemente colorata. Io non disdegno mai questi linguaggi.

Quindi non solo anni Ottanta e Novanta, lavorerai anche con artisti più giovani ?

Io non voglio fossilizzarmi sugli anni Ottanta e Novanta, voglio aprirmi alle generazioni più recenti, come ti dicevo, ma credo che il fil rouge della pittura costituirà una presenza sempre importante, anche se non esclusiva, nel mio lavoro. Collaboro con Chiara Dynys, lei non fa pittura ma ha un approccio pittorico nei confronti delle opere. Con Anne Blanchet continuerò a collaborare nel 2018, lei incide il plexiglass e sono innamorato del senso della luce che crea con grande portato pittorico. Con la pittura non mi sento demodé, mentre certe sperimentazioni mi lasciano freddo. La verità è che il contesto italiano è molto particolare. Maria Teresa mi raccontava che finché è stata in Italia e a frequentato certe scuole, percepiva quasi una sorta di chiusura nei confronti della pratica pittorica. Appena si è trasferita a Londra, dove ha frequentato un master, si è subito resa conto che nell’ambiente anglosassone non esistono queste chiusure.

In tutto il mondo si sta sempre più diffondendo la realtà degli artist-run space. Come ti rapporti con questi attivissimi e “nuovi” soggetti dell’universo arte?

Dichiaro di non essere così a conoscenza di questo fenomeno, ne sento parlare ma non mi sono mai interfacciato con loro, non ho mai avuto un contatto e quindi non mi sono mai formato un’opinione completa. Sono abbastanza dell’idea che l’arte e il mercato richiedano vari player, non ci deve essere uno sbilanciamento da nessuna parte. Forse c’è stata un’epoca in cui le gallerie avevano troppo potere, poi c’è stata un’epoca in cui gli artisti potevano avere troppo potere, poi sono arrivate le case d’asta che sono, forse, le realtà che hanno più potere di tutti. Non dimentichiamo i collezionisti che creano fondazioni rapportandosi direttamente con gli artisti. È chiaro che i player oggi sono parecchi, io penso alla funzione di decodifica che spesso ha una galleria, il ruolo del gallerista è importante, è una figura di garante sotto molti punti di vista. Ognuno si crea un’immagine, io sto lavorando molto sulla pittura internazionale di certi periodi e con certi artisti. C’è una logica nel mio lavoro e gli artisti con cui collaboro apprezzano il percorso della galleria. Giusto o sbagliato che sia, la mia galleria, per tutte le sante mostre che organizza, stampa un catalogo che deve essere un documento che resta e che contiene un testo critico che spiega e documenta le volontà dell’esposizione e dell’artista. È uno sforzo grande, soprattutto in questi anni.

Luca Tommasi

Luca Tommasi e Peter Schuyff – courtesy Galleria Luca Tommasi

Dagli anni Novanta in poi la storia dell’arte non viene più raccontata per manifesti, movimenti o gruppi più o meno creati da critici di riferimento. Oggi sono le grandi mostre e i grandi eventi a dettare una linea che permette di costruire un discorso organico su ciò che accade nell’ormai diffusissimo universo estetico. Prima di salutarci, a tuo parere, quali manifestazioni stanno oggi dando una direzione all’attuale produzione artistica?

C’è un’esplosione, oggi parlare di un unico evento, creare una classifica, forse non ne sarei capace ma se guardi i due eventi che hanno più senso e dei quali, a torto o ragione, si parla sempre di più sono Art Basel e la Biennale di Venezia. Io continuo a credere che siano le manifestazioni più importanti, tutto il resto, anche se di eccezionale livello, sono cloni o realtà meno rilevanti. Art Basel sprigiona una potenza economica che è impressionante ma il fatto che Art Basel si lamentò quando la Biennale decise di spostare la propria inaugurazione a maggio, fa capire quanto l’istituzione più potente consideri importante la Biennale di Venezia. La mostra che mi ha più colpito e veramente entusiasmato quest’anno è quella di Damien Hirst. Un po’ perché quando di una cosa si parla male ti viene anche la curiosità di vederla, poi il gigantismo, che oggi può essere un “problema”, ti lascia senza parole. In quella mostra c’era tutto, la potenza dell’economia, che può far paura, e la volontà di stupire. Non capivi se eri nel mezzo di un film di Steven Spielberg o in una rassegna d’arte. Queste cose creavano l’unicità dell’evento, era fantastico.

Marco Roberto Marelli

Mostre in corso presso la galleria:

PETER SCHUYFF
PSYCHEDELIC
testo di Stefano Castelli
13 dicembre 2017 – 27 gennaio 2018
GALLERIA LUCA TOMMASI – Via Cola Montano, 40 – Milano

www.lucatommasi.it

Immagine di copertina: Il gallerista e gli artisti durante l’inaugurazione della nuova sede espositiva – courtesy Galleria Luca Tommasi

Marco Roberto Marelli

Storico e critico d’arte si laurea in Arti Visive nel 2012 a Bologna. Nato a Monza nel 1986 lavora come autore e curatore indipendente dopo aver collaborato con prestigiose realtà culturali in Italia e all’estero.

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