Isole di crepe per sculture sintetiche. Luca Petti, a Napoli, conduce il nostro sguardo verso coabitazioni ecologiche.

Nature is our gardener è il titolo della personale di Luca Petti (Benevento, 1990), a cura di Letizia Mari, che occuperà la nuova sede napoletana della Galleria Marrocco fino al primo dicembre. Coppie scultoree dai tratti sintetici, alludenti a forme animali e vegetali, si tingono di cromie allarmanti per reclamare un riposizionamento dello sguardo umano.

Quella quiete animata non somigliava in nulla e per nulla a una pace. Era la quiete di una forza implacabile che covava un proposito imperscrutabile. Ti guardava con un aspetto vendicativo.

Così lo scrittore britannico Joseph Conrad (1857, Berdychiv; 1924, Bishopsbourne), nel celebre romanzo Cuore di Tenebra, racconta la risalita del fiume Congo nel cuore del continente africano, uno scenario tanto placido da risultare inquietante. Il libro, la cui prima edizione risale al 1899, mette in discussione il divario tra popoli civilizzati e selvaggi, avanzando l’idea che “La conquista della terra, che per lo più significa portarla via a coloro che hanno una diversa carnagione o nasi leggermente più piatti dei nostri, non è una cosa edificante quando la si osservi troppo a lungo”. L’apparente quiete in attesa di un’imminente vendetta all’orizzonte, descritta dal romanziere inglese, è la stessa atmosfera che accoglie lo spettatore nella sala della Galleria Marrocco. Coppie scultoree dalle forme sintetiche, i tentacoli aguzzi e i colori accecanti, sono “infilzate” in isole di argilla crepata. Lo strato terroso su cui galleggiano questi corpi è un rimando alla Racetrack Playa in California, dove, per decenni, la comunità scientifica si è arrovellata per spiegare il “mistero delle scie”. Pesanti massi rocciosi, gli unici abitanti del territorio, a causa della morfologia irregolare e dell’escursione termica, la notte scivolano in modo quasi impercettibile su un sottile strato di ghiaccio, lasciando, al mattino, inquietanti tracce nella sabbia. Petti decide di limare delle isole di argilla, le quali, con l’asciugatura dell’acqua, si sono crepate e continueranno a infrangersi dando origine a piccole zolle irregolari; queste, espandendosi, muovono di pochissimi millimetri al giorno le sculture, emulando lo stesso meccanismo che avviene la notte nella spiaggia californiana. Il fervido interesse dell’artista per i fenomeni naturali l’ha condotto a indagare flore e faune tropicali, appassionandosi a una delle isole più rigogliose e selvagge della terra: il Madagascar. Staccatasi 140 milioni di anni fa dall’Africa, l’isola ha seguito uno sviluppo indipendente, mantenendo delle specie uniche al mondo. Tra queste i Pachypodium, sorta di palme dal tronco spinoso che si dividono ulteriormente in sottospecie a seconda del microclima presente in ogni specifica zona dell’isola.



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La prima opera proposta in mostra è la madre di tutte le altre, svela il processo di creazione e rimane la più iconica. Si tratta di una coppia di sculture, quasi gemelle, in acciaio extramirror, in parte vellutate per floccatura elettrostatica, in parte svelanti alcune striature. Per la progettazione delle stesse, Petti ha lavorato parallelamente sulle forme del Pachypodium e su quelle del pitone, entrambi tipici delle zone tropicali e molto più simili di quanto si pensi. La pianta, mano a mano che riceve acqua, si ingrossa, come il pitone quando fagocita la preda. Questi due esseri viventi, a causa del medesimo ecosistema, condividono anche la texture, che nella pianta si presenta sotto forma di corteccia rombata, mentre nel serpente spicca dalle squame dell’intera pelle. I colori della floccatura divergono da quelli naturali: rosso e nero, entrambe cromie di avvertimento, che in natura indicano difesa, attacco o accoppiamento, mentre, per l’uomo, rappresentano un potenziale pericolo. L’emergenza è anche lo stato in cui riversano da secoli numerosissimi territori come isole, ghiacciai e mari, a causa di un sistema produttivo improntato sul profitto e disinteressato alle possibili conseguenze ambientali catastrofiche. Lo stesso titolo della mostra, Nature is our gardener, allude all’utilizzo, da parte dell’uomo, della natura come depandance e pone l’accento sulla necessità di riposizionare lo sguardo antropico verso coabitazioni future.

Le altre coppie scultoree sono sempre il risultato di fusioni tra mondo vegetale e regno animale; rispetto all’opera sopra descritta le linee si fanno più elementari, così da rendere ostica la distinzione tra flora e fauna. Le venature delle piante si con-fondono con scheletri d’animale in sagome sintetiche: nel caso del diavolo spinoso si tingeranno di rosso, come il sangue che il rettile lacrima dagli occhi quando è impaurito. Questi grandi fossili moderni da un lato testimoniano la simbiosi tra regno animale e mondo vegetale, dall’altro sembrano alludere alla pericolosità dell’atteggiamento poco ecosostenibile dell’uomo. La vendetta imminente, che nel romanzo di Conrad aleggiava come punizione per le razzie territoriali e sociali ad opera dell’Occidente durante il Colonialismo, sembra resistere sotto forma di possibile riscatto da parte degli esseri viventi sfruttati dal sistema economico vigente. L’eleganza delle sculture di Petti, inoltre, rivela il labile confine tra attrazione verso l’esotico e brama di possederlo, con il rischio di porre dinanzi alla preservazione delle specie la vanità dell’uomo e il riscontro economico delle attività commerciali.

Arianna Cavigioli


Nature is our gardener

Luca Petti

a cura di Letizia Mari

16 novembre – 1 dicembre 2019

Galleria Marrocco – A’Mbasciata, via Benedetto Croce 19, Palazzo Venezia – Napoli

www.galleriamarrocco.it

Instagram: galleria_marrocco


Caption

Luca Petti, Nature is our gardener – installation view, Galleria Marrocco, Napoli, 2019 – Courtesy Galleria Marrocco, ph Sara Davide



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