L’ospite inatteso di Giovanni Chiamenti. The Metabolic Era

L’uomo non c’è più, non rimangono che ibridi animali-vegetali a popolare il pianeta. Corpi trasparenti inglobati nel tessuto osseo ricoperto da ceramiche. Fossili di animali provenienti da ere geologiche differenti, fissati su materiale plastico. “Bestie” come le chiama il suo autore, frutto di un processo metabolico avvenuto nel corso del tempo. Un tempo geologico ipotizzato, che si verifica in un tempo a noi contemporaneo. Il presente della specie (dis)umana. 

“È morto l’ultimo predatore. Tutte le creature suppongo si trovino sulla terra. Avranno assunto forme che posso solo interpolare. Nei mari non c’è più […]. Un giorno finirà la plastica anche sulla terra. Forse gli animali impareranno a crearla, come hanno fatto gli esseri umani moltissimo tempo fa, e la storia tornerà a ripetersi, con i suoi predatori, con le sue prede, con i suoi mutamenti inconsapevoli”. 

Scrivono Treti Galaxie nel testo “Fingendo di parlare con te”, che accompagna la mostra The Metabolic Era di Giovanni Chiamenti (Verona, 1992) in corso fino al 9 Novembre da ARTNOBLE GALLERY.

“Prima di essere osservate”, si legge “queste creature non esistevano. Però si muovevano. Freddi ruggiti subsonici consumati in lontani agguati, sinuose luccicanze maculate e pulsanti, forme consanguinee delle marine correnti e dell’umana superbia […]”.

Bisogna tornare all’origine della vita sul pianeta in cui l’uomo arriva per ultimo, e forse, come sostiene Nicholas R. Longrich (paleontologo e biologo evoluzionista), si estinguerà per primo [1] (come ricordo in occasione del lavoro di Vibeke Mascini, che indaga l’origine del mondo attraverso il calco dei dinosauri e di altre specie, che si sono fossilizzate nel tempo). 

Nel video Oblivious Shift, Giovanni Chiamenti immagina una storia originaria nei fondali marini, in cui gli embrioni delle sue creature si sviluppano nel corso delle ere geologiche. Il video è stato realizzato con l’ausilio dell’intelligenza artificiale e con i suoi suggerimenti visivi e testuali, unendo le potenzialità della tecnologia a quelle umane. E il profondo blu diventa narrazione della genesi di Kataleimma, Plastileimma, Plastilfossil, Metabolize! Phagacytize! (neologismi coniati dall’artista). “Sono resti e residui ibridi”, racconta Chiamenti, “di piante e animali nelle profondità marine, in grado di assimilare le microplastiche prodotte dall’uomo, e svilupparsi. Rimangono queste bestie, con struttura ossea e plastica”. Un inventario immaginifico che si basa sul paradigma fondato sulla collaborazione e sull’ibridazione tra specie. Organismi intelligenti che hanno imparato a assorbire la plastica, integrandola nel proprio corpo. Esseri che vivono negli abissi, si nutrono di materiali (in)organici e attraverso un processo di simbiogenesi diventano nuove creature. Conformazioni non ancora catalogate (se non con una nomenclatura specifica), che tuttavia si prefigurano come modelli di generazioni futuristiche. 

Come le orme di Vibeke Mascini, anche Giovanni Chiamenti in Plastifossil blocca su plexiglass coppie di animali appartenenti a epoche diverse, creando un catalogo di forme che sembrano il risultato di processi biologici di estinzione, evoluzione e speciazione. Attraverso un metodo di falsificazione della realtà, produce l’opera che più si avvicina al mondo reale, concependo impronte stratificate, e teorizzando una futura fossilizzazione del materiale plastico proprio sulla plastica.

Il pianeta è pieno di plastica, anche nei luoghi più remoti e lontani dall’antropizzazione umana. Ci sono isole più o meno grandi, che si sono formate nei mari e negli oceani, da quello Indiano all’Atlantico, dal Pacifico al Mar Mediterraneo. Discariche galleggianti (le più note, South Pacific Garbage Patch tra Cile e Perù, Great Pacific Garbage Patch tra Giappone e Hawaii, North Atlantic Garbage Patch nell’Oceano Atlantico) in cui riconoscere il simbolo della decadente società contemporanea e il destino della sua rovina. La plastica prodotta è diventata la deriva di un’economia consumistica adottata come modello dominante, tra desideri indotti (attraverso pratiche manipolatorie di persuasione) ed evidenti conseguenze. Limitarne la produzione significa cambiare i paradigmi e gli schemi di (sovra)sviluppo, introducendo sistemi di economia circolare e investendo nelle scienze dei materiali, per evitare di esserne soffocati. Siamo immersi in un universo di plastica che si insinua nell’ambiente terrestre, nell’atmosfera, e nel mondo acquatico. In tutti questi habitat il contatto con le plastiche e le micro-plastiche influisce non solo sul ciclo alimentare delle specie non umane, ma anche sull’uomo. Studi recenti hanno dimostrato come siano presenti particelle minuscole di plastica nel sangue e negli organi di entrambi.

Siamo costituiti da micro-plastiche per via di processi simbiotici, e in un futuristico domani, potremo essere come le bestie di Chiamenti. Ecco qui aprirsi uno scenario in cui la simbiosi tra gli esseri conduce inevitabilmente (per via di un contatto e di una relazione) a uno stato di simbiogenesi con nuove formazioni molecolari, batteriche e organiche. La base teorica attinge al pensiero del botanico russo Konstantin Mereschkowski prima, e a Lynn Magulis poi, con l’identificazione degli olobionti. In occasione della mostra Holobiont Rhapsody, il nuovo mondo di Stach Szumski e Francesco Pacelli (eastcontemporary, 2021) gli artisti raccontavano il proliferare di tribù microscopiche sulla tela, e di mutanti presenze, all’interno di un ambiente infestato da singolari associazioni:

“Nel quadro teorico elaborato quasi una quarantina di anni fa da Lynn Margulis2, l’holobiont-olobionte identifica un organismo ospite e il suo microbiota, ovvero i microrganismi che convivono in un sistema di relazioni reciproche, di simbiosi o di mutualismo, concetto, quest’ultimo, elaborato da Pierre- Joseph Beneden3”. [2] 

L’anatomia delle strutture di Giovanni Chiamenti è l’esito di incorporazioni di potenziali forme di vita. Esemplari unici frutto di una coesione tra corpi, biologie, esperienze e avveniristiche interpretazioni. Elementi che inglobano nelle loro anatomie soluzioni ingegnose, grazie a batteri, larve, funghi e meduse in grado di mangiare la plastica. L’artista si pone un interrogativo sulle possibilità delle relazioni future a partire da un processo interspecifico che avviene già in natura. Nella ricerca Interspecies Kin analizza l’unione di animali e piante, ispirandosi a un gasteropode marino Elysia Chlorotica. Un mollusco o lumaca di mare, a forma di foglia, di colore verde e fotosintetico, in grado di mangiare le micro-plastiche presenti nelle alghe. Chiamenti parte da un assunto scientifico per ipotizzare prototipi che nulla hanno di riconoscibile nel reale, che vivono nell’immaginazione. 

Le sue ceramiche colorate hanno fogge non codificabili, cui associa del materiale termoplastico che diventa struttura portante del suo nuovo bestiario. In opere precedenti come HORECA3000 li chiude in un refrigeratore per conservarli nel tempo. Mentre nella serie Origo Flexuosa, come nella più recente produzione Metabolize! Phagacytize!, l’elemento acqua diventa fondamentale restituzione di un elemento originario: creature che nascono dai fondali e che sono metaforicamente restituite all’acqua. L’artista ragiona intorno al concetto di kin (la traduzione più vicina è parentela). Riprende il pensiero di Donna Haraway ampiamente esposto in “Chthulucene, sopravvivere su un pianeta infetto” saggio del 2019 [3], che fonda la sua tesi intorno al mondo tentacolare in cui viviamo. Un territorio reticolare costituito da interconnessioni tra specie, da legami e parentele (interspecifiche) che consente una visione olistica del mondo (olos, dal greco, totalità); non come parti distinte o destinate a una cerchia ristretta, ma piuttosto come un insieme organico di un unico elemento che per funzionare deve stare in equilibrio collettivo. Le parentele di Chiamenti sono raccolte in un archivio visivo, in cui l’olobionte (l’ospite più l’ospitante) diventa il prossimo abitante di un pianeta, che forse di umano non conserverà nulla. 

Quali specie abiteranno il domani? Possiamo lasciarci suggerire prospettive transumane, tra i cyborg e i mostri di Donna Haraway. Oppure lasciarsi affabulare dagli esiti proposti dall’”antropotecnica” formulata dal filosofo Peter Sloterdjik, e anticipata ne “Il nuovo Mondo” (1932) di Aldous Huxley e ne “La singolarità” (2012) di Ray Kurzwell. Possiamo rimanere affascinati dai misteriosi corpi di Chiamenti: lucidi corazze emerse dai fondali che rivelano particolari di una natura trasparente e cristallina, che nel tempo si è incorporata. Qualunque sia l’immagine che vogliamo costruirci, è certo che il concetto di ibridazione sarà l’anello di congiunzione con il futuro. Un avveniristico territorio costituito da forme a oggi ignote, che per l’artista sono il frutto di un’intelligenza interspecie, capace di utilizzare tecniche e strategie di sopravvivenza. 

Nel testo proposto da Treti Galaxie dell’umano non vi è più traccia. Longrich non esclude una sua possibile estinzione. Potrebbe scomparire o essere sostituito. Solo una mente perfettamente lucida e distaccata, scevra da qualunque emotività, affermerebbe che questo può rappresentare un bene per il pianeta e per le specie. L’avventura umana dà dimostrazione quotidiana di quanto l’uomo sia il predatore più pericoloso, anche per sé stesso. Un invasore che aderisce a modelli espansionistici e colonialisti, per dirla alla Bourriaud [4], soprattutto là dove le società sono più progressiste e industrializzate, fagocitando ideologie e dogmi occidentalocentrici. Eppure, ci sono luoghi ai quattro angoli del mondo che mostrano le meravigliose possibilità di una relazione con gli altri, i non umani, i non noi. Relazione che si fonda su una concezione paritetica, in cui l’uomo e l’altro sono svincolati da dinamiche gerarchiche (frutto di un pregiudizio culturale etnocentrico). Relazione in cui i rapporti si basano sul rispetto e sulla coabitazione, e sul principio di reciprocità. 

A cura di Elena Solito

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[1] E. Solito, In principio era il mare, poi arrivò la terra e alla fine le orme dei dinosauri. Viaggio alle origini con Vibeke Mascini, Formeuniche Fondazione Arnoldo Pomodoro, Pubblicato 9 Gennaio 2023
[2] E. Solito, Holobiont Rhapsody, il nuovo mondo di Stach Szumski e Francesco Pacelli da eastcontemporary, Formeuniche, Pubblicato 25 Gennaio 2021
[3] D. Haraway, “Chthulucene, sopravvivere su un pianeta infetto”, Nero Edizioni 2019
[4] N. Bourriaud, Inclusioni. Estetica del capitolocene, postmediabooks, 2020


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