Lo-Fi Screen

Francesca Consonni, L’enorme conca

Lo-Fi Screen è un raccoglitore di paesaggi con informazioni di frequenza basse o assenti, superiori a 10 kilohertz. Ogni ultima domenica del mese, la visuale si apre su opere di giovani artisti accompagnate da un racconto realizzato da Cecilia Angeli. La narrazione testuale diventa così una deriva ulteriore della narrazione visiva; l’opera d’arte e il testo vanno a coincidere, funzionando come un corpo unico, uno scenario intermittente da guardare dietro a uno schermo. Le interferenze sono incluse nel paesaggio; qualsiasi rumore o disturbo analogico ne conferma gli intenti, deliberatamente disarmonici.


——//////__


28 febbraio, 2021

CERIMONIA DI CHIUSURA

L’ASPETTO DELL’ALCE È CURIOSO, BUFFO QUASI. IL MUSO È GRANDE, LE ZAMPE SONO SPROPORZIONATE, IL COLORE DEL MANTELLO È BRUNO-GRIGIO A SECONDA DELLE STAGIONI.
La guida turistica insegna mentre ci aggiriamo tra le conifere e crediamo di essere dentro un documentario, ma verso la fine, poco prima dei titoli di coda. Se riavvolgessimo il nastro a tre giorni fa, mentre ci salutavamo camminando all’indietro e ci allontanavamo in aereo dal Canada, potremmo soffermarci sui nostri volti: una decina di parenti che concordano unanimi di acquistare il pacchetto viaggio safari, versione occidentale.
L’ALCE SOPPORTA CLIMI RIGIDI CIBANDOSI DI PIANTE ACQUATICHE, GERMOGLI E CORTECCE; PER AVVERTIRE IL PERICOLO UTILIZZA PRINCIPALMENTE L’UDITO E L’OLFATTO, LA VISTA È MENO EFFICIENTE. Continua la voce riecheggiando tra le foglie filiformi e gli acquitrini che si aprono sotto i nostri piedi. I miei sono i più piccoli di tutto il gruppo, le mie tracce sono ridotte. Mi compiaccio per una volta delle mie misure a malapena riconoscibili, minime per invadere il territorio dell’alce.
COME SPESSO SUCCEDE, LA PERCENTUALE DI UN INCONTRO RAVVICINATO CON UN ALCE, DURANTE QUESTE ESCURSIONI, È ALTA MA NON ASSICURATA.
Questo ci costringe a rientrare al rifugio, lasciando l’illusione dell’incontro negli intervalli che separano una conifera dall’altra, per tutta la distesa della Taiga. Io attendo l’alba e mentre tutti ancora dormono, metto in atto il mio piano in punta di piedi, stratificando il mio corpo di un manto di vestiti. A passi sostenuti, ripercorro senza errori di distrazione il tragitto del giorno appena trascorso con la guida turistica. La lontananza dal rifugio cambia il mio modo di vedere il cielo, si assottiglia tra le fronde severe a tal punto che queste mi divorano e ingeriscono in una sola battuta. Precipito nella gola della Taiga. Tra i suoi tessuti famelici, le mani indugiano cercando appigli per fare attrito e fermare la mia assimilazione all’interno del verde, invano. È nella profondità delle conifere e del muschio, dove tutto è insonorizzato, che riesco a scorgere due figure: sono una donna e un uomo intenti a sollevare da terra i corpi leggeri e privi di vita degli alci. Li seguo a loro insaputa e mi conducono nel loro studio, una sala fiorita di petali e vegetazione; un giardino rigoglioso incastonato in una foresta quasi sterile. I due giovani raccolgono con cura e rispetto i migliori petali, aggiungono ornamenti e incensi. Diffondendo profumo ovunque, depositano le decorazioni sui cadaveri stesi sul tavolo, enormi alci in riposo definitivo. Questi vengono studiati al fine di indovinare la composizione più armoniosa per scattare una sequenza di fotografie. Attraverso la rappresentazione della loro ultima cerimonia, gli alci tornano nella loro imperitura interezza a confessare il desiderio di esistere. Non più carne, ma tessuto sintetico. Non più pelo, ma merletto. Come se l’alce non fosse mai stato ossa, ma perle e pietre preziose. Lì, nella pancia verde della Taiga, tra i flash rossi degli scatti, capisco che quel giorno non incontrerò nessun alce. La vedo, impressa nei rivoli di fanghiglia, la sua immagine inflessibile, con i palchi squadernati e la neve che fiocca ostinata dentro le sue pupille. L’alce rumina l’erba e se ne va, monumentale ma di una consistenza quasi gassosa, si disperde nel giro di pochi secondi nella sferzata di aria gelida che sento addosso. Il nostro incontro è già avvenuto e si è calcificato nella memoria ossea di un cervide. Se i miei ricordi risiedessero in uno di quei corpi manieristi, inclini a essere eternizzati nella loro ultima foto, so già che non sarebbero i miei. Il corpo dell’alce che contiene la mia memoria si è fermato sul giaciglio di una strada, disarmato senza sepoltura e cerimonia di chiusura. Un fiume gli scorre vicino, e lì apro gli occhi. Sopra, una fessura di cielo scarabocchiata da un horror vacui di foglie sempreverdi.



previous arrow
next arrow
Slider


Monia Ben Hamouda, Exhaust, 2018 – Acciaio, silicone, pigmento, cera, resina, gesso, acqua; 110x110x20cm, Collezione privata – Courtesy l’Artista.

Monia Ben Hamouda (Milano, 1991) è un’artista visiva italo-tunisina. Ha conseguito una laurea in Arti Visive (Scultura) presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano ed è vincitrice del premio DUCATO per l’ Arte Contemporanea 2020 (menzione speciale). È stata Visiting Professor presso la Hochschule für Bildende Künste Dresden (2021) e  membro della giuria del Film Maker Festival, Milano (2014). Il suo lavoro è stato esposto presso: Bungalow! by ChertLüdde, Berlino (UPCOMING 2021); Pols space, Valencia (UPCOMING 2021); Belinskej Model, Prague (UPCOMING 2021); Museo Pecci Prato e 101 Numeri pari x Treti Galaxie, Roma (2020); Istituto Svizzero x Museo Civico di Scienze Naturali, Milano (2020); ADA, Roma (2020); Gallery CC, Malmö (2019); Alios 16ème Biennale d’Art Contemporain, La Teste-de-Bûch (2019); Galerie Valeria Cetraro, Parigi (2019); Alta art space, Malmö (2019); Et.al gallery, San Francisco (2018); Universitätssammlungen Kunst Dresden, Dresden (2017);  Marselleria Permanent Exhibition, Milano (2017); Werkschauhalle Leipzig, Leipzig (2017); Ginny Projects, London (2017); The Wrong – Digital Art Biennale, Hong Kong (2017); OJ , Istanbul (2017); Milano Film Festival, Milano (2016); Viafarini DOCVA, Milano (2014).


——//////______


31 gennaio, 2021

SOUVENIR

T. è davanti a un arsenale. Frantumi di gesso cosparsi sul pavimento in cambio di armi ben riposte. La sua attenzione si divide tra il disastro che ha combinato e il sottofondo che sente provenire dall’appartamento accanto. Un aspirapolvere diffonde un suono continuo, intercalato da qualche singhiozzo, non è fastidioso ma non dovrebbe esserci. T. è chino davanti a quei detriti disomogenei come a una reliquia da pregare, solo perché a pezzi.

S. aveva sentito una vibrazione fortissima e poi il freddo liscio del pavimento. Datemi uno specchio, pensa. A tal punto smania di sapere come appare agli occhi di T. che, chino davanti a lei, è sul punto di fare qualcosa controvoglia. T. si mette comodo per prendere i cocci uno a uno. Preferirebbe non aver rotto la statuina; non per la statuina in sé, ma per l’obbligo che ha ora di ripulire. Gli altri soprammobili sono ancora intatti, ci passa sopra lo sguardo. Tutto è come prima, gli suggerisce la visuale: il posacenere quasi vuoto è la pista di atterraggio di piccole imperfezioni permanenti, al margine di altri souvenir di posti esotici, senza starne a precisare i confini. Il colpo ha demolito solo la statuina. S. si trovava più esposta, tutta al lato destro del mobile, sentiva gli spostamenti d’aria di T. quando passava, mai aveva temuto di essere travolta un giorno, da quelli. T. prende in mano un coccio, ripensa alla statuina nella sua interezza. Lo stupore di non associarle nessun ricordo lo assale. Si mette alla prova: sceglie a caso uno dei soprammobili ancora intatti e cerca di ricordare almeno un dettaglio. Un nome, una direzione, un indizio. Funziona. Lo ripete così con tutti gli altri souvenir e la sua memoria scatta all’occorrenza. La statuina rimane smemoriata. Come se fosse sempre stata amemoriale. Mani, polveri, neon, variazioni di temperatura: T. recupera la storia delle immagini che gli sembra di aver conservato fino ad allora. Srotola le traiettorie che lo conducono alla statuina come fossero pellicole consumate. Tutte cieche da quanto sono bianche. Così come il suo sguardo. Per ogni frantume che ripulisce da terra, l’immagine del ricordo della statuina pare scolorarsi ancora di più, come scoprire chissà quanti strati di bianco dietro al bianco. T. raccoglie gli ultimi pezzi rimasti a terra e li depone sulla paletta per buttarli via. È un cortocircuito, ma candido, di un bianco irreversibile. L’assenza costante del ricordo concentrata in due o tre millimetri kitsch. Va verso la cucina con gesti meccanici, apre il secchio e rovescia tutto dentro, guardando uno per uno quei frantumi scendere a pioggia nel fondo nero, senza pensarci ancora. S. è lì nella profondità del secchio, masticata dal buio ma contornata di luce propria. Una luce naturale nella tarda mattinata di domenica; in una galleria senza traffico, con la strada liscia e materna, l’illuminazione artificiale trascurabile e le montagne alla fine, appena fuori il tunnel. Poggiava sul sedile accanto a T.

T. non è il primo e neanche l’ultimo. I ricordi sono ancora intrappolati nelle statuine di gesso in fondo alla spazzatura in cucina.



previous arrow
next arrow
Slider


Clarissa Baldassarri, Ricordo mobile di un fermo immagine, 2020 – Courtesy Gian Marco Casini Gallery, ph Francesco Levi

Clarissa nasce a Civitanova Marche nel 1994.
Dopo aver studiato Decorazione presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata, inizia le prime sperimentazioni con la foglia PET e il plexiglass. Realizza una serie di lavori tra cui Limite cieco, opera che nel 2017 vince il Premio d’Arte Quarelli entrando a far parte della collezione permanente del Parco di Roccaverano. Nello stesso anno, il trasferimento a Napoli e il percorso di studi in Scultura presso l’Accademia di Belle Arti contribuiscono a influenzare il suo lavoro permettendole di sviluppare il progetto Eikona. Esposto nella sua prima personale presso la Galleria GMCG di Livorno nel 2018, consiste in una serie di altarini ed edicole votive orientate a problematizzare il fenomeno dell’idolatria dell’immagine. Una delle opere presentata in occasione della stessa mostra, Sindone n°2, vince il Premio Speciale Art Tracker del Combat Prize 2019. Si dedica poi ad Ausiliare, il suo progetto di tesi specialistica, una mostra personale curata da Marianna Agliottone e Rosaria Iazzetta nella Chiesa di San Giuseppe di Napoli.
Negli ultimi anni Clarissa inizia a sperimentare tecniche digitali servendosi di strumenti di misurazione scientifica come il fonometro. Con l’opera Sound data logger ottiene la Menzione Speciale Arte Accademia del Ducato Prize 2020. Nel settembre 2020 è tra i 20 artisti selezionati per il progetto Una boccata d’arte a cura di Fondazione Elpis, con il sostegno di Galleria Continua.
Ha inaugurato recentemente la seconda personale “Entropia” nella galleria GMCG.


——//////__


Cecilia Angeli (1995) vive e lavora a Milano. Si è laureata in Arti Visive e Studi Curatoriali in NABA con una ricerca sugli spazi d’arte indipendenti, suo oggetto di indagine e di ricerca. È interessata ad approfondirne le pratiche e le politiche, preferendo contesti giovani e multidisciplinari. Collabora con Forme Uniche e scrive racconti brevi con l’obiettivo di creare un formato permeabile in cui la scrittura e le arti visive si attivano e si corrompono a vicenda.