L’isolamento della specie: NICOLA GOBBETTO con FILLER da DIMORA ARTICA

Se la cultura è un processo di fabbricazione dell’uomo, il corpo ne è di conseguenza il luogo di quella costruzione antropopoietica, teorizzata dall’antropologo Francesco Remotti, che contribuisce al formarsi della sua identità. Un’identità che oggi si appresta a essere formalizzata attraverso connessioni liquide, all’interno di quel villaggio globale1 che ne garantisce e ne certifica la presenza.

Per Nicola Gobbetto (1980, Milano) le dinamiche di costruzione dell’io, le relazioni che intercorrono tra i soggetti sociali, l’incomunicabilità tipica che si riflette nella società virtuale, la ricerca della bellezza estremizzata, sono temi attuali che trovano una rappresentazione attraverso i diversi linguaggi che contraddistinguono i suoi lavori, con opere scultoree, assemblaggi e prodotti digitali.

FILLER è la mostra milanese ospitata e curata da Dimora Artica, accompagnata da un testo di Carlo Prada che concentra in poche righe le relazioni fluide e il loro scivolare nell’oblio della rete. Un titolo esaustivo e paradigmatico di una società ossessionata da effetti di “riempimento” reale che agiscono direttamente sul corpo ma anche in quelli che sono gli spazi della nuova socialità, che offre esperienze tipiche di un consumo usa e getta.

L’operazione di prelievo dalla tradizione iconografica della scultura classica è occasione per una riflessione sul corpo e le sue trasformazioni. In You can fix it if it’s broken, but you can still see the crack si manifesta nella bidimensionalità dei collage digitali con immagini ingrandite e corredate da cerotti colorati che evidenziano fratture e crepe della materia, emblema degli errori e della fragilità umana; il tentativo di nasconderli li rivela al medesimo tempo, senza possibilità di cancellarli. Ma è nell’intero impianto compositivo della mostra che si rievoca il passato attraverso “La tempesta” di Giorgione (circa 1502-1503), in cui un paesaggio veneto è raffigurato appena prima dell’evento, mentre nel cielo appare un fulmine. Un uomo e una donna che allatta un bambino si trovano opposti e separati da un fiume. Il dispositivo scenico usato per il display coglie nella distanza tra i personaggi del quadro la stessa che caratterizza le relazioni che si sviluppano attraverso i canali fluidi. Le opere minimali simboleggiano i genitali maschili e femminili o “attrezzi ginnici” (Gobbetto), posti uno di fronte all’altro e sottratti all’isolamento del dipinto. La paletta cromatica anni Ottanta, come ci racconta Nicola Gobbetto, “va dal rosa Schiapparelli, che diventerà il colore delle scatole delle Barbie della Mattel, al blu dei giocattoli maschili”, quello stesso rosa shocking di Elsa Schiapparelli che è stato proposto, per la prima volta, sulla confezione del suo profumo Shocking, appunto, che raffigurava, guarda caso, il busto di una donna.



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Le opere, nell’estrema sintesi della loro resa, sono separate da un fiume-schermo costituito da una lingua azzurra di materiale sintetico ricco di icone di diverse dating app prelevate dalla rete. Strumenti complici di un’iniziale distanza fisica che sottraggono l’uomo alle emozioni pure e all’incognita dell’incontro reale, che dilatano le possibilità dell’esperienza (anche sessuale) spesso limitandola a un sistema di mercificazione. Una distanza alimentata dalla paura dei legami duraturi e stabili costruiti con sacrificio, a favore degli amori liquidi teorizzati dal sociologo Zygmunt Bauman2.

In questa vetrina che ci mostra con ironia e razionalità il nuovo vocabolario fatto di icone e simboli, espressione sintetizzate di fast-lover e sempre più self-oriented, una veneziana socchiusa è forse segno di un rinnovato voyerismo (a cui la rete ci ha abituato) e monito (crudele) con la scritta Get Out!. Una conferma alla rapidità delle relazioni che soddisfano un bisogno-desiderio immediato come conseguenza di un consumismo emozionale e emotivo.

Sulla parete un neon-fulmine lampeggia a intermittenza potenziata come un flash che, senza possibilità di sottrazione alla sua visione, ci catapulta immediatamente in quel luogo dal rigore quasi chirurgico. Una parola non casuale che riflette sulle icone dei nostri tempi: Botox e Filler le cui parole abbreviate diventano candide sculture su plinti, esempi di un rinnovato “classicismo” che cerca di dare forma (reale) ai corpi. Totem di un nuovo culto (dell’immagine) a cui il gruppo-clan, tipico soggetto degli studi antropologici, si rivolge con riti iniziatici (esposizione nelle nuove piazze virtuali, centri della nuova socialità) e sacrifici (blefaropasltica, rinofller, mastoplastica). Un rituale, espressione di una cultura che trova forme di rappresentazione alternative a quelle tradizionali, attraverso una sovraesposizione del sé e un edonismo estremizzato, necessario alla sopravvivenza di una nuova specie “umana” riprodotta in serie. Una serialità che innesca un meccanismo di approvazione attraverso un perverso dispositivo di gratificazione con banalissimi like.

La lucida narrazione estetizzata della contemporaneità, in cui guardare l’uomo e le sue evoluzioni formali e culturali, ci viene offerta attraverso lo sguardo dell’artista che non esula da ironiche ma raffinate denunce a una società bulimica e egocentrica. Frutto di una casualità temporale, la mostra diventa anche interprete di una situazione contingente che impone una distanza fisica necessaria alla riduzione del contagio in corso (da Coronavirus). Una distanza e un isolamento che sembrano aver risvegliato un rinnovato desiderio di contatti e di socialità di piazza reali che dovranno attendere per essere vissuti pienamente.

Da una sponda all’altra. Dialoghiamo così. Separati da un filtro schermo così sottile, impenetrabile e illusorio. Cosa di più facile che nascondersi dietro un liquido paravento?” Carlo Prada

Elena Solito


1) Marshall McLuhan, Understanding Media: The Extensions of Man, pubblicato in Italia nel 1967 da Il Saggiatore, Milano.
2) Zygmunt Bauman, Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi, Collana economica Laterza, 2018.


Nicola Gobbetto

FILLER

24 febbraio – 30 marzo 2020

DIMORA ARTICA – Via Dolomiti, 11 – Milano

www.dimoraartica.com

Instagram: dimoraartica


Caption

Nicola Gobbetto, Filler – Exhibition view, Dimora Artica – Courtesy and photos the artist and Dimora Artica, Milano