Oggetti d’amore. The Adventure of Lindsay the Love Doll

Neanche a farlo apposta, l’uscita di questo articolo cade poco prima di San Valentino e il lavoro di Alessio (“Cap”) De Gottardi parla proprio d’amore, anche se inconsueto perché la protagonista – Lindsay – non è una persona in carne e ossa bensì una bambola gonfiabile. Alessio, architetto e performing artist, la incontra in un sexy shop a Buenos Aires ed è subito feeling. Lindsay diviene il fulcro di un articolato e lungo progetto, durante il quale Alessio le riserva amore e attenzioni: vestendola, portandola in viaggio, condividendo esperienze e nuovi incontri. Sicché dall’Argentina comincia un pellegrinaggio che dura un anno; prima tappa: la Cina, per visitare la fabbrica dove Lindsay è nata. Da Buenos Aires i due partono alla volta del Cile, dove si imbarcano su una nave portacontainer verso Shanghai. Viaggiano poi per quasi 200 miglia a sud, fino a Yiwu, nella prefettura di Jinhua, dove Lindsay ha modo di visitare il suo luogo d’origine ma l’esperienza non termina qui e la coppia prosegue in direzione del Giappone. 

The Adventure of Lindsay the Love Doll diventa il titolo di un film e di una fanzine che raccontano, rispettivamente su pixel e su carta, questo cammino tanto bizzarro quanto profondo. Ad alcuni potrà sembrare perverso o eccentrico, forse feticista; sotto certi punti di vista è però un racconto intimo e delicato. Molto è già scritto nell’introduzione del magazine circa i significati di questa avventurosa performance, invitando a riflettere su più argomenti: dal nostro rapporto con gli oggetti alla globalizzazione di cui siamo impregnati, dai sentimenti amorosi alle ossessioni feticiste e al narcisismo. Tuttavia, l’esperienza di Alessio e Lindsay può insegnare semplicemente ad amare e a lasciarsi sorprendere da eventi e incontri. 

Le interpretazioni ambivalenti si riflettono nella fanzine stessa, che mostra una facciata camp, giocosa e commerciale, e un interno più grafico, rigoroso e stilizzato. Si passa così dalla cover pop, cheap e plasticosa – rosa e giallo che contrastano armoniosamente – all’impaginato vero e proprio, dove font e impianto grafico sono chiari e funzionali. Il colore rosa è mantenuto un po’ ovunque, un fil rouge che ritorna in alcuni titoli, nei blocchi di testo e nelle immagini retinate su cui si appoggiano i fotogrammi tratti dal video.

Se non si leggono i testi introduttivi, andando direttamente a sfogliare il diario fotografico, non si matura necessariamente l’impressione di una performance artistica densa di rimandi. Sembra piuttosto un reportage festoso e divertente, a tratti più serio, dove Lindsay costituisce un elemento estremamente naturale. Approfondendo si concretizzano invece particolari stati d’animo, oggettivando sensazioni quali timore, rifiuto, attrazione, allegria.

Nella nostra società si parla molto di ‘oggettivazione’ anche in termini negativi, riferendosi a un processo potenzialmente dannoso in cui l’altra persona è vista e trattata alla stregua di cosa. In questo senso il termine sottintende una valenza negativa e problematica, inquinando e corrompendo la natura delle relazioni umane sane. Questo fenomeno può avere connotazioni sessuali, come accade ad esempio nei corpi-oggetto mostrati in certe pubblicità, ma può riguardare più in generale le dinamiche sui social media, il mondo del lavoro e le relazioni di potere. L’oggettivazione è latente in qualsiasi rapporto umano; senza considerare i pensieri e i sentimenti di chi ci sta davanti, si spegne di fatto l’empatia neutralizzando la sensibilità verso le emozioni altrui.

Eppure il caso di Lindsay è antitetico: qui è il prodotto, personalizzato, a divenire oggetto d’amore. A ben vedere non è poi così raro: alcuni di noi si legano a determinati oggetti al punto da sviluppare per loro un grande affetto, altri persino una dipendenza patologica. In psicologia si definiscono ‘oggetti transizionali’ cose o fenomeni iper investiti che assumono un’importanza vitale degenerando talvolta nel feticismo. Un discorso che riecheggia certe puntate della serie Io e la mia ossessione, ma è davvero così snaturato provare amore per qualcosa che non sia una persona in carne e ossa? 

Per definire il piacere raggiunto dal masochista, lo scrittore austriaco Leopold von Sacher-Masoch impiega il termine übersinnlich (extrasensoriale, sovrasensibile) descrivendo un appagamento che travalica i limiti della percezione e della sensibilità ordinari. I protagonisti tracciati da von Sacher-Masoch trascendono la realtà abituale per affacciarsi su un diverso stato mentale. Anche Alessio oltrepassa le convenzioni riversando affetto su una bambola progettata per l’amore fisico: una connessione emotiva che invita a riflettere seriamente. L’atteggiamento di Alessio è contagioso e la compagnia di Lindsay viene per lo più gradita; tuttavia non da tutti è accolta con favore e, per esempio, la polizia di Shanghai esprime alcune rimostranze durante una ripresa. Anche in Giappone la Love Doll cattura subito l’attenzione, questa volta positivamente e invece di sequestrarla o allontanarla, gli abitanti la accolgono con rispetto. 



Cominciamo con il tuo pseudonimo, ‘Cap’. Che cosa significa? 

È l’abbreviazione di ‘Capitano’, un soprannome datomi ai tempi del liceo quando ero patito di barche e di vestiario marittimo; difatti indossavo sempre il tipico berretto da capitano navale! Per la mia performance con Lindsay ho voluto usare un alter ego per evidenziare che si trattava di un esperimento. Al contempo desideravo mantenere un nome famigliare nel quale potevo identificarmi ed essere riconosciuto.

Ho trovato toccante il fatto che hai condotto Lindsay alla fabbrica da cui proveniva. Così facendo – secondo me – le hai attribuito davvero un’anima e una personalità. Come nasce questo progetto?

Dalla mia curiosità per il mondo globalizzato e consumista in cui viviamo. Ho sviluppato una forte sensibilità verso questo tema, cadendo comunque io stesso nell’inevitabile trappola che comporta; tutti compriamo articoli provenienti da altri continenti, non rendendoci conto fino in fondo di cosa nasconda tale circuito. Per questo motivo mi è venuta l’idea di investigare un prodotto e risalire alla sua fonte, riflettendo sulla relazione tra essere umano e articolo industriale. Ho scelto una bambola gonfiabile così da addentrarmi nell’ambiguo, dove i confini tra oggetto e soggetto sfumano; esistono infatti persone che si innamorano davvero di bambole, altre invece che le utilizzano quotidianamente come farebbero con un frullatore. Per quanto convinto della mia scelta, avevo anche paura che si potesse fraintendere le mie intenzioni: evocando un oggetto fortemente connotato, qualcuno avrebbe potuto accusarmi di sessismo. 

Molte persone ti hanno assistito nel tuo esperimento, dalle interazioni con Lindsay alla messa a punto del suo vestiario, fino alla stampa della fanzine e alla messa online del sito web. Che valore ha l’aspetto collaborativo per te?

È fondamentale. Almeno per quel che mi riguarda, credo che i grandi progetti non possano essere mai portati a termine da soli. Certamente ho curato e supervisionato io tutto il lavoro, ma questo ha potuto svilupparsi solo grazie agli incontri e ai contributi. Il primo giorno della performance ancora non sapevo esattamente chi mi avrebbe accompagnato nel viaggio; allora chiesi a due amici di Buenos Aires di venire con me in un sex shop, dove li avrei filmati e fotografati durante l’acquisto di una bambola gonfiabile: la scelta cadde ovviamente su “Lindsay the Love Doll”.
Durante i mesi seguenti i ruoli attivi si sono avvicendati ripetutamente. Ho spesso documentato io le interazioni tra Lindsay e chi incontrava ma è anche successo il contrario, cioè che chiedessi ad altri di farlo. Lo stesso è accaduto per gli abiti: oltre ad acquistarne di già pronti, ho ingaggiato un fashion designer di Buenos Aires, Bruno Chavez, per confezionare apposite creazioni. Terminata la performance, le collaborazioni sono proseguite per progettare e stampare la fanzine, programmare la pagina web e post produrre il girato.

Quindi non hai sempre filmato tu durante il viaggio. Questo ti ha permesso di documentare con più agio ogni momento e poi operare una selezione dei punti salienti?

La maggior parte delle riprese è mia. A Shanghai ho avuto la fortuna di essere accompagnato da Yu Ma, un amico cinese che ho conosciuto mentre studiavo all’ETH di Zurigo e con cui avevo già collaborato per una serie di cortometraggi. Purtroppo non sono stato in grado di documentare tutto ciò che avrei voluto; per la maggior parte del tempo ero solo e concentrato sull’azione, quindi frequentemente impossibilitato a filmare o fotografare. Col senno di poi, mi rendo conto che avrei dovuto farmi aiutare più spesso, riservando piuttosto le mie energie al making of. Non a caso una delle mie scene preferite mi vede davanti alla telecamera: è stata filmata a Shanghai, dove discuto con la polizia che mi allontana per il “fastidio” arrecato in uno spazio pubblico.

Parlando della fanzine, questa esibisce una copertina dal sapore decisamente commerciale e kitsch, in linea con il prodotto che hai scelto come protagonista dell’azione. All’interno – in particolare nel diario di viaggio – l’impianto grafico si mostra invece più pulito e sobrio. A cosa si deve questo dualismo?

L’idea alla base dell’intero progetto consiste nella scissione dell’oggetto, da quello che è a quello che potenzialmente può diventare: un’intenzione che si riflette nel cambiamento grafico che descrivi. La fanzine è stata progettata da Filippo Colombo (alias stay.dirty), che sulla cover ha ripreso appunto la grafica del packaging. Il colpo d’occhio iniziale è avvenuto infatti con la confezione, appoggiata sullo scaffale del sex shop argentino; quell’immagine ha caratterizzato solo il primo incontro e perciò viene citata in copertina. All’interno del magazine Lindsay è rappresentata come una persona, coerentemente con la performance; indossa vestiti e mi accompagna dappertutto, perdendo progressivamente le sue connotazioni erotiche e sessuali. In sostanza non volevo squalificare il progetto performativo con una grafica troppo ingombrante e per questo si è scelto un layout più pulito lasciando il giusto spazio a fotografie e testi. Diversamente (applicando in toto il mood della cover) non credo che il risultato sarebbe stato ugualmente efficace.

Il lavoro esplora e investiga le relazioni tra persone e oggetti. Verrebbe da pensare a una forma di feticismo ma, approfondendo il tuo viaggio, questo rapporto assume persino connotati romantici. È mutato il tuo stato d’animo dall’inizio alla fine dell’esperimento? Se sì, in che modo? 

In principio il mio interesse per Lindsay era più razionale, dedicato a coreografare l’azione per così dire. Col tempo ho maturato emozioni più eterogenee e personali sia per Lindsay sia nei confronti di altre persone e questo mi ha dato la forza di proseguire anche nei momenti difficili. In un anno accadono tante cose; amicizie e amori sbocciano e sfioriscono, insorgono problemi di salute e si alternano numerosi stati d’animo: euforia, rabbia, rancore, felicità, ostilità, gratitudine. Quella da me instaurata con Lindsay è sicuramente stata una relazione dalle sfumature romantiche e in quanto tale l’ho trattata come parte del mio nucleo famigliare. Dovevo proteggerla da pericoli esterni perché a volte veniva trattata senza rispetto, quasi fosse un prodotto monouso. Ovviamente sotto certi aspetti lo è: di plastica mediocre e fragile, costa meno buttarla e sostituirla se danneggiata ma il mio proponimento consisteva proprio nel sensibilizzare la gente a trattarla con cura e a considerare la riparazione piuttosto che buttarla via.

Cosa ti sei portato dietro dal tuo viaggio?

Oltre a tanti incontri e nuove amicizie, la capacità di gestire con grande calma e autocontrollo le situazioni scomode. Tra l’altro ho imparato a manifestare maggiormente le mie emozioni, il che non rientrava davvero nei piani e mi ha sorpreso. Ho sempre trovato difficile esprimermi dal punto di vista emozionale – e mi azzardo a credere che sia una condizione abbastanza diffusa – ma grazie a Lindsay sono riuscito ad aprirmi maggiormente.
Ritengo che l’istruzione scolastica promuova soprattutto l’apprendimento mnemonico tralasciando l’educazione emotiva, che andrebbe invece incoraggiata. Abbiamo davvero bisogno di un mondo che permetta e favorisca la libera espressione dei sentimenti: la tristezza, il pianto, l’affetto, l’amore.

Nella fanzine, soprattutto nel prologo, la performance è descritta e analizzata principalmente dal punto di vista artistico, spiegando in parte significati e sollevando quesiti. Mi ha colpito un apparente contrasto: il fatto che tu (mi sembra) abbia vissuto questa esperienza con molta naturalezza, mentre nei testi introduttivi il viaggio è piuttosto analizzato e interpretato. Avresti pensato alla possibilità di impostare lo stampato diversamente, semplicemente descrivendo il tutto come una normale esperienza con un’amica? 

È una bella domanda. Io stesso ho percepito questo dualismo durante il viaggio, benché il progetto si sia evoluto strada facendo. All’inizio passavo molto tempo solo con Lindsay e, soprattutto in Cina, ho sperimentato lunghi momenti di introspezione. Mi sono trovato in luoghi dove nessuno parlava inglese quindi ho avuto molto tempo per riflettere su ciò che stavo facendo, a volte dubitando di tutto. Ho trovato la forza necessaria per proseguire soppesando le vere ragioni che mi avevano spinto a iniziare. “Look at the bigger picture”, si dice. Ovvero, concentrati sul quadro generale e non farti distrarre dai dettagli.
Per quel che riguarda il mio rapporto con Lindsay, sono tante le persone davanti alle quali ho potuto viverlo in modo naturale, come fosse un’amica appunto. Probabilmente molti non si immaginavano nemmeno cosa si celasse dietro al mio esperimento, taluni forse non l’avrebbero capito. Diversamente, con altri ho avuto modo di confrontarmi e approfondire le emozioni che connettono oggetti e persone. Nonostante io sia maggiormente interessato a divulgare i significati latenti della mia esperienza, seppur meno accessibili, in futuro potrei decidere di pubblicare anche un diario di viaggio: così imprimerei una svolta alternativa alla ricerca, rendendola forse più intellegibile.

In che modo si relaziona lo stampato con il documentario? Ne è un prolungamento, un complemento o un sostituto?

Le fotografie riportate nella rivista sono frame del film, il che è coerente con la mia pratica artistica interdisciplinare, tra performance, video e fotografia. Quindi – per risponderti – filmato e stampato sono complementari fra loro; penso alla fanzine come a un supporto nella lettura e nell’esplorazione della performance.I
n quanto a documentazione, mi sembra di avere raggiunto un equilibrio armonico tra testo, video e foto e il risultato finale è un’installazione: un mix di carta, immagini fisse e in movimento, senza tralasciare gli oggetti e il guardaroba di Lindsay. Non espongo mai lei per non diradare l’aura che le si è creata attorno.

A cura di Simone Macciocchi


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