Le Visioni di un oltre (Haboob) di Stefano Comensoli_Nicolò Colciago

Una pioggia di polvere e sabbia giallo rossastra, trasportata dalle correnti. Il muro di Allah, come chiamano le popolazioni arabe la tempesta, ma anche l’angelo Israfil, cacciato dal Paradiso che solleva la sabbia nel suo errare, o ancora un’altra variante racconta che annunci il giorno del Giudizio suonando la tromba, con la quale alza la polvere. Così raccontano alcune leggende orientali. Haboob viaggia con i venti sahariani, con quelli desertici (di alcune aree precise del Medio Oriente e della penisola Arabica), ma colpisce anche le regioni aride e secche (dell’Australia, del Messico e degli Stati Uniti). Nella zona dell’Africa sub-sahariana si dice che anticipi la stagione delle piogge “zenitali” estivi, utili all’agricoltura locale. 

La tempesta è reale, e si muove spaventosa come fenomeno atmosferico, ma può essere anche metaforica come quella che scorre nelle pagine di Hauruki Murakami (Kyoto, 1949), che nel romanzo Kafka sulla spiaggia (Einaudi, 2008), descrive i moti turbolenti dell’animo dei due protagonisti (il giovane Tamura Kafka che scappa per sfuggire alla profezia, che lo vede uccidere il padre Nakata): «Qualche volta il destino somiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso. Per evitarlo cambi l’andatura. E il vento cambia andatura, per seguirti meglio. Tu allora cambi di nuovo, e subito di nuovo il vento cambia per adattarsi al tuo passo. Questo si ripete infinite volte, come una danza sinistra col dio della morte prima dell’alba. […] Perciò l’unica cosa che puoi fare è entrarci in quel vento,», scrive ancora Murakami, «camminando dritto e chiudendo forte gli occhi per non far entrare la sabbia […]. Devi immaginare questa tempesta di sabbia».

Dobbiamo fare questo. Immaginare una tempesta di sabbia, guardando il recente intervento realizzato da Stefano Comensoli_Nicolò Colciago (Milano, 1990; Garbagnate Milanese, 1988) per The Open Box.  Chiudere gli occhi, come scrive Murakami, pensarsi e figurarsi in mezzo alla tempesta, per poi riaprirli e ritrovarti dentro una scatola candida. Pareti, pavimento e soffitto di un bianco latte e di fronte un muro di sabbia. Uno strano senso di spaesamento, come spesso accade in questo luogo, capace di trasformarsi proprio per via della sua natura. Siamo in un bosco come ne La prima passeggiata di Linda Carrara? Percorriamo la Terra su un sentiero di polvere di pigmento rossa di Sporgersi nella notte. Atto Primo: San Martino, di Sophie Ko? Oppure siamo catapultati in un’insolita eclissi solare, che nasce da un mare ripreso da un drone, ne Il motore delle stelle di Fabio Roncato? O ancora assistiamo alla tempesta di sabbia e polvere, con un muro che si erge imponente davanti a noi? 

Visione di un oltre (Haboob), curata da Maria Villa, ha aperto un varco verso un altrove. L’altrove (Aliter ŭbi dal latino) è il posto di cui ci interessa parlare in ANTROPOS, il diversamente dove. The Open Box rappresenta il diversamente dove. Come nel caso di Carrara, Ko e Roncato (e non solo) ha il potere di dilatare l’esperienza fisica, visiva e sensibile. Alimenta con la sua presenza la fascinazione di un fenomeno naturale (la tempesta), eppure ci restituisce quella garanzia di sicurezza nel trovarsi all’interno di uno spazio definito (il box). L’installazione operata da Stefano Comensoli_Nicolò Colciago, come ci raccontano, intende rappresentarsi come “una presenza non un ingombro”, lasciando lo spazio al centro completamente vuoto. Il box si apre e Haboob appare in fondo alla parete, ma perde ogni qualsivoglia forma e virtù minacciosa, rendendosi improvvisamente inoffensivo. Ci guarda disarmato da ogni tentativo di trappola. Addomesticato dall’uomo (gli artisti) resta immobile in quella sua nuova geografia.

L’opera partecipa a un tentativo (assolutamente riuscito) di rovesciare i piani prospettici, in cui il pavimento che ha sostenuto il calpestio di molti passi, cede e ripiega su un’azione non più motoria ma contemplativa. Il lavoro si colloca in una serie più ampia nata nel 2020. Si tratta di porzioni di pavimenti in linoleum capovolti, che diventano quadri e pitture, sottraendosi all’uso originario. In particolare, nella serie Visioni di un oltre, gli artisti prelevano da un ex sanatorio intorno a Milano i pavimenti su cui l’uomo ha camminato. Pavimenti che rimandano alla storia di un’architettura e di un luogo per la cura di malattie durante il Novecento. 

La pratica di Stefano Comensoli_Nicolò Colciago è prima di tutto fisica. In altre occasioni ci hanno parlato della necessità di instaurare una relazione con la materia: «Raccogliamo i frammenti di un tempo che sembra passare sempre più velocemente, […]». [1] Esplorano il paesaggio contemporaneo (industriale, urbano e naturale). Si muovono intorno ai “reperti” (come scrive Maria Villa nel testo che accompagna la mostra), come parte di un tempo e di uno spazio, che recuperano in quello che resta o che viene dimenticato dall’uomo. Sottraggono all’oblio pezzi di una storia per restituirla sotto altre forme, o per destinarla a nuovi percorsi. Ripuliscono le superfici lasciando che le tracce passate nascoste possano emergere. In questo modo i materiali e i residui usati per posizionare i pavimenti (cemento e colle), attraverso un lavoro di definizione delle omissioni (ignote fino a allora), diventano “un gesto involontariamente pittorico”, come sottolineano. La loro modalità di ricerca si inserisce non solo all’interno di un concetto di cura ma anche di circuito di recupero e di rivalutazione di elementi destinati all’abbandono. Un’attenzione che ha a che fare con una sensibilità personale e non solo professionale, che li contraddistingue.

È interessante riflettere sul concetto di cura applicato alla disciplina artistica. In prima istanza poiché si tratta di un aspetto fondante della stessa (in cui sono presenti elementi come cura, conservazione, valorizzazione, produzione). Ma l’arte è anche uno strumento di cura nel suo senso più strettamente terapeutico (come dimostrano i diversi studi sulla materia), tra cui le recenti “prescrizioni museali” indicate come farmaco o trattamento per i pazienti (come il progetto pilota a Bruxelles, sulla scia di quello in Québec), gli studi londinesi sull’esperienza estetica come riduttore di stress, o ancora le ricerche neuroscientifiche che dimostrerebbe l’aumento del benessere psico-fisico nella relazione con la Cultura. Per Stefano Comensoli_Nicolò Colciago la cura è connaturata nella loro prassi, attraverso un rapporto diretto con il paesaggio indagato. Un’indagine rispettosa con la storia che quei resti rivelano o che possono evocare, con le energie cui rimandano, e con la trasformazione di quelle forme. In Visioni di un oltre il pavimento (per una sorta di strano destino) proviene da un luogo destinato alla cura di malattie. Se lo studio della cultura materiale permette di capire il significato e i suoi trasferimenti, di ciò che l’animale umano ha prodotto o di cui si è liberato, il lavoro degli artisti rientra in un tentativo di comprendere l’uomo contemporaneo. 

Ma Relations of Care è stato anche il tema dell’ultima manifestazione fieristica torinese Artissima 2023, curata da Luigi Fassi, nata dalla lettura del testo dell’antropologo brasiliano Renzo Taddei, “Intervention of Another Nature: Resources for thinking in (and out of) the Anthropocene”. [2] Lo studioso analizza il modello adottato dalle comunità native dell’Amazzonia, che si fonda sulla cura di ogni elemento che gravita intorno a loro. Una prospettiva tipica di molte organizzazioni più semplici, lontana da pensieri specisti, secondo cui tutti sono soggetti (uomini, animali, piante, montagne, fiumi, ecc.). “[…] Animals have intentionality—that is, they are subjects—in ways that are akin to humans; their different bodies, which define different perspectives, prevent these subjectivities from interacting directly with each other. This means, that the human by definition cannot know the world of the jaguar”, scrive Taddei. Sono gli sciamani come Davi Kopenawa (portavoce del popolo Yanomami, in Brasile) e come l’anziano Nakata (con poteri sciamanici, nella metafora della tempesta), coloro in grado di comprendere le differenze, di superare i confini di specie e attraversare l’altrove. «Quando la tempesta sarà finita», scrive Murakami, «probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato». 

E anche noi, che abbiamo attraversato la tempesta di Stefano Comensoli_Nicolò Colciago, non siamo già più gli stessi. Accecati dal candore di tutto quel bianco, in cui l’unico punto fermo era la sabbia compattata posizionata frontalmente. Lo sguardo tornava continuamente li, cercando di raccogliere da ogni trama portata alla luce, le storie dei luoghi e di tutti i soggetti coinvolti (seguendo la visione Yanomami). Ma le storie si insinuavano in altri percorsi, suggerendo pensieri, interrogativi e molto altro ancora, perché come scrive Murakami, «[…] quel vento non è qualcosa che è arrivato da lontano, indipendente da te. È qualcosa che hai dentro. Quel vento sei tu […]».

Elena Solito

______________

[1] E. Solito, Human Crossing, In conversation with Stefano Comensoli_Nicolò Colciago, Made In Mind #24, FW 22/23
[2] R. Taddei, “Intervention of Another Nature: Resources for thinking in (and out of) the Anthropocene”, pubblicato nell’antologia Everyday Matters (Ruby Press, Berlino, 2022)

Instagram: sc__nc

Instagram: the_open_box_milano