Laurina Paperina. Duck(land) tales

Nei mondi di Laurina Paperina (al secolo Laura Scottini) si incontrano personaggi iconici della cultura pop, che l’artista ha masticato e digerito per riproporli in contesti assurdi con impresso il suo inconfondibile marchio di satira culturale. Chi altri potrebbe mescolare Homer Simpson, Jackson Pollock e il Papa? Laurina Paperina attacca e trasforma characters noti a tutti utilizzando indistintamente ogni medium, dalle fanzine all’animazione, passando dalla pittura alla street art, sempre caricando i suoi lavori di contenuti spiazzanti e politically incorrect.


Laurina Paperina vive a Duckland, una piccola città nell’universo. Come è nato il tuo alter ego spaziale?

Una delle cose che da sempre mi diverte è creare personaggi ispirati al mondo reale e non. Laurina Paperina è uno dei miei tanti autoritratti, nata più o meno nell’anno 2000 quando mi disegnavo con i piedi palmati e la testa da papera: nelle prime mostre a cui ho partecipato mi facevo chiamare con questo nickname, che poi è diventato a tutti gli effetti il mio alter ego principale. Duckland a volte esiste, altre svanisce nel nulla; diciamo che è una sorta di bolla dove mi immergo quando lavoro. Ufficialmente si tratta di un luogo disperso nell’universo ma lo si potrebbe trovare tranquillamente anche all’interno di un ristorante cinese.

Il tuo lavoro è un miscuglio esplosivo di cultura pop, citazione e satira. Ti ispiri palesemente a icone come i Simpsons, Topolino, ET e i puffi, che mescoli con personaggi tuoi. Insomma, c’è da perderci la testa.

Sono cresciuta a pizza e Nesquik; da sempre la cultura popolare è pane per i miei denti. Leggevo fanzine e giocavo ore con i video games, addormentandomi davanti alla TV mentre guardavo cartoons e B-movies. Specialmente gli horror degli anni ’80 e ’90 hanno fatto sì che venisse alla luce la mia vena splatter. Comunque anche l’arte contemporanea e del passato hanno influenzato la mia ricerca: ad esempio Bosch e Bruegel, artisti visionari del Cinquecento, sono stati fondamentali per lo sviluppo della mia recente serie Apocalypse Now, dove affollatissimi scenari apocalittici si fondono con iconografia pop e satira sociale.

In mezzo al tuo guazzabuglio di personaggi, mi trovo quasi confortato. Si tratta di characters che riconosco, eppure tu li riesci a fare in qualche modo tuoi. Lo stesso fai con le citazioni (“art must be skull, artist must be skull”, per esempio). Si tratta di omaggi o riappropriazioni con scopi diversi? Oppure, semplicemente lavori per assurdo?

Sostanzialmente mi approprio di personaggi esistenti; come tu dici, li faccio miei per modificarli, mutarli, ucciderli, trasformando un determinato carattere in altro. Un esempio concreto può essere il mio progetto How to kill the artists. In esso disegni e animazioni narrano l’ipotetica morte di artisti che, arrivati all’apice del successo e osannati dalla critica, vengono uccisi dalle loro stesse opere. È sia una celebrazione degli artisti rappresentati sia un’ironica e brutale vendetta nei confronti dell’arte contemporanea, che spesso viene presa troppo sul serio.

Dato che parli di critica all’arte contemporanea, come ti rapporti ora con quel mondo? Partendo da un contesto più underground, come hai vissuto il passaggio a pubblicazioni ufficiali?

Negli anni sono sempre stata fedele alla mia linea (come cantavano i CCCP). Cerco di portare avanti la mia personale ricerca e, come dicevo prima, posso venire influenzata sia dalle cosiddette arti “alte” sia da quelle “basse”: dalla grafica mainstream a quella underground delle zines autoprodotte, dalla musica al cinema. Guardo all’arte moderna e contemporanea ma non ho mai dimenticato la street art. È vero che ultimamente il mio lavoro si è fatto più pittorico rispetto al passato e ora dipingo molto su tela, ma provengo comunque dal disegno. Lavorare nell’autoproduzione mi ha permesso di sperimentare moltissimo: fanzine, spillette, stickers, eccetera. Nel 2015 – partecipando a un progetto curato da Guido Bartorelli, Caterina Benvegnù e Stefano Volpato – ho avuto l’opportunità di produrre Surfing with the alien, un libro-zine in edizione limitata, stampato con stampante Risograph e incentrato sugli alieni, un soggetto a me molto caro. Ovviamente quando vieni pubblicata su riviste ufficiali o in libri del settore è gratificante ma l’autoproduzione è tutt’altra cosa: non ha prezzo.

Si vede bene che non perdi di vista il mondo dell’arte. Anche il titolo di una delle tue ultime esposizioni è una famosa citazione, ma se per Goya i mostri erano qualcosa di negativo, nel tuo lavoro diventano anche figure simpatiche e positive, almeno ai miei occhi. Il “normale” sembra non far proprio parte delle tue opere e amo moltissimo questo attaccamento al bizzarro. Me lo spiegheresti meglio?

Il sonno della ragione genera mostri è il titolo della mia ultima personale alla Galleria Raffaelli di Trento ed è appunto una palese citazione dell’opera di Goya, che ho voluto rubare perché la ritengo una frase emblematica dei tempi che corrono, inoltre riassume benissimo il concetto alla base delle opere esposte. I personaggi che popolano le tele sembrano sì “figure simpatiche e positive” come dici tu, ma se si presta maggiore attenzione si può notare che non è esattamente così: spesso sono killer che si uccidono tra loro, oppure sono sfigati catapultati in situazione surreali e ridicole. Tutti questi lavori hanno una caratteristica comune: sono semplici e immediati, e ciò mi permette di trattare anche i temi più cruenti con un atteggiamento cinico ma leggero e ironico allo stesso tempo.

Cos’è cambiato dalla tua produzione precedente – che comprende pubblicazioni quali la fanzine Surfing with the alien e il libro Braindead – alle opere di oggi, e cosa invece è rimasto uguale?

Sono cambiate molte cose. Nel senso che ora sto lavorando a progetti più complessi, che richiedono mesi di lavoro per vedere la luce. Ai tempi di Surfing with the alienero decisamente più produttiva quantitativamente parlando, perché si trattava di illustrazioni e dipinti eseguiti con una certa rapidità. I personaggi erano tecnicamente più semplici a farsi; diciamo che all’epoca ero più grunge. Ora sono maggiormente riflessiva e voglio sperimentare nuovi procedimenti, come l’integrazione della realtà aumentata nei miei dipinti. È quasi un ritorno all’animazione, che per la mia ricerca è sempre stata importante ma che ho trascurato negli anni.

Sono molto interessanti le animazioni che stai implementando. Pensi di applicare questa tecnologia anche alla carta stampata in futuro ?

La realtà aumentata è stata fondamentale per l’evoluzione del mio lavoro. Mi ha permesso di unire pittura e animazione, qualcosa che cercavo da molto tempo. D’altro canto è un lavoro enorme: sono stati necessari due anni per realizzare quelle opere e non ho ancora pensato a come sviluppare ulteriormente il progetto. Le potenzialità sono enormi ma i tempi di realizzazione lunghissimi.

A cura di Simone Macciocchi


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