Laura Lamonea per una nuova prospettiva curatoriale: commenti e riflessioni su Video Sound Art Festival 2019

Con gran successo si è da pochi giorni conclusa la nona edizione di Video Sound Art, festival e centro di produzione ideato nel 2011 dalla curatrice Laura Lamonea e co curato, in riferimento all’ultimo programma di seminari e performance musicali, insieme a Davide Francalanci – architetto e urban designer che si occupa anche di ricerca artistica sotto l’insegna dello studio Klingenberg Arkitektur – e a Thomas Ba, curatore e ricercatore attualmente coinvolto nel Centro Ricerche di Istituto Europeo di Design. Dopo importanti palcoscenici culturali quali l’Albergo diurno Venezia (Edizione 2018) e la Fonderia Artistica Battaglia (Edizione 2017), si è giunti al Liceo Volta di Milano, che ha ospitato il Festival dal 28 Novembre al 1 Dicembre quasi a rispondere all’esigenza di uno spazio architettonico caratterizzato dal flusso vitale delle persone che lo abitano.
Le aule, i corridoi, i bagni e i perimetri sportivi si sono concessi alle opere dei dodici artisti internazionali selezionati: Oli Bonzanigo, Letizia Cariello, Teresa Fogolari, Giulio Frigo, Caterina Gobbi, Evangelia Kranioti, Cecilia Mentasti, Enrique Ramirez, Teresa Sala, Thadeusz Tischbein, Driant Zeneli e Davide Zulli. Tutti, attraverso il loro fare, hanno risposto al tema scelto per l’edizione 2019: IL RESTO.

Per meglio conoscere le intenzioni di una giovane curatrice – che da quasi un decennio sembra possedere una visione -, le modalità proposte e quelle accolte in tutte le edizioni, abbiamo deciso di incontrare Laura Lamonea, la quale non solo ha espresso delle reazioni a caldo su Video Sound Art 2019 ma ha anche dialogato con noi su l’intero progetto.


Video Sound Art è stato fondato nel 2011. Quali obiettivi vi eravate posti all’epoca? Quali, giungendo a questa edizione, si sono confermati?

Siamo partiti con l’idea di valorizzare nuove opere in contesti distributivi alternativi a quelli ufficiali. Nel corso delle edizioni questo obiettivo ha finito per coincidere con una pratica consolidata: selezionare nuove opere attraverso chiamate annuali, produrre e esporre i migliori lavori, assumere il ruolo di intermediari tra artisti emergenti, gallerie, musei e collezionisti.

Ci puoi parlare della tua collaborazione con Thomas Ba e Davide Francalanci? In che modo i vostri differenti background sono riusciti a incontrarsi?

Thomas Ba ha cominciato a collaborare con noi tre anni fa, durante i suoi studi curatoriali a Londra, dopo aver espresso il desiderio di approfondire la sua esperienza attraverso un contatto diretto con gli artisti. Da lì è nato un rapporto di fiducia, ma anche il desiderio, da parte mia, che lui potesse avere un suo spazio. Questo accade già nel 2018, quando, in occasione di Manifesta12, io e Marta Cereda abbiamo presentato: Talpe, Well said, Old mole e lui si è unito a noi in veste di assistente curatore.
Per quanto riguarda Davide Francalanci, ha partecipato a un’attività del dipartimento educazione di VSA e, in quell’occasione, sono emersi i suoi interessi non soltanto in ambito editoriale – parlo della sua collaborazione con Nero Editions – ma anche in ambito musicale. Ciò che ho più apprezzato è la sua trasversalità, il suo riuscire a parlare del contemporaneo attraverso così tante forme espressive. In entrambe le occasioni proprio i background differenti sono stati attivatori della collaborazione. Crediamo fondamentale offrire nuove prospettive sulla pratica curatoriale.

Riferendoci alla tematica di questa edizione, la scelta del contesto liceale sembra unirsi all’invito a soffermarci “sulle rimanenze e sul destino che viene scelto per gli scarti”. Facile pensare a tutte le “scorie” che tra i quindici e i diciotto anni ci portiamo dentro, alle distinzioni caratteriali o emotive che in quel periodo sono fragili e che mettiamo continuamente in dubbio. Spesso queste delineano il nostro futuro. Era un pensiero presente quando avete scelto un liceo come teatro del festival?

La scelta del luogo ha preceduto la selezione del tema di questa edizione. Bellissima la riflessione sulle scorie. Non avevo pensato in termini corporei allo scarto ma credo sia molto attinente. Ho immaginato che “Il resto” , la possibilità di riscrittura di cui parla Derrida, fosse un tema da trattare insieme ai più giovani, ragazzi che fanno i conti con quelle rimanenze di questo mondo che, proprio come tu suggerisci, delineano il nostro/loro futuro.

In che modo gli studenti hanno reagito alla “convivenza” tenuta non solo con le opere ma anche con gli artisti che – naturalmente – hanno avuto esigenza di frequentare assiduamente gli spazi dell’istituto?

Per gli artisti è stato come far riemergere le emozioni dell’adolescenza. Abbiamo avviato un percorso di educazione all’interno della scuola e per circa quattro mesi l’abbiamo frequentata almeno tre volte a settimana. La convivenza è stata un’esperienza indimenticabile, vissuta non solo con gli studenti che hanno direttamente seguito le nostre attività, ma anche con molti altri. Sono circa 1200 ragazzi al Volta. La sessione domenicale musicale, inaugurata da Davide Francalanci, è stata tra le esperienze più importanti di partecipazione: l’esibizione dei ragazzi della scuola in presenza del pubblico del festival. Artisti, studenti, visitatori: abbiamo vissuto, in un clima di concordata occupazione dello spazio pubblico, un’esperienza di condivisione rarissima.



previous arrow
next arrow
Slider


Ci puoi parlare dei dodici nomi selezionati per il Festival? Nella lista si notano sia autori emergenti sia affermati. In una precedente conversazione, mi avevi confessato la volontà di annullare qualsiasi forma di gerarchizzazione, sarebbe molto interessante approfondire questo punto.

Sempre in un’ottica di valorizzazione di nuove opere, il confronto tra artisti affermati e coloro che si stanno affacciando a un percorso professionale avviene innanzitutto sul campo. Gli artisti si confrontano tra loro, sono vicini di stanza, condividono momenti importanti come l’istallazione e l’esposizione al pubblico.
Come avrai visto durante il festival, molti artisti hanno presentato opere video, alcuni sono proprio cineasti vampirizzati dal mondo dell’arte – penso a Evangelia Kranioti e a Enrique Ramirez. Credo che un filo rosso sia stato la propensione a mettersi in dialogo con lo spazio, rinunciando a un’idea predefinita di messa in scena dell’opera.

Con quale atteggiamento gli artisti si sono confrontati con uno spazio così connotato e, in questa fase di adattamento, qualcosa ha superato le loro e le tue aspettative?

Gli artisti che hanno accettato di partecipare erano entusiasti di entrare in una scuola. Penso a Driant, agli incontri con gli studenti e alla gioia di presentare le sue opere in una palestra lunga 38 metri; a Giulio Frigo, che ha ritrovato nell’aula di preparazione di chimica elementi di congiunzione col suo percorso di ricerca. Alcuni inviti sono stati declinati da parte di artisti proprio perché il contesto era quello scolastico. Inaspettati ma pochissimi, a dire il vero, rispetto agli entusiasti. Di certo, come dicevo, è stata la partecipazione attiva degli studenti a superare le aspettative di tutti.

In quale modo è avvenuta l’assegnazione degli spazi? Su cosa si è basata, quando non si trattava di opere preesistenti ma site-specific?

Ci hanno guidato due criteri interconnessi tra loro: creare una drammaturgia che facesse delle singole opere la porzione di un unico corpo, mettere in relazione la storia degli spazi con quella degli artisti. L’installazione di Giulio Frigo non avrebbe potuto trovare altra sede se non quella delle aule di miscelazione dei piani superiori della scuola. L’incontro ha funzionato così tanto che la docente di chimica ha chiesto di lasciare nello spazio una parte dell’installazione. Abbiamo abitato a lungo la scuola, questo ci ha aiutato molto nella scelta. Nel corso degli ultimi mesi, quasi ogni giorno, abbiamo ripercorso, noi del team a rotazione con gli artisti ospiti in visita, lo spazio.

Quest’anno avete concesso, attraverso la collaborazione con il Laboratorio di restauro di Palazzo Abatellis di Palermo, una residenza da cui sono uscite vincitrici – selezionate da una giuria internazionale di direttori di istituzioni museali, galleristi e critici – Caterina Gobbi e Cecilia Mentasti. Ci puoi parlare di loro e descrivere il loro lavoro?)

La Galleria palermitana ospita un laboratorio di restauro di scuola brandiana. Il lavoro di Cecilia è strettamente connesso alla metodologia di cui il laboratorio si fa portatore: dalle parti mancanti delle opere si deducono informazioni, non vanno ricostruite se non in modo da rendere visibile l’intervento del restauratore. Cecilia Mentasti si è presa cura delle crepe della scuola, ha messo in evidenza la funzione di oggetti invisibili, ha evidenziato zone dimenticate dell’edificio. Il progetto di Caterina Gobbi è invece interamente dedicato alla materia stucco. Riprendendo le tecniche di lavorazione sperimentate con le restauratrici, Caterina ha unito parti di stucco con elementi naturali, rocce, cortecce. Come i volti marmorei negli oratori decorati da Serpotta nascondevano volti, anche nell’installazione di Caterina lo stucco occupa gli interstizi della pietra, della corteccia, nel tentativo di reinventare definizioni.

Video Sound Art giungerà alla decima edizione nel 2020. Si tratta di un traguardo notevole, che da una parte vi afferma all’esterno, tra l’opinione pubblica, e dall’altra concede la possibilità di tirare un po’ le somme e pensare in maniera più decisa l’andamento del vostro futuro. Immaginate già una direzione?

In questi anni abbiamo riscoperto una missione che coincide con l’aumento della qualità della proposta artistica: avvicinare e rendere attivo un ampio pubblico, senza rinunciare alle pratiche di sperimentazione che connotano il linguaggio contemporaneo. Certamente intendiamo proseguire l’attività di centro di produzione attraverso il reperimento di risorse da investire nella creazione di nuove opere. La direzione che immagino risiede nella continua ricerca tra la produzione di progetti culturali e la relazione con le comunità.

A cura di Brenda Vaiani

Video Sound Art Festival 2019

Il Resto

A cura di Laura Lamonea in collaborazione, per il public program, con Davide Francalanci e Thomas Ba

28 novembre – 1 dicembre 2019

Liceo Volta – Via Lodovico Settala, 24 – Milano

www.videosoundart.com

Instagram: vsafestival


Caption

Il Resto – Exhibition view (Evangelia Kranioti), Video Sound Art Festival 2019, Milano, 2019 – Courtesy Video Sound Art Festival, ph Abbruzzese Studio

Il Resto – Exhibition view (Driant Zeneli), Video Sound Art Festival 2019, Milano, 2019 – Courtesy Video Sound Art Festival, ph Ludovica Facchino

Il Resto – Exhibition view (Davide Zulli), Video Sound Art Festival 2019, Milano, 2019 – Courtesy Video Sound Art Festival, ph Tommaso De Vito