Lasciami pensare… Uhm! Zines

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La parola “uhm” viene utilizzata in italiano e in inglese per esprimere incertezza o esitazione nella comunicazione, fungendo a volte da riempitivo durante una conversazione, o per indicare qualcuno che sta pensando a cosa dire oppure sta organizzando le proprie idee.

Uhm! Zines è una collana di fanzine dedicate agli edifici brutalisti e al loro rapporto con la psicologia di chi li vive da vicino, all’interno e intorno. L’impaginazione pulita e ben strutturata si unisce a fotografie generalmente in bianco e nero e a font spesso lineari. Ma l’anima di Uhm! Zines è indipendente e punk, e trapela – oltre che dal pensiero alla base del progetto – dal marchio nonché da alcuni stampati più incentrati sul disegno e sul lettering manuale (Sunday Morning Pain, My evil twin, e Wrap your trouble in dreams, ad esempio).

La relazione tra architettura e salute mentale è un argomento tanto intrigante quanto poco discusso a livello non professionale. L’area di studio nota come “architettura e salute mentale” o “psicologia dell’architettura” si concentra appunto sulla comprensione di come gli ambienti architettonici possano influenzare l’equilibrio psichico. Gli esperti e i ricercatori di spicco in questo campo, come Roger Ulrich e Francis Duffy, hanno condotto indagini significative in tal senso e rappresentano una comunità in crescita, rivelando l’urgenza di creare ambienti che favoriscano il benessere psicologico. Per alcuni, infatti, l’aspetto austero e massiccio degli edifici brutalisti potrebbe avere addirittura effetti negativi; per esempio l’architetto Frank Gehry, noto per il suo approccio organico, ha espresso la sua disapprovazione per il brutalismo, ritenendolo poco attraente dal punto di vista estetico. Tuttavia è importante notare che questa architettura vanta pure numerosi sostenitori e ammiratori, che ne apprezzano l’audacia e l’espressione onesta dei materiali. 

A tali strutture sono quindi associate da una parte freddezza e oppressione, dall’altra un’affascinante e audace pulizia formale, anche se probabilmente è più il contesto sociale a giocare un ruolo di primo piano nella percezione. 

Questa edilizia ha origine negli anni ’50 e ’60, con il suo sviluppo concentrato soprattutto in Gran Bretagna e in Francia. La parola “brutalismo” deriva dal termine francese béton brut ovvero “cemento grezzo”, una designazione che ne cattura in pieno la caratteristica principale: l’uso predominante del cemento senza finiture come materiale di costruzione.

Il movimento emerge come reazione ai principi del razionalismo e del modernismo, perseguendo un’estetica più schietta e autentica con l’esposizione nuda dei materiali e della struttura. Effettivamente, piuttosto che nascondere il cemento sotto rivestimenti e ornamenti, il brutalismo abbraccia le forme geometriche massicce e le linee nette, la funzionalità e la versatilità degli spazi, l’assenza di decorazioni superflue e l’uso creativo degli spazi. Difatti, storicamente, lo stile si pone come obiettivo la costruzione di edifici funzionali ed economici, in molti casi destinati a scopi sociali: alloggi popolari, istituti educativi e strutture governative. Immobili efficienti che soddisfino le prime necessità di ampie fasce della popolazione.

Negli ultimi anni si è assistito a un marcato revival, con nuove opere progettate sovente con materiali più costosi, il che può apparire un paradosso considerando le origini “democratiche” della corrente.

Questa ripresa solleva anche importanti questioni sulle priorità dell’architettura e sulla gentrificazione. Sebbene sia certamente positivo che queste edificazioni raccolgano riconoscimento e interesse, è importante mantenere un equilibrio tra la conservazione del patrimonio storico e la creazione di nuovi stabili che siano autentici e funzionali, rispettando al tempo stesso i principi originali di accessibilità ed economia caratterizzanti il filone brutalista.

Ne parlo con Stefano Samà, fondatore di Uhm! Zines, appassionato di architettura e interessato alle sfide legate alle disabilità sensoriali.


Come, quando e perché nasce il progetto Uhm! Zines?

Uhm! Zines vede la luce in una serata del 2014, inizialmente come contenitore per i miei pensieri e soprattutto come veicolo di fuga dalle sfide quotidiane nella metropoli in cui vivo: Londra. In un primo momento eravamo in due a condurre il progetto, ma presto abbiamo preso strade diverse e ora Uhm! è gestito solo da me. 

Come spesso accade con le cose più significative nella mia vita, sono più superficiale al principio, di conseguenza la fanzine era composta inizialmente da un semplice foglio A4 piegato. In seguito ho voluto sviluppare qualcosa di più articolato, pertanto nel corso degli ultimi due anni ho intrapreso una sorta di viaggio intorno al mondo dell’architettura brutalista. Da un lato volevo esplorare le varie sfumature stilistiche, differenti da paese a paese, dall’altro desideravo far comprendere agli inglesi che esiste un mondo altrettanto affascinante al di fuori della Gran Bretagna.

Ho avviato quindi un’ampia ricerca di consultazione per poi contattare alcuni fotografi locali. Cerco di restituire l’architettura alle persone che la vivono, raccontandola attraverso le immagini; il mio scopo è illustrare l’esperienza delle persone comuni, evitando i tecnicismi e il linguaggio specialistico. 

Il tuo lavoro editoriale è davvero intrigante in quanto unisce concetti apparentemente distanti: il benessere interiore e l’architettura brutalista. Quest’ultima sembra suscitare reazioni emotive anche molto diverse: in che modo cerchi di catturare e comunicare queste sfumature?

Per un lungo periodo ho esercitato nel settore sociale, offrendo supporto a individui alle prese con una gran varietà di sfide, aiutandoli a reintegrarsi nella società o a gestire le loro attività quotidiane. Proprio in quel contesto ho scoperto un comune denominatore: la casa. 

In breve ho realizzato che la questione abitativa non riguardava solo le persone di cui mi occupavo, ma anche me e i miei conoscenti. In realtà tutti condividiamo il bisogno di un rifugio sicuro in cui vivere e negli ultimi anni, soprattutto qui in Inghilterra, si tratta di una necessità diventata un problema di proporzioni allarmanti. Gli affitti sono alle stelle e il numero di persone senza fissa dimora aumenta di giorno in giorno. Questa situazione mi ha spinto a intraprendere uno studio approfondito sul tema dell’alloggio a Londra: come le difficoltà vengono percepite dalla comunità, che relazioni intercorrono tra le persone e gli ambienti in cui vivono, quali soluzioni possono essere messe in atto per far fronte alle difficoltà, e quali errori dovremmo evitare di ripetere. 

A tuo modo di vedere, come può uno stile architettonico influenzare l’equilibrio psichico?

In Gran Bretagna l’architettura brutalista è un simbolo tangibile della classe lavoratrice, la gente comune che si impegna duramente per arrivare a fine mese. Soprattutto in questo ambito, la casa svolge un ruolo cruciale nella vita delle persone e sul loro stato mentale, di conseguenza pure l’architettura ha un impatto determinante.

Abitare in edifici popolari di cemento grezzo può portare a un certo grado di stigmatizzazione, soprattutto entro una società come quella inglese caratterizzata da profonde divisioni di classe. La preoccupazione per l’equilibrio mentale è un tema frequentemente messo in correlazione con le categorie più agiate, perciò è di fondamentale importanza dare voce alle persone indipendentemente dalla loro estrazione sociale. Condividere le storie e le esperienze di tutti è un passo essenziale per promuovere una comprensione più profonda delle classi subalterne e quindi la percezione sociale in generale. Ritengo sia un approccio utile per ridurre stereotipi e barriere, aprendo la strada a una maggiore solidarietà ed empatia. 

Le tue fanzine possono essere interpretate come una dichiarazione d’amore nei confronti del brutalismo. Esiste un messaggio più nascosto?

Come dicevo, sono rimasto affascinato dalla profonda connessione tra le persone e il luogo che chiamano “casa”. Cosa rappresenta un edificio o una stanza per ognuno di noi? Quali emozioni scaturiscono dagli spazi abitativi e lavorativi, e quali impronte lasciano nella nostra memoria? Queste e altre domande mi hanno spinto a indagare sull’influenza che può esercitare l’architettura popolare. A ogni modo, quando ho varcato la soglia di alcune abitazioni ho dovuto ricredermi io stesso su certi miei preconcetti. Le case apparivano sorprendentemente belle, luminose e spaziose; una rarità in Inghilterra. Tra l’altro ho avuto il privilegio di incontrare persone autentiche, che condividevano ciò che avevano facendomi sentire parte integrante di un paese che tende a emarginare gli stranieri (come dimostrato dalla Brexit).

Il mio progetto è nato in questo contesto come atto provocatorio. Mi sconvolgeva vedere il brutalismo diventare una moda, con edifici impressi su magliette, magneti, tazze e quant’altro; una commercializzazione che contrastava in maniera sconcertante con le reali difficoltà che osservavo. Quello che un tempo rappresentava un concetto sociale – ovvero la casa – era diventato un oggetto di culto del design. Da questa riflessione scaturisce BRUTAL, un giornale di architettura privo di descrizioni, commenti o crediti, pensato come una sfida a coloro che “acquistano il brutalismo” senza interrogarsi sul suo reale significato e sulla sua portata. 

Il marchio di UHM! Zines è vivace e colorato, per certi versi in contrasto con l’austerità architettonica di cui tratti. Qual è la motivazione di questa scelta e come si concilia con il progetto artistico complessivo?

Il mio marchio più recente è ispirato dai disegni di Dottor Pira, uno dei miei fumettisti preferiti. In realtà l’identity cambia ogni anno ma cerco sempre di mantenere un’immagine che trasmetta un concetto fondamentale: Uhm! Zines non è solamente architettura ma anche disegni, poesie, pensieri e racconti. Alla radice vi è infatti la volontà di rimanere fedeli alla filosofia punk, tipica di molte fanzine. Quasi a sottolineare che non ci vogliamo prendere troppo sul serio ma al contempo facciamo le cose con passione e dedizione.

Nel processo di selezione, quali criteri vengono adottati per i contributi? Quali sfide e ricompense incontri nel creare e distribuire un oggetto che si concentra su temi così complessi e specifici?

Di solito avvicino i potenziali collaboratori tramite e-mail o Instagram. Prima di lavorare conduciamo lunghe conversazioni su ciò che ci appassiona e su come interpretiamo la fotografia. I dettagli tecnici – come il numero di pagine e le dimensioni – vengono discussi successivamente. Una volta avviato il tutto, affido carta bianca ai fotografi: se c’è intesa, sono sicuro che sapranno raccontare storie straordinarie attraverso le loro immagini.

Quello che amo di più di questo percorso è che non solo imparo costantemente qualcosa di nuovo, ma instauro anche rapporti di amicizia con i collaboratori. A tal proposito, assieme a una mia amica appassionata di fotografia, ho recentemente dato vita a “Brutal Day Out Gang”, un gruppo di appassionati del cemento che esplorano Londra e altre città alla ricerca di edifici da fotografare. Si tratta di un’iniziativa aperta a tutti senza restrizioni ed è possibile partecipare con qualsiasi tipo di macchina fotografica o solo con il telefono cellulare. 

In definitiva, il vero guadagno per me sta nell’incontro con persone straordinarie e nell’opportunità di partecipare a vari festival in tutto il mondo. Un’ultima grande soddisfazione deriva dalla consapevolezza di comunicare qualcosa alle persone. 

Quali sono i prossimi progetti o obiettivi che hai in mente? Come speri di far proseguire le tue fanzine?

Attualmente il mio focus è rivolto alla creazione di pubblicazioni che riflettano la mia passione per l’architettura. Una serie è dedicata al brutalismo internazionale e sono estremamente orgoglioso di aver presentato due volumi (uno sul Galles e l’altro su Lubiana) durante il London Design Festival.

Mi sto dedicando inoltre a una collana dedicata a palazzi poco conosciuti; infine ho da poco completato una fanzine su Langham House Close, un’autentica gemma architettonica di cui pochi hanno sentito parlare. La coincidenza più sorprendente è che ho potuto realizzarla grazie a un giovane italiano che vive lì e fa parte dell’associazione residenti.

Oltre a ciò sto progettando due libri più ampi, uno dei quali ha come oggetto le chiese moderne, mentre l’altro esplora il progetto di Corviale, la città utopistica di Mario Fiorentino costruita a Roma negli anni ’70. Quest’ultimo argomento mi ha portato a stabilire un contatto con il direttore della biblioteca locale e, insieme a lui, abbiamo pensato di presentare il libro proprio a Corviale, con tanto di mostra. È davvero un’opportunità eccezionale e non vedo l’ora di vedere realizzato il tutto!

Nel complesso mi auguro che le iniziative legate a Uhm! Zines aiutino nella comprensione delle questioni legate alle disuguaglianze sociali e ai problemi abitativi. Mi piacerebbe davvero far cambiare opinione a chi storce il naso davanti a edifici da molti considerati brutti ma che, a mio parere, nascondono un fascino unico.



The word “uhm” is used in both Italian and English to express uncertainty or hesitation in communication, sometimes serving as a filler during a conversation, indicating someone is thinking about what to say or organizing their thoughts. However, Uhm! Zines is a fanzine series dedicated to brutalist buildings and their connection to the psychology of those who live in and around them. Its clean and well-structured layout combines with predominantly black and white photos, and often linear fonts. Yet, the essence of Uhm! Zines is independent and punk, evident not only in the project’s underlying concept but also in certain issues focused on drawings and manual lettering (such as Sunday Morning Pain, My evil twin, and Wrap your trouble in dreams for example).

The relationship between architecture and mental health is an intriguing and often under-discussed topic outside the professional realm. The field of study known as “architecture and mental health” or “psychology of architecture” focuses on understanding how architectural environments can impact psychological well-being. Leading experts and researchers in this field, like Roger Ulrich and Francis Duffy, have conducted significant research in this regard, representing a growing community that reveals the importance of creating environments that promote psychological well-being.

For some, the austere and massive appearance of brutalist buildings may even have negative effects. Even architect Frank Gehry, known for his organic approach, has expressed disapproval of brutalism, finding it unattractive from an aesthetic standpoint. However, it’s important to note that brutalist architecture also has numerous supporters and admirers who appreciate its boldness and honest expression of materials. These structures are associated with both a sense of coldness and oppression on one hand and a fascinating and bold formal clarity on the other, although social context likely plays a more significant role in how buildings are perceived.

This type of architecture originated in the 1950s and 1960s, with its development primarily concentrated in the UK and France. The term “brutalism” derives from the French term béton brut, meaning “raw concrete”. This designation captures the primary characteristic of many buildings: the predominant use of unfinished concrete as a construction material. The movement emerged as a reaction to the principles of rationalism and modernism that still dominated architecture in the 1930s and 1940s. Brutalist architects aimed to create a more honest and authentic aesthetic that clearly expressed the essence of materials and structure. Instead of concealing concrete beneath cladding or ornamentation, brutalist architecture embraced the raw, visible nature of the material, the presence of massive geometric forms and clean lines, functional and versatile spaces, the absence of superfluous decorations, and creative use of space. Historically, brutalist architecture aimed to construct functional and economical buildings, often intended for social purposes such as public housing, educational institutions, and government facilities, efficiently meeting the basic needs of broad segments of the population.

In recent years, there has been a revival of brutalism, with new works sometimes designed using more expensive materials and techniques, which may seem paradoxical given the style’s origins. This revival also raises important questions about architectural priorities and gentrification. While it is certainly positive that brutalist architecture is gaining recognition and interest, it’s crucial to strike a balance between preserving historical heritage and creating new buildings that are authentic and functional, while still respecting the original principles of accessibility and economy that characterized brutalist architecture.

I’m discussing this with Stefano Samà, the founder of Uhm! Zines, who is passionate about architecture and interested in the challenges related to sensory disabilities.


When, how, and why did the Uhm! Zines project come to be?

Uhm! Zines came into existence on an evening in 2014, initially as a repository for my thoughts and, above all, as an escape from the daily challenges in the metropolis where I live: London. In the beginning, there were two of us managing the project, but we soon went our separate ways, and now Uhm! is solely run by me.

As often happens with the most significant things in my life, I started the project more casually compared to where it stands today, as a small fanzine composed of a simple folded A4 sheet. Later on, I wanted to create something more substantial and meaningful. Over the past two years, I embarked on a kind of journey around the world of brutalist architecture. On one hand, I wanted to explore its various stylistic nuances, which vary from country to country, and on the other hand, I aimed to make the English understand that there is an equally fascinating world beyond Britain.

I initiated an extensive research and consultation process and then reached out to some local photographers. My objective is to give architecture back to the people who live in it, narrating it through images. I aim to illustrate the experience from the perspective of ordinary people, avoiding technical jargon and specialist language.

Your editorial work is truly intriguing as it brings together seemingly distant concepts, such as inner well-being and brutalist architecture. The latter indeed elicits very diverse emotional reactions; how do you seek to capture and communicate these nuances?

For a long period, I worked in the social sector, providing support to individuals grappling with a wide range of challenges, helping them reintegrate into society or manage their daily activities. It was in that context that I discovered a common denominator: home.

In a nutshell, I realized that the issue of housing wasn’t just about the people I was assisting but also about myself and my acquaintances. In reality, all of us share the need for a safe refuge to live in, and in recent years, especially here in England, it has become a problem of alarming proportions. Rent prices are skyrocketing, and the number of homeless people is increasing day by day. This situation prompted me to undertake an in-depth study of the housing issue in London to understand its origins: how the difficulty is perceived by the community, what the relationship is between people and the environment they live in, what solutions can be implemented, and what mistakes we must avoid repeating.

In your opinion, how can an architectural style influence one’s mental well-being?

In the United Kingdom, brutalist architecture serves as a tangible symbol of the working class, ordinary people who work hard to make ends meet. Particularly in this context, the home plays a crucial role in people’s lives and their mental state; consequently, architecture also has a significant impact.

Living in rough concrete popular buildings can lead to a certain degree of social stigma, especially in a society like that of England, marked by deep class divisions. Concerns about mental health are often associated with the more affluent categories, but it’s of paramount importance to give voice to individuals regardless of their social background. Sharing the stories and experiences of everyone is an essential step in promoting a deeper understanding of psychological issues and, in turn, social perception. I believe it’s a useful approach to reduce stereotypes and barriers, paving the way for greater solidarity and understanding.

In essence, in the UK, brutalist architecture presents an opportunity to highlight the challenges related to mental health within a specific social context and to foster a dialogue that encompasses all social strata, contributing to greater understanding and solidarity.

Your fanzines can be interpreted as a love letter to brutalism. Is there a hidden message too?

As I mentioned, I was captivated by the deep connection between people and the places they call “home.” What does a building or a room represent for each of us? What emotions arise from living and working spaces, and what impressions do they leave in our memories? These and other questions led me to investigate the influence of popular architecture. However, when I stepped inside some homes, I had to rethink certain preconceptions myself. The houses appeared surprisingly beautiful, bright, and spacious—a rarity in England. Moreover, I had the privilege of meeting genuine people who shared what they had, making me feel like an integral part of a country that tends to marginalize foreigners (as evidenced by Brexit).

My project was born in this context as a provocation. I was disturbed to see brutalism becoming a trend, with buildings printed on T-shirts, magnets, mugs, and more—a commercialization that starkly contrasted with the real challenges I observed. What once represented a social concept, namely “home”, had become an object of design worship. From this reflection arose BRUTAL, an architecture newspaper devoid of descriptions, comments, or credits, designed as a challenge to those who “buy into brutalism” without questioning its real meaning and significance.

The UHM! Zines brand is vibrant and colorful, somewhat in contrast to the architectural austerity it deals with. What is the motivation behind this choice, and how does it align with the overall artistic project?

My most recent brand was inspired from the drawings of Dr. Pira, one of my favorite comic book artists. In reality, the identity changes every year, but I always aim to maintain an image that conveys a fundamental concept: Uhm! Zines is not just about architecture but also about drawings, poems, thoughts, and stories. At the core of the project is the desire to stay true to the punk philosophy, typical of many fanzines. It’s almost as if we want to emphasize that we don’t take ourselves too seriously, but at the same time, we do things with passion and dedication.

In the selection process, what criteria are adopted for contributions? What challenges and rewards do you encounter in creating and distributing a product that focuses on such complex and specific themes?

I usually approach potential collaborators via email or Instagram. Before working together, we engage in lengthy conversations about our passions and how we interpret photography. Technical details, such as the number of pages and dimensions, are discussed later. Once everything is set in motion, I give photographers a blank canvas. If there’s a mutual understanding, I’m confident they’ll be able to tell extraordinary stories through their images.

What I love most about this journey is that not only do I constantly learn something new, but I also build friendships and maintain regular contacts. In this regard, I recently co-founded “Brutal Day Out Gang” with a friend passionate about photography—a group of concrete enthusiasts who explore London and other cities in search of buildings to photograph. It’s an initiative open to all, with no restrictions, and you can participate with any type of camera or just a mobile phone.

Ultimately, the real gain for me lies in meeting extraordinary people and the opportunity to participate in various festivals around the world. Another significant source of satisfaction comes from the awareness of conveying something to people.

What are the next projects or objectives you have in mind? How do you hope to continue your fanzines?

Currently, my focus is on creating publications that reflect my passion for architecture. One series is dedicated to international brutalism, and I’m extremely proud to have presented two volumes (one on Wales and the other on Ljubljana) during the London Design Festival.

I am also working on a series dedicated to lesser-known buildings. Furthermore, I have recently completed a fanzine on Langham House Close, a true architectural gem that few have heard of. The most surprising coincidence is that I was able to realize this project thanks to a young Italian who lives there and is part of the residents’ association.

In addition to these, I am planning two more extensive books. One of them focuses on modern churches, while the other explores the Corviale project, the utopian city designed by Mario Fiorentino and built in Rome in the 1970s. This latter topic has led me to establish a connection with the director of the local library, and together, we have thought of presenting the book in Corviale, complete with an exhibition. It’s truly an exceptional opportunity, and I can’t wait to see it all come to fruition!

Overall, I hope that Uhm! Zines’ initiatives contribute to an understanding of issues related to social inequalities and housing problems. I would really like to change the minds of those who turn up their noses at buildings that many consider ugly but which, in my opinion, conceal a unique charm.

A cura di Simone Macciocchi


Instagram: uhm_zines