Il Regno sommerso di Jana Schröder

Secondo il mito greco raccontato da Ovidio, Galatea nacque dalle mani di Pigmalione e prese vita grazie all’intercessione della dea Afrodite. Colpita dalle preghiere dello scultore, la dea dell’amore donò il respiro della vita alla scultura, permettendo l’unione tra l’artista e la sua opera. La storia di Pigmalione e Galatea è l’esempio che meglio descrive il rapporto che si instaura tra l’artifex e la sua creatura. È un gesto d’amore la creazione. Questa realtà viene ottimamente dimostrata dall’artista Jana Schröder nella sua nuova personale Kadlites RS6-17 che ha luogo nella galleria romana T293, situata in una celata e surreale zona del quartiere Trasteverino. L’artista, che già nel 2016 espose sempre presso la T293, continua la sua ricerca sul segno e sull’intimità dell’inconscio creando tele poetiche e complesse, capaci di trasportare in luoghi ignoti. L’esecuzione del gesto è parte integrante dell’opera; evidente è il richiamo all’Informale del secondo dopoguerra e all’Espressionismo Astratto americano dei primi anni Quaranta quando Rothko e Gottlieb davano vita alle loro visioni oniriche, ancora legate al movimento del surrealismo europeo. La componente surrealista è innegabile anche nel lavoro di Schröder, basti pensare alla similitudine tra la tecnica dell’automatismo psichico e la gestualità istintiva dell’artista, che sembra voler far emergere i contorni di un mondo invisibile (tecnica evidente anche nei precedenti Spontacts Paintings). Un altro punto in comune con la corrente artistica americana è da rintracciare nella percezione dell’infinito. I segni sembrano fuoriuscire dai confini del supporto, pronti a colonizzare nuovi spazi, al di fuori dal campo visibile; la mente torna inevitabilmente a Jackson Pollock e alle sue trame sature protese verso l’incommensurabile. Ed è forse proprio con Pollock che Schröder condivide di più. La stratificazione e la ripetizione, in effetti, si ripropongono incessanti in entrambi gli artisti seppur con le dovute differenze; difatti, se nel primo caso si assiste alla costruzione totale di una serie di universi, nel secondo caso Schröder sembra maggiormente interessata a scoprire le logiche e i paradossi di mondi già esistenti, celati dal rigorismo del pensiero razionale. Scivola la sabbia dalle architetture del ricordo, le trame si infittiscono e i segni si moltiplicano portando alla luce il regno sommerso.



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Aggiungendo ed eliminando materia, Pigmalione aveva creato Galatea; allo stesso modo, l’artista, operando ripetizioni e cancellazioni, crea i suadenti intrecci che, intessuti finemente, costituiscono la struttura portante delle sue tele. La ripetizione è il tassello principale del puzzle nell’opera di Schröder; stavolta è l’istintività a prevalere sul raziocinio così come l’impulso travolge la pazienza, ma solo in tal modo è possibile ritrovare l’emozione sepolta sotto la profondità dell’intenzione. Il giallo sprezzante accende i riflettori sull’ambiguità del colore neutro, ottenuto dalla miscelazione della trementina con polvere di piombo e sovrapponendo un ulteriore strato di grafite. Sinuosi, spezzati, prima decisi e poi evanescenti, i segni si diffondono sulle tele come i raggi del sole in una giornata estiva. Sotto la superficie, ricoperta di segni, si intravede l’abisso dal quale si generano i tratti. Rispetto all’esposizione precedente, che vedeva indagare in maniera più analitica la connessione tra impulso, desiderio ed espressione, richiamando gli esili segni di Arshille Gorki, ma mantenendo una percepibile freddezza calcolatrice che indirizzava i lavori verso un contesto prettamente concettuale, le nuove tele aprono ulteriori serrature sollevando interrogativi il più delle volte trascurati. L’attenzione si sposta, ricade sullo sfondo, entità labile e terra di confine dove tutto può accadere; si schiudono gli occhi sulla dimensione più profonda e intima del quadro. Il gelido concetto diviene sensazione e questa dilaga inarrestabile. È impossibile non innamorarsi dell’opera di Schröder, così ammiccante e volubile, perturbante e nel contempo totalmente originale. Il “già visto” lascia spazio al Nuovo e la sottovalutata ripetizione diviene il germe dell’atto creativo. Viaggio e scoperta, le opere di Jana Schröder conquistano lo sguardo, che non può far altro che danzare con ogni singola linea e curva nell’eterogeneità della composizione.

Erika Cammerata


Jana Schröder

Kadlites RS6-17

8 giugno – 3 agosto 2019

T293 – Via Ripense, 6 – Roma

Instagram: t293_gallery

www.t293.it


Caption

Jana Schröder, KadlitesRS6-17, 2019 – Exhibition view, t293, Roma – Courtesy T293



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