Jacopo Natoli: Attraversamenti immaginativi nel regno di marzapane

Un geco dalla testa gigante, tanto da sembrare un melone, sorride al suo osservatore come il volto di un gatto pazzerello dal corpo filiforme e con una moltitudine di zampe, mentre la sagoma di un signore occhialuto, dal naso pronunciato, si perde in un’infinità di linee e una volpe giullare sembra danzare, eccitata e divertita, a un ritmo selvaggio e primordiale nello stesso istante in cui un universo indistinto di segni eterogenei si sovrappone leggiadro sopra una luce accesa dall’aurea soffusa, simile a quella di uno smartphone, proveniente dal suo stesso supporto e contenitore, la cornice di un light box. Immagini e visioni fluttuano estatiche nello spazio intimo del suo studio in via La Spezia; Jacopo Natoli (1985), accompagnato dalla curatrice Arianna Desideri (1996), svela i segreti della sua personale Light box+cabina=Doppia transpersonale di Jacopo Natoli. Dispositivi, in parte variabili creative e in parte recinzioni di documentazione, che permettono all’artista di archiviare i suoi numerosi esperimenti artistici in diari di luce capaci non solo di affascinare l’osservatore ma di far risorgere anche nei più scettici quel desiderio di libertà e di gioco tenuto nascosto dalla razionalità del quotidiano, dai suoi interminabili doveri, e il più delle volte dall’abito del ridicolo e della vergogna che accompagna sotto braccio tale azione, in particolare nel caso di quegli ex Peter Pan, ormai cresciuti, che percepiscono il gioco come un’involuzione piuttosto che come uno strumento di trasformazione. Guardando i dispositivi di Natoli non si può fare a meno di pensare a quel mondo ormai remoto, ricco di giochi, balocchi e risate, quell’universo infantile dove tutto sembrava possibile e dove ogni cosa prendeva vita animandosi come per magia. Crescendo, è vero, si dimentica, ma c’è una cosa impossibile da cancellare: la sfrenatezza iperbolica della fantasia di quei lontani giorni spensierati. Per alcuni l’infanzia s’imprime indelebilmente tra le ombre dei ricordi, per altri non è altro che un mito, eppure è innegabile quel senso incessante di possibilità e scelta e la conseguente sensazione di onnipotenza che chiunque, in una serena giornata primaverile, può aver provato fantasticando storie di cavalieri e principesse, pirati e archeologi, maghi e indiani. La mente di un bambino trova sempre il modo di creare universi e realtà parallele mentre fa esperienza degli oggetti del mondo concreto; ed è proprio per tale motivo che lo stesso Natoli lo sottolinea durante l’intervista di undici minuti presso la cabina telefonica in via Orvieti; cabina sulla quale trovano posto i disegni degli ospiti dell’artista, condotti dalla stessa Arianna Desideri, il 28 giugno 2020, alla domanda “Con chi ti piace lavorare, soprattutto?” la cui risposta fu “Con il bambino”. Nella medesima occasione si è riscontrato l’interesse per l’orizzonte relazionale con domande quali “Cosa significa “simpoiesi”?” e “Cosa significa “transautorialità”?” la cui risposta si stalla su “Perdersi nell’altro”.

La componente ludica e partecipativa, l’incontro e l’attraversamento nell’altro sono i punti cardine delle poetica artistica di Natoli, e da ciò traspare la multi-autorialità dei disegni che il più delle volte sono realizzati a quattro mani con allievi di scuola media e altre volte in comunione con più artisti performativi e non. I confini autoriali sfumano in un’appropriazione dai contorni fluidi dove non si riesce più a riconoscere l’identità del singolo ma si può rilevare un’identità di un organismo collettivo che moltiplica le variabili in gioco; come nel caso del quaderno-dispositivo dei Disegnatori a tempo perso, che ha permesso a diversi artisti di prendere parte a un’esperienza di disegno in stato di deprivazione visiva. Questo è solo uno dei tanti esempi di sperimentazione artistica cooperativa. Un altro si delinea nel rintracciamento dei Fosfeni, segni che per un brevissimo lasso di tempo restano intrappolati sulla retina: chiudendo gli occhi se ne può osservare la meraviglia comparire attraverso l’oscurità, come fiamme di una candela danzante. La rivelazione di tali segni dichiara anch’essa la volontà dell’artista di un’azione liberatrice e anti-censoria che schiuda le porte alla percezione, amplificandola talora grazie a uno strumento di sua invenzione, lo “Stimolatore Strobofosfenico”, che consente la visione di ciò che è invisibile bombardando l’occhio di luci a diverse frequenze. Entità eteree e transitorie, i fosfeni si sovrappongono saturando lo spazio e creando stratificate composizioni che articolano fantasmatiche costellazioni. Non sorprende l’impatto che tali esperienze possono avere sul fruitore, che da osservatore diviene giocatore attivo, e ricorda finalmente, per un breve istante, cos’è l’onnipotenza creativa, l’oscillazione del gioco e il vertice dell’estasi della possibilità.



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Natoli riesce in un’impresa epica: traslare la razionalità e la logica dell’adulto nell’immaginazione assoluta dell’infante. Chi oggi si ricorda com’era giocare con i pupazzi o le barbie creando storie inverosimili sempre nuove e straordinarie nelle trame o negli accadimenti? Chi si ricorda com’era esplorare la superficie e la profondità luminosa del foglio bianco con le matite colorate? Era la bellezza del senso salvifico della creazione, quel potere dell’onnipotenza che a piccoli dosi inebriava i cuori impavidi di piccoli artifex. Per un attimo si può nuovamente essere colmati al vertice della realizzazione scegliendo di stare al gioco e lanciando i dadi, strumenti del caso che cattura il desiderio dei giocatori. Il fato stabilisce che, senza freni inibitori, a volte con la mano sinistra, altre stando su un piede solo e altre chiudendo un occhio, si dovrà disegnare una determinata immagine sulla base della combinazione di tre elementi delineati sempre dai dadi. È ciò che accade con Dadisegna, il dispositivo realizzato da Jacopo Natoli e Danilo Innocenti. Il risultato è paradossale, le restrizioni proposte dal gioco invece che limitare l’immaginazione la introducono su orizzonti totalmente inattesi e ancora inesplorati. La libertà si tramuta in atto liberatorio di espressione terapeutica e anti moralizzante. Capire la poliedrica particolarità di un artista come Natoli è un gioco senza fine, dove l’eterogeneità delle variabili e delle contraddizioni si modifica continuamente compenetrandosi con la realtà oggettiva, e ciò è facilmente riscontrabile già dalla sua autobiografia all’interno della piattaforma D.A.P.A. (Derivazioni Azioni Psicogeografiche Atmosfera), condivisa con Arianna Desideri. È la stessa autobiografia a invitare coloro che hanno conosciuto l’artista, o che lo hanno incontrato, a lasciare un feedback su chi pensano che sia in realtà Jacopo.

Congedandosi dal tempo passato in compagnia dei suoi lavori e della sua persona, si arriva a una semplice constatazione, di solito dimenticata; la verità è che la fantasia, il gioco e la creativa non hanno mai abbandonato gli anni della crescita e nemmeno quelli della maturità, ben celati alla incontentabile razionalità dalla logica e spietata precisione della ragione; quel desiderio di onnipotenza-possibilità è rimasto sempre lì e l’immaginazione con esso pronta a salpare per mari ignoti e a decollare per vividi cieli infiniti verso avventure disseminate di sorprese, mostri e tanta magia.

Erika Cammerata


www.jacoponatoli.it

www.dapa.biz


Caption

Light box+cabina=Doppia transpersonale di Jacopo Natoli, 2020 – Courtesy Arianna Desideri

Light box+cabina=Doppia transpersonale di Jacopo Natoli, 2020 – Courtesy Arianna Desideri

Light box+cabina=Doppia transpersonale di Jacopo Natoli, 2020 – Courtesy Arianna Desideri

Light box+cabina=Doppia transpersonale di Jacopo Natoli, Catalogo, 2020 – Courtesy Arianna Desideri