Isorhythm. Jacopo Mazzonelli in mostra a Bologna

Si potrebbe dire, senza del resto cadere in errore, che il tema centrale della mostra di Jacopo Mazzonelli (Trento, 1983) – realizzata a cura di Bettina Della Casa presso la Galleria Studio G7 di Bologna e visitabile fino al 23 novembre – sia quello del suono e della musica in particolare. Tuttavia, Isorhythm non mette in alcun modo alla prova il nostro sistema uditivo, eccezion fatta per le lievi sonorità emesse da Pendulum music (2019), ed evoca, piuttosto, una dimensione di quiete rimandando, addirittura, a un rapporto di ordine primariamente visivo con le opere. Ciò non deve sorprendere. Quella di Mazzonelli è un’indagine concettuale che risponde a una sfida ben precisa, rendere visibile il linguaggio musicale: il compito è di per sé impossibile, l’artista lo sa bene, poiché la distanza tra livelli di esperienza così differenti – tra immagine e suono, sguardo e ascolto – non è mai totalmente colmabile. Eppure, la presenza dell’immagine e la concretezza dell’oggetto artistico consentono la formulazione di quesiti appartenenti a discipline e media apparentemente lontani. Che cos’è il fenomeno sonoro? L’esito di oscillazioni di onde, descritte dall’equazione di D’Alembert. Questa formula, in Soundwaves (2019), riprodotta graficamente tramite corde di chitarra ripiegate e tese, oltre al proprio statuto di oggetto teorico guadagna quello di oggetto estetico. La tematizzazione silenziosa del concetto di suono rappresenta il vero filo conduttore della mostra a partire dal titolo, Isorhythm, termine ripreso da una tecnica compositiva derivata dai mottetti del Trecento – Quattrocento, caratterizzata dalla riproposizione di figure ritmiche. La ripetizione e la variazione – concetti fondamentali sia per trattare scientificamente il suono sia nell’estetica musicale – riecheggiano visivamente nella serie Aural (2019), dove Mazzonelli utilizza la scultura per proporre sequenze modulari in cemento, che nella loro solidità evocano una sorta di ritmo muto dell’onda sonora. Inoltre – come osserva la curatrice nel testo che accompagna l’esposizione – le strutture ricordano dispositivi fonoassorbenti, quasi a voler isolare lo spazio, accentuando l’antitesi tra immagine e suono, alla base della mostra.



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Il già citato Pendulum music, unico lavoro sonoro esposto e omaggio all’omonima opera di Steve Reich, è un’installazione ricavata dal riutilizzo di scatole di rulli per pianola meccanica alle quali sono collegati pendoli che, toccando la parete con ritmiche differenti, producono una sinfonia fuori tempo. È opportuno, infine, notare come alla riflessione concettuale si accompagni un’esplicita attribuzione di senso ai materiali e agli oggetti – in questo caso tutti legati alla musica – che compongono le opere. Come una sorta di collezionista, l’artista conserva oggetti per poi manipolarli: così assembla pagine di album vittoriani per evocare cavità auricolari (Stereofonia, 2019), smonta una macchina da scrivere lasciando in evidenza solo i tasti utili a comporre la scritta noise (Noise, 2019).
I lavori di Mazzonelli sono allestiti in dialogo con un’opera di Giulio Paolini, cui è dedicata una parete. Si tratta di Sottosopra (2005), una composizione di due leggii contrapposti e frammenti di testi autografi inscritti in un abbozzo di cornice prospettica tracciata su muro. L’installazione è da considerare come un’interrogazione sul fare artistico inteso come totalità in relazione al Tempo, alla Storia, all’autorialità: Paolini, menzionando nei frammenti i passaggi di consegne tra Verrocchio e Leonardo, Rossini e Wagner, volge lo sguardo alle nuove generazioni di artisti, tra cui si colloca Mazzonelli.
Quale via per un possibile dialogo tra i due? Certo non quella dei nessi tematici. In Sottosopra i riferimenti musicali (i leggii, le parole dei compositori scritte su carta da musica) hanno ben altra funzione rispetto a quella che la dimensione del suono rappresenta per l’artista più giovane. Si può invece ipotizzare una convergenza su aspetti preliminari, nell’approccio al processo creativo: entrambi si rivolgono alla ricerca dell’origine dell’opera, esplorano le sue condizioni di possibilità. Così, la poetica di Paolini indaga l’a priori della rappresentazione e, già dai primi anni Sessanta, attraverso media differenti, ne traccia la cornice e la scena evocando un’immagine tramite la sua assenza. Mazzonelli – in modo non analogo ma simile – condensa nelle opere in mostra, concretamente, ciò che del suono non è udibile, ma essenziale e fondativo.

Enrico Camprini


Jacopo Mazzonelli | Giulio Paolini

Isorhythm

A cura di Bettina Della Casa

28 settembre – 23 novembre 2019

Galleria Studio G7, via Val D’Aposa, 4A – Bologna

www.galleriastudiog7.it

Instagram: galleriastudiog7


Caption

Jacopo Mazzonelli, Soundwaves, 2019 – Copertina in velluto di album fotografico vittoriano, corde di chitarra, cm 21x62x14 – Courtesy Galleria Studio G7

Isorhythm – Installation view, 2019 – Courtesy Galleria Studio G7

Isorhythm – Installation view, 2019 – Courtesy Galleria Studio G7

Jacopo Mazzonelli, Noise, 2019 – Macchina da scrivere, vetro, cm 34x30x11,5 – Courtesy Galleria Studio G7



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