Imparare dalle cose semplici: intervista a Stefano Caimi

Stefano Caimi ha la barba folta e gli occhi gentili. Nato a Merate nel 1991, è artista e professore di Computer Art alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Il lavoro di Caimi unisce natura e tecnologia, affrontando temi complessi quali il tempo e la diversità. In occasione dalla sua ultima personale (Prelude. A botanical invite, The Flat – Massimo Carasi, Milano, visitabile fino al 13 maggio), abbiamo deciso di intervistarlo. Quello che segue è il resoconto di una vibrante discussione nata un pomeriggio di aprile, davanti a una pseudo-radler e a un bicchiere di birra.


Nel tuo lavoro utilizzi moltissimo la tecnologia. In Roots, per esempio, traduci la forma dialogica delle piante in luci e suoni realizzati a computer, creando una performance unica. Come incorpori la tecnologia nella tua pratica artistica?

Oggi siamo abituati ad avere tutto confezionato, anche per quanto riguarda la tecnologia: scarichiamo dei pacchetti di software pronti e ci accontentiamo di quello che abbiamo, e dunque non andiamo ad approfondire e ricercare. Io preferisco trattare la tecnologia come qualsiasi altro materiale: per poterlo utilizzare, bisogna prima comprenderlo fino in fondo. La forma mentis che ho sviluppato studiando architettura mi permette di approcciarmi ai progetti tramite un iter di ricerca, sperimentazione, conoscenza delle tecniche e infine produzione. La tecnologia non è il fine ma un mezzo per la formalizzazione artistica: dal mio punto di vista, un’arte che ha come fine ultimo l’utilizzo di una tecnologia all’avanguardia senza ulteriori sviluppi rimane sterile.

Phytochronos è un’installazione formata da un cerchio di frammenti lignei collegati a dispositivi che producono una scansione ritmica di suoni: i ticchettii, o meglio, i silenzi di diversa durata che li separano, raccontano la crescita annuale degli alberi. Mi ha fatto pensare ad Antoine de Saint-Exupéry, autore de Il Piccolo Principe, quando scrive che “qualcosa risplende nel silenzio”, poiché è proprio nell’intervallo tra i suoni che quest’opera racconta il tempo che passa.

Siamo stati disabituati a considerare le pause, e invece il teatro lo fa molto. Il silenzio, il nero, le pause sono attimi fortemente compositivi che permettono di catalizzare l’attenzione sul momento di pieno. In Phytochronos ho voluto approcciarmi alla dendrocronologia, ovvero lo studio dell’accrescimento degli alberi in base alle condizioni climatiche. La residenza presso Dolomiti Contemporanee mi ha permesso di confrontarmi con il Centro Studi per l’Ambiente Alpino di San Vito di Cadore; ho avuto quindi l’accesso alla banca dati utilizzata dai ricercatori per condividere le informazioni riguardanti lo sviluppo degli alberi nel corso del tempo. Tramite l’analisi della sezione degli alberi a livello chimico, i ricercatori riescono a capire le condizioni climatiche di uno specifico anno. Ho selezionato due paesi francesi che ospitano esemplari di querce secolari (per espandere il range di dati); mi interessava creare un sistema che sonorizzasse il modo in cui gli alberi scrivono il tempo e il clima: in una condizione climatica ottimale l’albero cresce più velocemente e viceversa. Sono andato poi a lavorare sull’intervallo di tempo tra un ticchettio e l’altro, ogni volta proporzionale alla crescita dell’albero. L’idea era che, posizionandosi al centro dell’installazione, lo spettatore avesse l’impressione di trovarsi all’interno della struttura di un albero che cresce.

In alcune opere, come Post fata resurgo e Phyllon, utilizzi il processo di galvanizzazione per rivestire funghi o foglie di uno strato di rame: è un modo per affrontare la caducità delle cose naturali? Un tentativo per stabilizzare le cose effimere e per dialogare con una ciclicità eterna?

È una componente importante della mia ricerca: il ciclo naturale della vita è per me uno stimolo per riflettere su ciò che ci attende. In natura la morte è un nuovo inizio, un continuo risorgere dalle ceneri. Post fata resurgo (Dopo la morte risorgo) è il motto della fenice e sottolinea l’aspetto ciclico della vita del fungo: quello che noi vediamo è solo l’apparato fruttifero, ma il fungo è composto da un apparato vegetativo sotterraneo (il micelio) che continua a vivere per molti anni. I miceli sono importanti soprattutto per quanto riguarda la comunicazione fra le piante e lo scambio di sostanze nutritive. Essi sono infatti simbionti delle piante, con cui instaurano un rapporto di dare-avere estremamente prezioso. Questo è il motivo per cui le piante in vaso faticano a crescere, mentre nel terreno stanno bene: perché il terreno contiene il micelio. Sottovalutiamo spesso quanto tutte le specie siano connesse fra di loro: il problema della Xylella che ha devastato le coltivazioni di ulivi pugliesi è un esempio perfetto. La malagestione del territorio, improntata alla monocoltura degli ulivi, ha tralasciato l’importanza della biodiversità. La malattia è stata dunque fulminante, poiché le coltivazioni di ulivi erano totalmente prive delle difese che in un ambiente intatto avrebbero avuto. Con questo non intendo dire che dovremmo smettere di coltivare ulivi, ma che è importante farlo in modo sostenibile, prendendo in considerazione le ragioni della complessità naturale: la diversità significa resilienza.

Qual è il tuo punto di vista riguardo all’impatto che, come specie, stiamo avendo sulla sopravvivenza nostra e dell’ecosistema?

Bisogna essere rispettosi nei confronti della natura ma senza romanticismo: è normale che una foresta bruci, che ci siano alberi a terra, è normale che ci sia il disordine e la morte. Il caos del sottobosco e la “sporcizia” organica sono essenziali per la vita di tutte le specie che abitano il bosco: l’importante è togliere i nostri rifiuti, che non appartengono all’ecosistema. Un bosco ordinato, pulito, regolare come quelli che piacevano durante l’Ottocento non è un bosco, ma un giardino. Oggi c’è tanta confusione su queste tematiche, che conduce a una gestione errata del patrimonio naturale. E soprattutto, il tema del cambiamento climatico riguarda più noi come specie che la natura in generale. La natura fa il suo corso e “se ne sbatte” di noi. Ciò che ci porta avanti è la nostra resilienza, e questo si concilia perfettamente con la visione progressista che ho della tecnologia e della scienza. È solo imparando a reagire, così come fa la natura, che potremo progredire come civiltà e diventare più attenti e sostenibili.



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Qual è il ruolo dell’arte e della cultura in questo senso? Un’arte che tratta il tema complesso della sostenibilità che impatto ha effettivamente sullo stato delle cose?

Dare una definizione unica di arte è impossibile, perché ogni tentativo sarebbe inevitabilmente contraddittorio. L’arte è punk, è al di fuori di determinati schemi e concetti. Vale tutto. Io penso che l’arte crei dei simboli, delle visioni e aiuti a divulgare. Ma credo sia più una questione dell’osservatore fare in modo che quello che sta guardando, sentendo o leggendo risuoni dentro di sé e lo porti a una consapevolezza maggiore. Sicuramente ritengo importante utilizzare linguaggi e strumenti contemporanei, anche per una questione di innovazione. La divulgazione scientifica è importante ma non è l’elemento principale: attingo dalla scienza per aprire nuove possibilità. La cosa che mi piace dell’arte è che a volte si va a cercare chissà che cosa; a volte invece ti guardi attorno e scopri di avere molto vicino a te o addirittura in te stesso un intero mondo da indagare. Imparare dalle cose semplici è quello che mi piace di più.

È importante, per te, la dimensione etica nel tuo lavoro?

Per forza. Ma non mi ritengo un attivista: il mio ruolo è più vicino a quello di un divulgatore, anche se non sono nemmeno quello. Io sono un osservatore della natura, la racconto tramite la mia sensibilità e i miei mezzi, sperando di poter creare un dialogo con le persone per scoprire punti di vista e consapevolezze inedite.

Il consumismo ha creato un divario fra gli elementi naturali e l’uso che ne facciamo: ai nostri occhi ci sembra tutto artificiale.

È un distaccamento dalla realtà che porta a un fraintendimento di base. Siamo abituati alla necessità di possedere troppe cose rispetto a quelle di cui veramente abbiamo bisogno. La mia filosofia è questa: dopo aver comprato un prodotto devo tirare fuori da esso il 100% (e anche di più) di ciò che può darmi; una volta fatto ciò, posso pensare di acquistarne un sostituto, altrimenti significa che non è necessario. Dall’altra parte la nostra società ci ha diseducato al valorizzare il tempo: per alcune cose serve pazienza e attesa, e forse la pandemia ci ha aiutato in questo senso. La vita di oggi è super frenetica, ma in natura i tempi sono molto più diluiti. Certe tempistiche servono, secondo me, a farci stare bene; ma in una società in cui il benessere è messo in secondo piano rispetto al profitto, anche il tempo è diventato denaro.

Una serie di opere molto particolari è Phytosynthesis, costituita da stampe di immagini digitali che raffigurano piante e fiori “destrutturati”. Com’è nata questa serie?

In particolare, ho cercato una rappresentazione che potesse mostrare il vuoto di cui siamo costituiti: non siamo ancora riusciti a vedere l’atomo al microscopio, ma tra il nucleo e gli elettroni esiste dello spazio. Dall’altra parte c’è un tentativo di richiamare il cosmo e riflettere sulle piante come quell’elemento che ci collega al sole: tramite la fotosintesi, le piante utilizzano la luce solare per trasformare l’anidride carbonica in ossigeno, permettendoci di respirare ed esistere. Ho provato a smaterializzare le piante come fossero nebulose astrali, rimarcando la connessione fra le varie cellule tramite linee che congiungono i punti da cui è costituita l’immagine.

Molti hanno notato similitudini formali tra le connessioni neuronali all’interno dei nostri cervelli e la rete delle galassie nello spazio. È qualcosa che mi affascina molto: mi ricorda quanto anche le cose più lontane fra loro possano essere simili, seppur così diverse.

Esatto: le varie strutture della vita e della realtà presentano analogie incredibili. È essenziale, però, cogliere le sfumature che le differenziano, altrimenti si rischia di appiattire tutto in un’immutabile e noiosa uguaglianza che ci impedisce di scoprire le particolarità del mondo. Nel mio lavoro c’è anche questa intenzione, cerco di cogliere la tensione tra il dettaglio e l’insieme. Le stampe della serie Phytosynthesis, per esempio, se viste da vicino sembrano contenere dei micro-paesaggi. Le persone che li osservano mi hanno rivelato di aver scorto al loro interno immagini legate ai loro ricordi. Allontanandosi, invece, le immagini di fiori e piante appaiono chiare e inequivocabili. Credo che questo gioco sulla distanza e la prossimità sia legato anche ai miei studi di architettura. Ludwig Mies van der Rohe diceva che “Dio è nei dettagli”, e io ne sono convinto, perché la cura del dettaglio comporta una nuova percezione d’insieme, non tanto per la presenza del dettaglio in sé, ma per la possibilità di avvicinarsi e allontanarsi, cambiando sfumatura e punto di vista. Per me la componente fondamentale dell’arte è la possibilità di cambiare prospettiva e, quindi, di mettere sempre in discussione se stessi.

A proposito di prospettive, l’umanità ha sempre pensato di essere al centro del mondo, di essere stata posta su un piedistallo per diritto di natura. Siamo stati convinti di questo dalla religione e dall’umanesimo, nonché da teorie evolutive del tutto speciste. Oggi, invece, recenti studi stanno dimostrando la presenza di una coscienza complessa anche negli animali e nelle piante: ci sono speranze per abbattere l’antropocentrismo?

Io sono ottimista: l’essere umano fa parte di un ecosistema complesso e spero che man mano che andiamo avanti ci accorgiamo sempre di più di questa nostra appartenenza. È un po’ come il ciclo di vita dell’uomo: all’adolescenza, un’età in cui si compiono molti errori che comportano danni più o meno gravi, seguono una crescita e una nuova consapevolezza di chi è e del mondo che lo circonda. La fase che stiamo vivendo è un po’ una transizione tra l’adolescenza e l’età adulta: stiamo maturando e provando a trovare un posto nel mondo.

A cura di Alberto Villa


www.stefanocaimi.com

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Instagram: stefano__caimi


Caption

Stefano Caimi, Phytochronos, 2022, dettaglio – Courtesy of the artist

Stefano Caimi, Phytochronos, 2022, installation view – Courtesy of the artist

Stefano Caimi, Post Fata Resurgo, 2021, dettaglio – Courtesy of the artist

Stefano Caimi, Phyllon #11 – #16 – #12, 2022 – Courtesy of the artist

Stefano Caimi, Phytosynthesis – Dahlia Xcultorum, dettaglio – Courtesy of the artist