Intarsi di memorie e riflessioni sullo spazio: intervista a Riccardo Beretta sul nuovo progetto Replaced Memories

Riccardo Beretta (Mariano Comense, 1982) realizza opere stratificate che sono il prodotto di una ricerca che si formalizza con materiali e memorie di oggetti e di storie e con i luoghi che li hanno attraversati.
Rientrato dopo un periodo di residenza, ha accettato di raccontarci il suo nuovo lavoro.


Sei rientrato a Milano dopo due residenze. Raccontami di queste esperienze recenti?

Ho avuto la possibilità di partecipare a due residenze in Svizzera, una a Sierre – di tre mesi a fine 2018 – e l’altra a Zurigo – tra marzo e agosto 2019. Durante la prima sono stato ospitato a Villa Ruffieux, nel parco dello Château Mercier, grazie a una segnalazione del curatore Stefano Raimondi. Si trattava di un progetto di “contrabbando culturale” tra Italia e Svizzera chiamato Viavai+. Nel Vallese ero immerso nella natura e vivevo la mia residenza insieme ad altri artisti e ricercatori di diverse discipline. Il programma aveva una struttura abbastanza delineata e si è concluso con una mostra/studio visit in uno degli atelier della villa.

E la seconda?

La seconda è stata un’opportunità che si è presentata proprio durante la residenza a Sierre, sviluppatasi dopo il suggerimento dell’artista Oystein Aasan ad applicare per l’AZB a Zurigo. Questa seconda esperienza è stata per certi versi antitetica perché ricevevo pochi stimoli e suggerimenti dagli organizzatori. Anziché un’esperienza collettiva di condivisione degli spazi, a Zurigo ero l’unico artista in residenza e conoscere realtà interessanti in città non è molto automatico. Ad avermi fatto scoprire le potenzialità culturali e sociali di Zurigo è stato un architetto molto attivo in Svizzera, Oscar Buson. Grazie a lui sono riuscito ad acquisire un punto di osservazione meno turistico e, tramite questo incontro, ho sviluppato poi tante altre relazioni interessanti con architetti, curatori, artisti, etc. L’AZB Residency è nata dalla volontà di un gruppo di scultori zurighesi di convertire gli spazi industriali periferici della città in studi per artisti. La diversità di queste due esperienze, pur rimanendo nella stessa nazione, mi ha fatto riflettere su come la Svizzera possa essere considerata un piccolo modello per l’Europa, penso ad esempio al multilinguismo.

Interessante questo punto di vista. Ma cosa hai sviluppato durante quei mesi, che tipo di ricerca hai realizzato?

Quando ho lasciato il mio studio di Milano (dopo quasi quattro anni) ho iniziato il progetto di una nuova serie di arazzi ricamati e dipinti. La caratteristica nuova, rispetto ai miei precedenti lavori con questa tecnica, era l’idea di intarsiare vari pezzi di tessuto e montare poi l’arazzo su tela. Questa idea dell’uso del frammento, di un editing di gesti pittorici e della configurazione che vari elementi possono costruire, mi sembrava la metafora di quello che stava succedendo nella mia vita. Forse per conoscere qualcosa di nuovo è inevitabile lasciarsi qualcosa alle spalle e partire?

Parlami delle opere che hai realizzato.

Sono partito da Milano con dodici velluti di colore diverso, ricamati usando i versi di due poesie in francese lette nel libro di Gaston Bachelard La poetica dello spazio. È un saggio su come alcuni scrittori – ad esempio Franz Kafka, Victor Hugo, Virginia Woolf o Rainer Maria Rilke – hanno usato l’immaginazione nelle loro opere, dando vita a visioni surreali, simboliche e archetipiche. Ho scelto due versi significativi per quello che stavo vivendo e la mia ambizione era esplorare gli stati d’animo connessi a essi.

Quali sono?

“Je suis l’espace où je suis” di Noël Arnaud (L’état d’ébauche, Messanger Boiteux, Paris 1950) e “Car nous sommes où nous ne sommes pas” di Pierre-Jean Jouve (Lyrique, Mercure de France, Paris 1956).
In italiano sono tradotte così: “Io sono lo spazio in cui sono” e “Poiché noi siamo dove non siamo”.



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Ho visto qualche immagine, i velluti diventano tele in cui intervieni in maniera pittorica e con dei ricami.

L’immagine finale la configuro dopo la fase di pittura e ricamo. L’impasto è ottenuto con una miscela di pigmento e candeggina applicata, poi, su frammenti di velluto archiviati da lavori precedenti oppure nuovi. Il mio uso della pittura è piuttosto primitivo, sono interessato al gesto che la origina come all’impronta di un passaggio: fisico e temporale. L’arazzo è costituito da episodi diversi compressi nello stesso spazio come ricordi che convivono in modo assurdo dentro a un sogno. Ho realizzato con questa modalità opere molto dense e altre più essenziali. A Sierre e Zurigo ho presentato il progetto dal titolo Replaced Memories.

Cosa intendi quando dici che i ricordi convivono come in un sogno.

Intendo come a volte, esperienze accadute in diversi luoghi e tempi vanno a concatenarsi insieme nello spazio di un sogno.

Trovi che le differenze tra le due residenze si siano riflesse anche sui lavori prodotti?

Intendi se le città dove ho lavorato hanno avuto un’influenza sul mio lavoro?

Si e l’hanno avuta?

Mentre lavoro a un’immagine cerco di non anteporre molta teoria. È come se le cose prendessero consistenza tramite un processo automatico nonostante sia presente una certa concentrazione e intelligenza pratica. È un po’ come camminare velocemente su un sentiero: il non pensare ti rende più permeabile alla natura. Non so in che modo queste residenze abbiano influito concretamente nei lavori realizzati ma sentirsi collocati in un altrove rispetto a ciò che si conosce mi ha fatto percepire sensazioni nuove nelle quali potermi reinventare e mettere alla prova.

Ci eravamo lasciati qualche tempo fa con una tua considerazione “Sono ossessionato dalla domanda: Come le persone possono usare il mio lavoro?”.

L’idea di uso a cui mi riferisco è più mentale che fisica. Non mi interessa nel mio lavoro l’aspetto dell’interattività quanto piuttosto la riflessione che può nascere dal contatto con l’opera. È una risposta più meditativa e intima con l’opera d’arte. L’elaborazione di questo pensiero nasce da alcune domande sottssiane: quali sono i riti connessi agli oggetti? Quali significati hanno i processi industriali sulla nostra natura umana? A portarmi a quella domanda è stato anche uno studio visit con la curatrice Valerie Smith, l’anno dopo la dipartita di Mike Kelley. Fu lei a farmi quella domanda e parlando di Mike Kelley mi fece capire come, attraverso la propria storia personale, si possa trovare un punto di incontro con la storia collettiva.

Hai spesso sottratto dall’immaginario domestico forme e oggetti in cui è negato il loro utilizzo. Penso ad alcuni tuoi lavori, come gli strumenti musicali, il paravento, il playground, le sedie e i cuscini ricamati.

Dipende che genere di utilizzo intendi. All’inizio ero molto interessato all’opera come piattaforma per collaborare con altre persone. Poi ho cercato un rapporto più intimo con quello che facevo, meno corale. Ora sono passati già dieci anni dalla mia prima mostra personale Ti manco a Milano? e sicuramente si è delineato un paesaggio o un panorama di opere che nella totalità può far emergere considerazioni che nel contributo singolo sono più nascoste.

Quando potremo vedere Replaced Memories?

Ci saranno altri episodi nel 2020. Al momento sono impegnato nella ristrutturazione del mio nuovo studio a Monza.

A cura di Elena Solito


www.riccardoberetta.com

Instagram: riccardo_beretta_studio


Caption

Riccardo Beretta, WIP Sierre – Courtesy Riccardo Beretta, ph. Riccardo Beretta

Riccardo Beretta, RM Sierre, 2018 – Courtesy Riccardo Beretta, ph. Riccardo Beretta

Riccardo Beretta, RM Zurich, 2019 – Courtesy Riccardo Beretta, ph Riccardo Beretta



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