Wish it was a Coming Out. Intervista a Melissa Ianniello

Melissa Ianniello (Napoli, 1991) si è laureata in Filosofia presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Nel 2013 inizia a studiare fotografia da autodidatta e in seguito approfondisce la sua formazione partecipando a corsi di specializzazione tra Bologna e New York con fotografi come Michael Ackerman, Erica McDonald, Carolyn Drake. Nel 2017 inizia a lavorare come fotografa professionista e contemporaneamente inizia a occuparsi di fotografia documentaria partecipando a un Master con Davide Monteleone.
La sua ricerca artistica si focalizza su argomenti di respiro sociale che vertono sulla lotta contro i tabù della società contemporanea: tematiche legate al genere, alla sessualità e alla sfera della salute mentale, sviluppate in prospettiva autobiografica e intimista.
In questi anni ha ricevuto riconoscimenti in Italia e all’estero e le sue fotografie sono state pubblicate in varie riviste, tra cui il Guardian.
Attualmente vive a Bologna e lavora in giro per l’Italia.


Parliamo del tuo progetto Wish it Was a Coming Out. Il tuo approccio alla fotografia parte da motivazioni personali forti e si sviluppa in un lavoro che dialoga direttamente con la sfera politica e sociale, oltre che emotiva. Come è nata questa esigenza di porre l’attenzione sul tema dell’omosessualità vissuta in terza età?

Il progetto è nato dal mio coming out mancato: sono lesbica e nel corso degli anni mi sono dichiarata praticamente con tutti tranne che con i miei nonni, perdendo l’opportunità di una reciproca e più intima conoscenza.
Ad esempio, all’età di 25 anni, a causa dell’aggravarsi delle condizioni di salute di mia nonna materna, non sono riuscita a confidarle questo aspetto così importante della mia vita.
Da questa confessione mancata è nata la necessità di riscatto, di un’azione catartica che fosse utile sia a me sia ad altri.
Nel 2018, all’età di 27 anni, attraverso il passaparola e l’utilizzo dell’app per incontri Grindr, ho iniziato ad avvicinarmi a persone che fossero vicine ai miei nonni per età e a me per orientamento sessuale, ricreando simbolicamente quel dialogo che avevo negato ai miei nonni.
In questo progetto ho voluto indagare il doppio tabù dell’omosessualità e della terza età. Protagonisti di questo lavoro sono infatti un gruppo di uomini gay e donne lesbiche tra i sessanta e i novanta anni, provenienti da tutta Italia, che da circa tre anni sto avendo il piacere di incontrare, ascoltare e, in seguito, fotografare.
Il titolo del progetto non allude alla sola sfera sessuale ma anche e soprattutto alla condivisione intergenerazionale di esperienze e vicende personali.
Il mio obiettivo è quello di trasmettere la testimonianza di chi, gay o lesbica nell’Italia di oggi, vive un’età spesso demonizzata e patologizzata, che invece andrebbe mostrata e conosciuta per la sua bellezza e potenza: le protagoniste e i protagonisti del mio lavoro sono esempi di forza e coraggio.

All’interno dei tuoi scatti fotografici, oltre ai soggetti, sono sempre presenti elementi della casa, come se volessi enfatizzare questa connessione tra chi fotografi e l’ambiente in cui vive. Come ti sei rapportata con le persone incontrate lungo il tuo percorso?

Il mio approccio con le persone che ho fotografato è sempre stato quello di entrare in casa loro in punta di piedi. Per arrivare a fotografarle nella propria abitazione sono prima passata attraverso lunghe chiacchierate al telefono e, solo dopo aver instaurato un principio di rapporto, ho chiesto di essere ospitata. Per realizzare gli scatti di questo lavoro ho in molti casi vissuto presso l’abitazione di queste persone per diversi giorni, condividendo la loro quotidianità. Ho cercato così di ristabilire una connessione tra generazioni completamente diverse, presentandomi come una sorta di “nipote” acquisita, affinché avvenisse quel passaggio di testimone che diversamente sarebbe andato perduto. Il mio obiettivo era ed è quello di mantenere in vita e diffondere memorie storiche e personali che certamente non meritano l’oblio.
Ho fotografato i miei soggetti sfruttando la luce naturale proveniente dalle finestre, l’idea della finestra rappresenta simbolicamente per me l’apertura verso il mondo esterno: mentre l’osservatore entra silenziosamente nelle abitazioni di chi fotografo, i miei protagonisti e le mie protagoniste rivolgono lo sguardo verso la società.



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La tua pratica fotografica può essere associata al termine Artivism, neologismo coniato da Zanele Muholi per enfatizzare questa commistione tra arte e attivismo politico?

Provo molta stima per la fotografa sudafricana Zanele Muholi e ho avuto il piacere di conoscerla dal vivo. Trovo che nella mia fotografia ci sia molto di politico e sicuramente una parte dei temi da me trattati sono simili a quelli indagati da Muholi. Entrambe, ad esempio, abbiamo a cuore la visibilità della popolazione LGBT+, spesso dimenticata e giudicata con diffidenza dalla società. Tuttavia, piuttosto che reputarmi un’artivista, preferisco rimanere legata alla definizione di fotografa documentaria. In passato, e per diversi anni, in qualità di lesbica, sono infatti stata un’attivista, ma oggi preferisco considerarmi una semplice fotografa che nei suoi lavori coniuga la sfera personale con quella politica.
Se la fotografia può essere declinata in fotografia-finestra e fotografia-specchio, ovvero sguardo verso l’esterno e viceversa verso l’interno, la mia attività si rivolge maggiormente verso la riflessione, l’aspetto più intimistico, verso la componente specchiante appunto.

Che rapporto hai con i social e, da artista emergente, come definisci il tuo ruolo e quello del pubblico.

Sono molto attiva sui social perché penso che siano lo strumento ideale per rendere il pubblico partecipe dei miei progetti e di come sto cercando di realizzarli. Sono contraria alla pura autoreferenzialità: io necessito di un riscontro da parte del mondo esterno.
L’artista non può e non deve ergersi su un piedistallo. Ha bisogno del suo pubblico, e affinché un dialogo sincero avvenga ci deve essere complicità tra le due parti in grado di stimolare una partecipazione attiva nell’osservatore, non più semplice fruitore passivo.
Voglio sfatare il mito dell’artista considerato avulso dal mondo e dalle dinamiche sociali ed economiche che lo compongono. L’arte è spesso associata a una pratica estremamente elitaria, mentre io voglio comunicare anche le difficoltà in cui ci si imbatte: nel mio caso, ad esempio, l’essere fotografa senza avere una solida base economica di partenza.
Proprio per questa volontà di inserire i miei progetti in un contesto di dialogo aperto e diretto, che sia in grado di raggiungere un vasto pubblico, sono estremamente favorevole a un tipo di arte che si inserisca sempre di più nel contesto urbano.
A tal proposito sono orgogliosa di essere stata selezionata tra i vincitori della nona edizione del Photoville FENCE, un festival di fotografia americano nel quale i fotografi scelti espongono i propri scatti all’interno di undici parchi pubblici negli USA. Sono particolarmente felice della tipologia di luogo designato per questo evento in quanto la considero una scelta di forte carattere politico. Decidere di uscire dai musei per contaminare spazi non chiusi e non istituzionalizzati rappresenta infatti la mia idea di arte: creare un rapporto diretto tra chi entra nel parco e quelle fotografie che altrimenti non sarebbero state verosimilmente viste, per mancanza di possibilità economiche o di background culturale.

Progetti attualmente in corso e direzioni future?

Nell’ultimo anno ho iniziato due progetti: il primo, My Girl is a Boy, è un lavoro a lungo termine iniziato durante il lockdown in cui mi occupo della tematica del transgenderismo. Parlo della transizione del mio ex compagno, un ragazzo trans FtM, e al tempo stesso documento l’intenso e delicato periodo vissuto all’interno del nostro rapporto in relazione a questo cambiamento, unendo ancora una volta l’aspetto personale a quello politico.
Si tratta di un’indagine sul transgenderismo dove non mi concentro sul cambiamento fisico, ma in cui mi focalizzo sulle implicazioni emotive legate alla riscoperta della proprio identità.
Roller Coaster, montagne russe, è il secondo progetto, nato all’interno del workshop americano Eddie Adams Workshop XXXIII, al quale sono stata ammessa in seguito a selezione e che ho frequentato da remoto durante la quarantena.
Mi è stato assegnato il tema “New normal”, che ho deciso di declinare non in termini di tematiche-finestra, come ad esempio la situazione post-covid, ma nuovamente mi sono concentrata sull’aspetto personale. Soffrendo di disturbo bipolare di II tipo, ho indagato la nuova normalità in relazione alla mia condizione, caratterizzata da periodi di up and down, cercando di contribuire al superamento di un altro tabù imposto dalla società.
Accanto a questi nuovi progetti vorrei completare Wish it Was a Coming Out, e per poter fare ciò a metà novembre lancerò un crowdfunding.
L’obiettivo finale sarà poi la pubblicazione di un libro. Nel mentre sto aspettando conferma per alcune mostre che, se la situazione sanitaria lo consentirà, verranno organizzate nei prossimi mesi qui in Italia.

A cura di Anna Masetti

Instagram: melissa_ianniello

www.melissaianniello.com


Caption

Melissa Ianniello, Victor Palchetti-Beard, 67 anni, e Gianni Manetti, 70 anni, Firenze (Toscana) – Courtesy Melissa Ianniello

Melissa Ianniello, Un angolo della casa di Silvano Patacca (Pisa – Toscana) – Courtesy Melissa Ianniello

Melissa Ianniello, Gianni Picciotto, 72 anni, Perugia (Umbria) – Courtesy Melissa Ianniello

Melissa Ianniello, Edda Billi, 86 anni, Roma (Lazio) – Courtesy Melissa Ianniello

Melissa Ianniello, Stella Marchi, 65 anni, e Paola Fognani, 73 anni, Roma (Lazio) – Courtesy Melissa Ianniello

Melissa – Courtrsy Melissa Ianniello, ph Erika Zucchiatti