Intervista a Martyna Benedyka

Come va? Come stai dopo la residenza?

Bene. il tempo è volato dopo le vacanze. Ero ancora in Croazia, ho scattato alcune foto e ho fatto ulteriori ricerche. E continuo a lavorare, piano piano. Comincio i miei studi tra due settimane. Sto aspettando ora le informazioni se saranno online o se andrò a scuola, come una volta.

E come preferisci?

Preferisco andare. Soprattutto perché si tratta di musica, non di computer.

Lavori con vari media visivi: pittura, fotografia, video. Ti occupi anche, o forse soprattutto, di canto; hai lavorato con Morricone a un suo grande concerto e hai cantato le canzoni di Preisner. L’attività di questi autori è molto legata all’immagine. Durante l’open studio che abbiamo organizzato alla fine della residenza, hai intrecciato opere visive e musica. Hai presentato i disegni con l’accompagnamento del tuo canto registrato poco prima. Su internet, mi sono imbattuta nel tuo progetto “Discussione sul rapporto tra suono e immagine”. Dato che immagine e suono si intrecciano così spesso nel tuo lavoro e nella tua ricerca, hai qualche pensiero a riguardo che vorresti condividere?

Qual è la relazione tra il suono e immagine

Non necessariamente “qual è la relazione”, non puoi sapere tutto

È vero, non lo so. [ride]

Quali sono le tue intuizioni, come la vedi personalmente. Tutti abbiamo a che fare con immagini e musica, ma tu sei andata lontano in entrambi i campi. Il tuo rapporto con musica è stato uno dei motivi per cui ti abbiamo scelto per partecipare alla residenza.

Ho scoperto queste due passioni molto presto e non volevo rinunciare a nessuna. All’inizio ho scelto la pittura, perché queste erano le circostanze, l’atmosfera, è andata così. In più, ho iniziato gli studi all’estero in questo campo subito dopo il diploma. Tuttavia, il suono è rimasto importante per me. Lo è sempre stato, da quando ho iniziato le scuole, o anche prima. Cercavo di capire perché spingo così tanto per mantenere queste due cose attive. Ho avuto ispirazioni legate sia alla musica sia all’arte (principalmente alla pittura), ma tutti mi suggerivano di separarle. Sebbene nessuno mi abbia detto di connettere questi due campi, stavo comunque cercando una connessione, ma ancora non ho trovato una risposta a questa domanda.

Non so quando o se sarò mai in una fase tale da rispondere alla domanda su come il suono si rapporta all’immagine. Per ora, lo prendo intuitivamente: so di poter cantare, ho una voce e sento la musica. L’arte visiva, la pittura è base intorno a cui gira la mia vita quotidiana. Cerco una sorta di silenzio nella pittura o nella fotografia. Questo silenzio, in un certo senso, crea un dialogo con la voce, che uso come il mio secondo linguaggio artistico. Inoltre, vale la pena menzionare che io canto classicamente. Mi toccano, mi interessano e li sento maggiormente i migliori pezzi classici del passato, creati dai migliori compositori. So di avere una voce per Bach, per esempio, mi sento a mio agio con questo genere di musica. Nel campo della pittura, invece, voglio creare qualcosa di semplice da sola, da zero, anche se nasce da un pensiero complesso.

Cosa ne pensi della composizione di musica per i film? Ti piacerebbe realizzare film?

Mi piacerebbe sicuramente fare film. Ho anche fatto dei passi, ho iniziato a fare video. Ho avuto esperienze con l’animazione in stop-motion. Il linguaggio dell’immaginazione, mi commuove e mi piace. Eppure, non ho ancora mai messo il mio suono sotto le mie animazioni, ho sempre collaborato con qualcuno. Sarebbe bello creare un giorno un intero progetto mio.

Prima di passare alla residenza, vorrei fare una domanda sul futuro. O almeno questo mi viene in mente quando vedo il tuo progetto A Little Book of Information Design From Analogue To Digital And Back che descrivi: “La visualizzazione disegnata a mano è una linea temporale personale che tiene traccia dei suoni e di altre cose intorno a me in ordine cronologico”. È un progetto che si sta sviluppando verso qualche forma di intelligenza artificiale? Sembrano note prese per poter creare un dispositivo o un’applicazione. Stai per caso lavorando a una forma meno tradizionale di incontro tra immagine e suono?

Questo è un progetto partito durante la mia residenza in Spagna. È stato il mio primo tentativo di mettere il suono letteralmente “nero su bianco”, solo che era colorato – ho iniziato anche a colorarlo dopo [ride]. In questo progetto, mi sono messa a ricercare i suoni intorno di me. Analogamente al modo in cui creo visivamente, dove mi interessa tutto ciò che mi circonda, in particolare i frammenti e la successiva combinazione di singole osservazioni, qui trovavo i frammenti di suono. Anche il telefono che squilla mi interessava. Si può dire che l’idea è entrata nel campo dell’information design.

Queste tue opere hanno un potenziale enorme, anche se credo non sia ancora stato sviluppato, a meno che non debbano rimanere per sempre al livello di schizzo, e questa sia la loro forma ideale?

No, questo è solo l’inizio del progetto. Si svilupperà ancora. Era un progetto parallelo al lavoro principale e non ha ancora avuto l’attenzione che merita. In questa occasione ho notato che sono brava con mind mapping. Di solito inizio a lavorare con le parole, cerco connessioni e da questo punto mi sposto verso l’immagine o il suono. Così diventa più facile e chiaro per me. Per quanto riguarda questo progetto, consisteva nella parte “tracing”, cioè il numero esatto di volte in cui ho sentito un determinato suono, o che frequenza aveva. Non si può vederlo su questi fogli, perché ho usato notazioni semplificate. Volevo che questo progetto riguardasse il disegno del suono. Ho utilizzato le forme di quadrati e altri simboli.

Anzitutto questi disegni per me sono belli da un punto di vista puramente visivo. D’altra parte, sono affascinanti perché senti il potenziale per chiudere il mondo intero su un pezzo di carta, in un sistema di codici, una sorta di conoscenza segreta, disponibile solo per le persone che conoscono la leggenda. Mi sembrava una preparazione per creare un tipo di pillola del tempo e spazio, pronta a trasferirci in un universo parallelo. Mi ha toccato.

Quello che dici è interessante, perché, anche se non sono andata nella direzione dell’AI con questo progetto, ne ho letto molto e di sicuro qualcosa mi è rimasto in testa. Comunque, questa probabilmente non è la fase in cui potrei iniziare a farlo, mi sto concentrando sul suono e sto cercando di costruire connessioni audiovisive.

Da dove è nata l’idea di partecipare alla residenza e perché hai scelto questo formato: un piccolo paese del Sud Italia, una durata relativamente breve, e soprattutto, le rovine. Cosa ti ha incoraggiato ad applicare? O forse hai applicato a tutto quello che c’era?

No[ride]. Penso che ciò che mi ha attirato, soprattutto, sia stata la sfida. Il progetto che ho presentato per la residenza era qualcosa che non avevo fatto prima. Volevo creare un suono e combinarlo con l’immagine. Sfortunatamente, non c’era abbastanza tempo e probabilmente non ero neanche pronta, alla fine. Ecco perché ho fatto la mia ricerca tradizionale e ho ricreato un classico pezzo storico. Tuttavia, ho fatto un passo avanti. Ho creato la mia interpretazione di un pezzo musicale scritto all’epoca della costruzione del castello di Squillace (intorno al 1000 d.C.). Ho usato il cosiddetto canone, una tecnica caratteristica dei tempi in cui viveva l’autrice del canto, Hildegard von Bingen. Ho sovrapposto 12 diverse registrazioni della mia voce, ognuna da una presa diversa. Volevo, in modo simile a quello che faccio in pittura, che gli spettatori – che hanno ascoltato la mia registrazione al castello durante l’open studio – scoprissero da dove proviene il suono. Quindi, inizialmente, gli altoparlanti dovevano essere nascosti. Prima di venire ho pensato che queste rovine sarebbero state uno spazio chiuso e che sarebbe stato più facile ottenere una buona acustica. Volevo anche creare un’installazione più tradizionale (del tipo che io vedo più spesso), cioè scultura. Onestamente, non avevo idea di come combinare la mia registrazione con gli schizzi che ho creato, non l’ho mai visto fatto bene da nessun artista affermato.

Il secondo motivo per mandare l’application è il “passato”, la necessità di rispondere a uno spazio storico che non conoscevo completamente.

Penso che non essere preparati per qualcosa che non si può prevedere possa portare a una situazione molto positiva di riprogrammazione del proprio lavoro.

Mi piace prendere un rischio quando si tratta di creare e in questa residenza ho percepito il rischio, anche se non sapevo quale sarebbe stato. Forse il fatto che ho affrontato qualcosa di sconosciuto – non sono mai stata molto coinvolta con l’archeologia. Ma il passato mi ha sempre interessato, soprattutto l’architettura. Mi interessa l’archeoacustica, la scienza che studia il passato attraverso il suono. Un diapason – un dispositivo utilizzato per sistemare il suono nello spazio – è persino raffigurato in molti disegni murali storici. Te lo faccio vedere perché ce l’ho con me. Quando lo colpisci, sentirai un suono “a”. Nell’antichità esistevano varie tecniche per creare edifici basati sul suono. Studiavano le onda sonore – l’intero processo si è ridotto al lavorare con la tecnologia del suono e delle vibrazioni. L’archeoacustica è ancora un campo in evoluzione. Lo sto esplorando.



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Il tuo lavoro durante la residenza non era direttamente correlato all’archeoacustica?

Sì e no. Oltre al pezzo che ho presentato, stavo anche facendo delle ricerche, registrando i suoni che c’erano nel castello. Portavo il registratore con me ogni giorno e prendevo le note sonore in tutta la città. È solo che non era ancora il momento di mostrarlo al pubblico. Spero avrò la possibilità di farlo quando svilupperò questo progetto.

Sai che il progetto di Harley Price, creato in occasione dell’ultima residenza (2018) – che abbiamo poi proposto nella mostra Open Fields – era intitolato Requiem degli ulivi e raffigurava l’oliveto di Squillace con l’uso delle note?

Durante l’open studio abbiamo visto, da una parte, i tuoi schizzi: osservazioni brevi e intuitive, stati d’animo determinati da movimenti veloci, forme libere, aperte. D’altra parte, abbiamo sentito un canto molto specifico e storicamente radicato. Hai reinterpretato la canzone O virga ac diadema, una delle poche opere musicali di quel periodo di cui si sono conservati sia la musica sia il testo. Il pezzo è stato composto da Hildegard von Bingen, una santa, mistica e compositrice medievale. Il brano risale al 1151, epoca in cui il castello di Squillace, oggi rovina maestosa, era appena in costruzione. Come pensi abbia funzionato – se ha funzionato – l’incontro di queste due materie?

Penso che abbia funzionato [ride]. Mi piace creare situazioni incompiute e “sfumate”. Mi è piaciuto entrare in questo castello e non sapere cosa stesse succedendo. Mi sono concentrata sulla creazione di questo paesaggio sonoro nel miglior modo possibile. Nel frattempo ho cambiato un po’ il concetto per quanto riguarda l’installazione. Inizialmente, volevo che fosse composta da una scultura, che è qualcosa di completamente nuovo per me: un rischio e una sfida. Tuttavia, è stato troppo difficile da organizzare nel corso di pochi giorni. Penso di essere riuscita a combinare suono e immagine. I disegni che ho mostrato si riferivano ai sentimenti, a quello che avevo in mente in quel momento. Ora li vedo come se fossero le pagine del mio diario. Erano semplici disegni semi-astratti. Un’osservazione incentrata sul momento, impressionistica, “una linea andata a fare una passeggiata”. Ho creato l’installazione composta da questi disegni accompagnati del suono – volevo che il suono apparisse anche nei disegni. Le linee erano un po’ associate a un pentagramma, con l’atto di scrivere la musica. Il riferimento alla musica è apparso anche grazie alla disposizione dei disegni nell’installazione. Tra i fogli ho lasciato spazi, pause tipiche per canzoni o concerti. Anche le parole dell’opera si sono riflesse tematicamente nel contenuto degli schizzi: femminilità, ramo d’ulivo cioè l’inizio, partire da zero, costruzione, Adamo, creazione dell’uomo, albero; Non mi interessavano i riferimenti religiosi ma erano specifici di quei tempi. L’autrice del canto creava sotto le sue rivelazioni.

Ho scelto questa compositrice anche perché con lei niente è scontato. Si dice che fosse la compositrice più importante del Medioevo, ma mi sono interessata a lei per diversi altri motivi indipendenti. Era una donna, si occupava di molti campi, non aveva educazione formale in questo campo e i suoni che creava non erano mai una semplice linea melodica. Mi sono identificata un po’ con la sua complessità. Mi occupo di musica e arte da molto tempo, ma solo ora comincerò a studiare musica. Nella musica classica è necessario avere un background e una preparazione concreta. Nel 2014 mi sono laureata in arti visive in Scozia.

Davanti alle tue opere visive, la percezione dello spettatore salta costantemente tra la percezione figurativa e astratta. Questa dinamica non consente di riposare.

Ah, brava! [ride]. Hai ragione al 100%. Non so se sono dinamici, ma sono sicuramente tra l’astrazione e la figurazione.

Ho detto che sono “dinamiche” non perché presentano immagini dinamiche, ma nella loro essenza: chi guarda non sa se può nominare ciò che vede, è un intrigo continuo.

Hai ragione, non credo di dover aggiungere altro [ride]. Molto presto mi sono fissata sull’obiettivo di creare simboli che significassero molto per me, che includessero la mia storia. Attraverso questo simbolo o figura, lo spettatore ha spazio per creare le proprie interpretazioni. All’inizio, il mio lavoro era molto serio, poi ho iniziato a usare l’umorismo facendo i collage spiritosi, poi sono tornata alla pittura come fotografia analogica in bianco e nero. La gente dice che quello che faccio è piuttosto nostalgico o “scandinavo”. Nessuno ha mai usato la parola “dinamico” ma forse hai ragione, puoi perderti in questi quadri – e questo va bene, perché è quello che intendo.

Diresti che la musica è la più astratta delle arti? Ne abbiamo parlato alla residenza fuori orario.

Sono d’accordo con te, decisamente, la musica è la più astratta. A meno che tu non sia Kandinsky, allora crei una narrazione per te stesso e la ritrovi in questa astrazione.

Se dipingi o disegni un grande punto nero e lo chiami cosmo, o giallo, e lo chiami sole, gli altri lo capiranno facilmente. Il suono, tuttavia, ha uno spazio di interpretazione illimitato. Se suoni la nota “a”, può diventare qualsiasi cosa o fenomeno che gli assegni in un dato momento.

Però, anche la mia pittura può essere qualsiasi cosa. Dici che la differenza è che una cosa la puoi vedere perché ce l’hai davanti agli occhi e altra la “solo” senti? Penso che la musica sia davvero la più astratta, ma anche essa ha i suoi limiti.

Cosa ti affascina della musica?

Il tema dell’effimero mi interessa. Il suono non può essere trattenuto in alcun modo. Anche se ci provo, ad esempio con una registrazione, non sarà più lo stesso suono.

Nel tuo artist statement leggiamo: “le mie opere diventano momenti fugaci di realtà distorta” e “le mie opere sono frammenti che agiscono come segni poetici”. Scrivi che la fotografia ti ha insegnato che “la memoria è fragile e incerta” e che grazie alla pittura registri e trasformi i ricordi. Anche il tuo progetto, realizzato presso la residenza, si chiama In Memory of My Feelings. Tutto questo significa che percepisci il mondo attraverso il prisma delle tue emozioni ed è questo che desideri condividere con gli spettatori?

Sì. Questa è l’unica strada. L’artista condivide sempre ciò che sente e vive. Ci sono anche artisti che affrontano temi come, per esempio, la politica, ma questa è sempre la loro prospettiva, dopotutto nessuno ha il monopolio della verità. Ci sono molte delle mie emozioni e del mio passato nei miei lavori. Queste sono storie non ancora raccontate, incompiute. Mi baso sulla mia esperienza, ma le persone hanno storie simili, quindi chiunque può identificarsi. Voglio incoraggiare le persone a fermarsi e osservare momenti fugaci.

Lavorare con le emozioni ti dà sicuramente molto: ti aiuta ad analizzare ciò che stai vivendo, a definirlo e a liberarti. Chi sono i destinatari del tuo lavoro e cosa condividi con loro?

Condivido ciò che vedo e sento. Capisco – forse a causa della mia ipersensibilità – che posso vedere e sentire di più. Io sto cercando di intrufolarlo nel mio lavoro per consentire l’accesso ad altri. Ho un tale bisogno interiore. Mi pongo spesso domande esistenziali: A cosa serve tutto questo? Perché siamo qui? Cosa ci sta succedendo? Tali considerazioni filosofiche. Mi concentro su ciò che succede ora, ciò che ci circonda. Questo si è fatto vedere nei miei disegni creati durante la residenza: non sai esattamente cosa sia, ti ricorda qualcosa, vivi delle emozioni.

Credi che un disegno relativo alla tua esperienza susciterà le stesse emozioni in un osservatore indipendente?

Non le stesse. Qualunque emozioni. Qualcosa lo toccherà, sentirà emozioni che di solito non sperimenta, su cui non si concentra. Quello che faccio è molto personale. Sono nostalgica, malinconica, ipersensibile e a volte uso l’umorismo.

È una grande sfida per un artista, che impari per tutta la vita: parlare di ciò che hai vissuto e di ciò che senti, in modo che anche gli altri lo sentano, in modo che non rimanga solo nel tuo diario mentale come simbolo, un riferimento di ciò che si ha sperimentato. Quando guardo una vecchia foto di famiglia ma non ricordo più l’evento registrato, questa foto non ha per me alcuna carica emotiva. Tale foto-simbolo diventa vuota e non mi connette a niente.

Interessante. Ti capita che non ricordi l’evento ma guardi la foto e crei una storia?

Non ricordo affatto i miei primi anni. Ad esempio, mi vedo con una torta per il mio compleanno e non la ricordo affatto, ma guardo questa foto e mi dico: Oh, quanto ero felice allora! E questo suscita in me emozioni positive. Come se mi ricordassi quel giorno, ma non lo ricordo. È difficile da spiegare.

Mi è capitato di perdere tutti i dati dal mio hard drive, comprese le foto e i video della mia infanzia, e mi è sembrato di vivere un lutto: erano riferimenti visivi al passato e, perdendoli, ho perso il contatto con la mia storia. È cambiato molto nella mia percezione del significato dell’immagine da allora.

Ho vissuto qualcosa di simile quando mi hanno derubato in Scozia. Ho perso il mio portatile con foto e materiali dell’intero periodo degli studi. Non ho quasi nulla di quel periodo. È stata un’esperienza molto difficile, soprattutto perché creo basandomi sui ricordi e spesso ritorno alla loro documentazione.

Una domanda pratica e concreta: vedo che su internet stai andando alla grande e già vendi opere create nella residenza. E sono abbastanza care.

Non vendo ancora, per ora le ho esposte [ride]. Sto esponendo piano piano.

Vorresti dire qualcosa su come organizzarsi in questo settore? Hai qualche suggerimento?

Ho iniziato a vendere mentre studiavo in Scozia. Nelle università britanniche, ai diplomi partecipano curatori, galleristi, redattori delle riviste d’arte e appassionati d’arte. Durante i diplomi, puoi vendere i tuoi dipinti. Per me tutto è iniziato qui. Le gallerie mi hanno contattato e hanno iniziato a vendere il mio lavoro. Cosa potrei consigliare? Non iniziare troppo in basso. Le persone che hanno comprato da me mi hanno detto che vendo troppo a buon mercato. Mi hanno detto subito: dovrebbe costare almeno tre volte di più. All’inizio pensavo che la gente non avesse i soldi per queste cose. Ero anche insicura di me stessa, pensavo: comunque, non li comprerà nessuno, le espongo economici, non valgono ancora così tanto. Era la mia insicurezza. Consiglio di dare un’occhiata al mercato in giro, chiedendo anche ai colleghi del campo. Quando ho visto alcuni amici dell’università che espongono opere per migliaia di sterline, ho cambiato approccio. Vale sicuramente la pena anche aumentare i prezzi ogni anno. Voglio che la musica e l’arte siano la mia attività principale, quindi sto lavorando anche su questo aspetto. Ho dei profili di vendita online, ma ho ancora molti dubbi in testa se le vendite online siano l’opzione migliore per l’arte di cui mi occupo. Come ho detto, la mia esperienza è principalmente legata alla collaborazione con gallerie e collezioni private. Imparo costantemente come affrontare il mercato dell’arte. Non conosco il mercato italiano, quindi è davvero difficile per me dare consigli che potrebbero essere utili qui. Un altro consiglio generale è quello di semplicemente andare avanti e non arrendersi. Conosco persone a Londra che hanno un centinaio di quadri nel loro studio, ma non ci fanno niente e lavorano altrove. Mi sono posta l’obiettivo di non smettere di creare. Cerco attivamente contatti, gallerie e curatori. Di recente ho tenuto il Guest Artist Talk, questa volta in Romania, dove ho condotto una lezione per gli studenti del dipartimento di pittura. Vado in diverse direzioni, costruisco la mio image su vari piani.

A cura di Dobroslawa Nowak


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Caption

Martyna Benedyka, In-ruins 2021 – Registrazione suono (Residenza 2021) – Courtesy In-ruins

Martyna Benedyka, In-ruins 2021 – Installation view (Residenza 2021) – Courtesy In-ruins

Martyna Benedyka, In-ruins 2021 – Installation view (Residenza 2021) – Courtesy In-ruins

Martyna Benedyka, Untitled, 2021 – Courtesy In-ruins

Martyna Benedyka, Praise For The Mother, 2021 – Courtesy In-ruins