Intervista alla curatrice Amalia Nangeroni

Amalia Nangeroni, classe 1990, è storica dell’arte e curatrice indipendente. Padovana d’origine, si è laureata presso l’università Ca Foscari di Venezia. I suoi progetti sono stati ospitati presso spazi pubblici e privati e gallerie d’arte tra Venezia e Roma. Dal 2016 al 2019 ha collaborato con il dipartimento curatoriale del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Torino.


Amalia, volevo partire dalla tua formazione, ho visto che hai intrapreso un percorso universitario in Beni Culturali e ti sei poi specializzata in Storia dell’Arte. Credi che per lavorare nel mondo dell’arte sia necessario seguire un percorso accademico preliminare?

Gli anni dell’università a Ca’ Foscari sono stati fondamentali per la mia formazione, che è parte di me e influenza il mio modo di approcciarmi all’arte, ma ho sempre creduto che fosse necessario impegnarmi in svariate attività per conoscere il sistema dell’arte e trovare una mia strada. Così il mio percorso universitario è stato intervallato da numerosi tirocini o collaborazioni che mi hanno portato a lavorare ad esempio nell’ambito della conservazione museale alla Fondazione Querini Stampalia, della mediazione culturale alla Fondazione Pinault, oppure sono stata anche assistente dell’artista Joseph Kosuth per una mostra curata da Chiara Bertola. Il mondo dell’arte è vario e le professionalità che vi gravitano sono molte. A mio parere un percorso accademico è essenziale per la formazione di chiunque così come lo sono gli anni di “gavetta”, è così che ho capito di volermi interessare all’ambito curatoriale e lavorare per le istituzioni museali per progetti d’arte contemporanea.

Hai lavorato al Castello di Rivoli seguendo numerose mostre tra cui quelle realizzate da Hito Steyerl e Anna Boghiguian. Come l’esperienza a Rivoli ha influenzato il tuo attuale modo di lavorare?

Il Castello di Rivoli è stata una grande scuola. Tra il 2016 e il 2019 ho lavorato come assistente curatoriale per varie mostre e pubblicazioni contribuendo alle ricerche storico-artistiche e seguendo i progetti espositivi dalla loro concezione alla loro realizzazione sotto la guida del direttore Carolyn Christov-Bakargiev e delle curatrici Marianna Vecellio e Marcella Beccaria. Sono stati anni intensi, in cui ho imparato moltissimo. Dietro una mostra ci sono mesi di studio e preparazione ed è proprio questo aspetto che più mi interessa. Soprattutto per quanto riguarda le mostre personali, quelle a Rivoli sono l’occasione per compiere studi approfonditi mai realizzati prima sull’artista, il quale a sua volta è invitato a relazionarsi con gli spazi del museo per realizzare nuove opere. Una delle esperienze più importanti è stata sicuramente lavorare al primo studio accademico sull’artista Anna Boghiguian, conoscerla e poter entrare nel suo mondo ha significato molto per me. Un altro aspetto fondamentale cha ha caratterizzato il mio percorso a Rivoli è stata la collaborazione con istituzioni, curatori e artisti internazionali. Lavorare con realtà come il Getty Reaserch Institute di Los Angeles, come è stato per la mostra su Harald Szeemann, con l’Ermitage di San Pietroburgo per la mostra sull’Arte Povera, o alla mostra itinerante di Anna Boghiguian alla Sharjah Art Foundation, mi ha proiettata verso un sistema dell’arte globale portandomi a viaggiare molto per visitare musei, fiere e studi d’artista. Nei miei progetti di oggi sicuramente si avverte l’influenza di questa esperienza sotto molteplici punti di vista.

Come curatrice, le esposizioni che segui partono da un interesse per il lavoro dell’artista o in base al tuo ambito di ricerca selezioni gli artisti con cui lavorare?

I progetti espositivi che ho seguito come curatrice sono stati la diretta conseguenza della mia attività come storica dell’arte, e hanno presentato lavori di giovani artisti italiani. Le mostre che ho curato sono nate da lunghe conversazioni con loro, e dalla reciproca stima della ricerca di ognuno. In realtà a pensarci, sono sempre stati gli artisti a invitarmi a curare le loro esposizioni. Mi interessa studiare la loro ricerca e favorire la produzione di nuove opere, sviluppare un allestimento in relazione a quella specifica produzione, far emergere il loro lavoro anche attraverso il mio testo critico, contribuendo a mia volta a creare un approfondimento storico o trovando connessioni inedite. Tutte le mostre che ho seguito hanno prodotto poi libri d’artista o piccole pubblicazioni, questo è un aspetto che curo particolarmente.
In ogni caso le mie ricerche in ambito contemporaneo non confluiscono necessariamente nelle esposizioni. Per me è fondamentale leggere, viaggiare, visitare mostre e studi d’artista, creare connessioni, archiviare, scrivere e nel contempo ricercare le condizioni migliori per poter realizzare progetti futuri.



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Recentemente si è conclusa una mostra di Caterina Morigi da te curata; puoi raccontarci Honesty of Matter e cosa ti ha colpito del lavoro di Caterina?

Honesty of Matter è stato un progetto a mia cura che ha compreso la produzione di nuove opere di Caterina Morigi, una mostra personale presso due spazi a Torino e la pubblicazione di un libro d’artista, reso possibile grazie al sostegno di Compagnia di San Paolo nell’ambito del bando ORA!X.
Caterina porta avanti da anni una ricerca sul tema della pietra e della sua rappresentazione. Quando l’ho conosciuta, aveva appena esposto al MAMbo l’opera 1/1, che riguardava il rapporto mimetico tra uomo e natura e che attraverso la stampa su ceramica industriale, riproduceva un’immagine particolare composta digitalmente da fotografie di marmi, opus sectile e elementi del corpo umano come nei, piccole rughe e peluria, impercettibili a prima vista. Nel complesso le lastre sembravano semplici pannelli lapidei ma il loro spessore rendeva l’installazione inverosimile. Quell’opera mi colpì soprattutto per i risvolti legati al tema dell’inganno della percezione che richiamava il dualismo tra vero e falso e che riportava la riflessione sul tema della copia. Approfondendo la sua produzione con lei, soprattutto quella fotografica, è emersa l’attenzione nei confronti dell’utilizzo di pietre e marmi antichi ma anche della loro riproduzione attraverso varie tecniche e materiali nel corso dei secoli. Così ho iniziato a riflettere su questi temi legandoli al genere pittorico del trompe-l’œil, ossia l’inganno dell’occhio. Abitando a Torino ho avuto modo di visitare Villa della Regina, una residenza sabauda seicentesca iscritta alla lista del patrimonio UNESCO, parte del Polo Museale del Piemonte, il cui salone centrale, progettato da Juvarra nel Settecento, presenta un’incredibile quadratura architettonica dipinta dal pittore Giuseppe Dallamano, dove colonnati di marmo e basamenti in pietra resi in pittura scandiscono lo spazio come una quinta teatrale. Mi è venuto dunque naturale immaginare un’esposizione di Caterina in quel luogo, così l’ho invitata a progettare una nuova opera in relazione al trompe-l’œil, e io ho intrapreso uno studio approfondito sul tema della pietra e della sua rappresentazione nella storia dell’arte per comprendere maggiormente la sua ricerca. Mi sono dunque così adoperata per rendere possibile il progetto ottenendo l’accordo di valorizzazione per il bene architettonico. Caterina ha così potuto esporre una installazione che si è relazionata al trompe-l’œil del salone dal punto di vista teorico, presentando una serie di pietre e i loro simulacri in porcellana di Capodimonte, in cui ho riconosciuto un precedente visivo evidente con un’opera di Vija Celmins. Fondamentale è stato il contributo della designer Sara Ricciardi che ha interpretato lo spazio in maniera magistrale realizzando un display in cemento dipinto in grado di valorizzare l’opera di Caterina ritmando la fruizione dell’installazione, e di creare corrispondenze suggestive con le prospettive del salone juvarriano. La mostra ha avuto luogo anche in uno spazio indipendente della città dove Caterina ha esposto un lavoro realizzato mediante la tecnica storica del marmo artificiale di Rima. In entrambe le sedi è stato distribuito un piccolo booklet con un mio testo critico. Inoltre, il progetto Honesty of matter, ha visto la pubblicazione dell’omonimo libro d’artista con la casa editrice Witty Books, in cui Caterina presenta una serie fotografica sul tema della pietra, corredata da testi di storici dell’arte e critici, tra cui un mio contributo, e da immagini di artisti che hanno voluto omaggiare la sua ricerca.

Prima di Caterina avevi avuto altre esperienze di mostra con artisti come Fabio Ranzolin e il collettivo Barnum. Com’è cambiato negli anni il tuo approccio a questo lavoro?

L’approccio non è cambiato, gli strumenti sono migliori. Nel corso degli anni i progetti hanno acquisito più struttura. Le mostre stanno diventando più grandi e complesse, e il carico di responsabilità gestionali aumenta di pari passo, ma relazionarsi con realtà di dimensioni maggiori significa avere a disposizione strumenti prima inaccessibili – anche semplicemente in termini di budget. Inoltre, il mio impegno si rivolge anche a progetti editoriali, come è stato ad esempio recentemente per la pubblicazione sull’artista Stefan Milosavljevic edita dalla Galleria Daniele Agostini di Lugano.

Prima di questa intervista mi avevi raccontato che saresti partita per Dallas al fine di effettuare delle ricerche su Michael Rakowitz. Cosa ti colpisce del lavoro di Rakowitz e in cosa consiste la tua ricerca?

Quest’anno sono stata selezionata dal Nasher Sculpture Center di Dallas per contribuire alle ricerche sull’artista iracheno-americano Michael Rakowitz, vincitore del prestigioso Nasher Prize 2020. Mi è stato commissionato un saggio accademico che avrò l’onore di esporre durante un convegno che si terrà al Nasher Sculpture Center il prossimo novembre, e che verrà pubblicato successivamente in una pubblicazione edita dal museo. La mia ricerca si concentra su una selezione di opere, in particolare su quelle che l’artista considera “progetti di riapparizione”. Indago su come l’artista ha affrontato il tema della distruzione del patrimonio culturale attraverso la ricostruzione di manufatti o monumenti smarriti o rubati. Secondo l’artista, queste opere non dovrebbero essere intese come ricostruzioni ma riapparizioni. La riapparizione è un motivo ricorrente nel suo lavoro come la scomparsa ricorre nel corso della storia. Attraverso l’analisi semiotica, in cui considero le opere come testi di cultura, analizzo segni, riferimenti iconografici, materiali utilizzati e scelte allestitive, con l’obiettivo di rivelare la complessa operazione di traduzione operata da Rakowitz, di traumi culturali provocati nella storia da iconoclastia, libricidi, saccheggi e ogni altra forma di scomparsa. Il mio studio mira a offrire una nuova prospettiva sulla pratica di Rakowitz in relazione all’interpretazione dei segni nella contemporaneità.

A cura di Bianchessi Marco


Instagram: eyealogue


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Caterina Morigi. Sincerità della materia/Honesty of matter, a cura di Amalia Nangeroni, Villa della Regina, Torino, 2019 – Veduta della mostra – Courtesy MIBACT-PM-PIE. Ph. Silvia Mangosio/Mucho Mas!

Caterina Morigi. Sincerità della materia/Honesty of matter, a cura di Amalia Nangeroni, Villa della Regina, Torino, 2019 – Veduta della mostra – Courtesy MIBACT-PM-PIE. Ph. Silvia Mangosio/Mucho Mas!

Caterina Morigi. Sincerità della materia/Honesty of matter, a cura di Amalia Nangeroni, Villa della Regina, Torino, 2019 – Veduta della mostra – Courtesy MIBACT-PM-PIE. Ph. Silvia Mangosio/Mucho Mas!

Caterina Morigi. Sincerità della materia/Honesty of matter, a cura di Amalia Nangeroni, Mucho Mas!, Torino, 2019 – Veduta della mostra – Courtesy Mucho Mas!. Ph. Silvia Mangosio/Mucho Mas!

Amalia Nangeroni, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli – Courtesy Amalia Nangeroni



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