L’utopia del pluralismo interpretativo. Intervista ad Alice Mestriner e Ahad Moslemi

All’interno di un discorso è il corretto significato che si dà ai singoli termini il garante della chiarezza, fuori da questo contesto le accezioni si tuffano in una più ampia profondità d’intenti. Alice Mestriner (Treviso, 1994) e Ahad Moslemi (Tehran, 1983) ricreano, attraverso performances e installazioni, un’articolata stratificazione di percorsi simbolici che inaspettatamente approdano su derive ignote innescando una reazione riflessiva.


Perché avete deciso di soffermarvi nella vostra ricerca artistica sul “significato”?

Il senso è una risposta fittizia alle paure dell’uomo. È il fattore che obbliga a tornare indietro nel tempo e prendere coscienza di quelle che sono le nostre origini; quindi retrocedere fino al punto in cui l’uomo era spoglio di tutte le sovrastrutture accumulate nel corso della storia. L’essere umano per necessità sente il bisogno di trovare un senso e dare una ragione a tutti i fenomeni che lo circondano, traducendo tutto ciò che è altro da sé attraverso definizioni, miti e leggende da lui stesso create. Il senso e il significato racchiudono la potenza della creazione e mutano la loro definizione da contesto a contesto. Non c’è nulla di più interessante di una parola che si trasforma; nasconde qualcosa di più, che va oltre e ti invita a seguire la sua magia. Le parole sono tutte aleatorie ma nonostante ciò l’uomo le ha scelte per costruire e ordinare il mondo. È interessante notare perché l’essere umano abbia scelto per consolazione alle sue paure uno strumento così pericoloso, incerto e creatore allo stesso tempo. Il senso è tutto ciò che può creare un ordine o contrariamene distruggerlo. La cultura e i miti sono invasi di credenza e sono ricchi di sensi relativi. Sono qualcosa di magico e sacro. Il significato diviene allora un atto di fede verso qualcosa di magico e fittizio. Ecco perché diventa importante avere coscienza del senso per arrivare ad avere coscienza di noi stessi, senza ”lasciarci vivere” ma vivere, perché è sulla base del sistema linguistico, quindi dei significati, che l’uomo crea il mondo. Di conseguenza tutti gli eventi che si susseguono non sono altro che una reazione d’incontro tra l’uomo e ciò che è altro, tradotto attraverso il linguaggio. L’uomo combatte per credenze create da lui stesso, mettendo così in luce la vanità del tutto. Nella nostra ricerca sia il senso sia il significato vengono presi in analisi e scomposti in elementi più semplici al fine di arrivare a scoprire qual è il senso del tutto e la vanità delle nostre azioni.

Quando è iniziata la vostra collaborazione? Qual è il nodo che interlaccia l’esperienza dell’incontro alla parentesi del viaggio?

Le nostre ricerche si sono incontrate in Canada, all’interno del contesto universitario. Ciò che ha fatto unire le nostre riflessioni è stato un viaggio alla scoperta dei contrasti culturali tra le piccole e grandi città degli Stati Uniti. Abbiamo percorso 9483 km, da nord all’estremo sud, risalendo per la costa est. Durante questo percorso, ciò che emergeva giorno dopo giorno era il forte contrasto tra l’immagine che il paese vuole mostrare al mondo e ciò che è in realtà: lunghe strade vuote che costeggiano infinite campagne piene di mucche, bufali e Walmart dove dopo miglia e miglia si incontra l’alba della civiltà: le metropoli. Non è stato per nessuno dei due il primo viaggio negli Stati Uniti, ma durante quest’ultimo abbiamo notato che c’è una profonda differenza tra l’essere in città o l’essere fuori città. È qui che abbiamo visto l’affinità dei nostri pensieri e delle nostre ricerche. Portiamo sulle spalle due bagagli culturali diversi e questo è l’elemento chiave. Spesso notiamo che i significati apportati da ogni cultura sono gli stessi ma cambiano le metafore e le immagini attraverso cui si legge il mondo.

In Abitudini ripetitive come interagiscono significato e immagine? Trovate delle corrispondenze tra ciò che è ritenuto un atto quotidiano e la ritualità in mostra?

Abbiamo utilizzato l’immagine dell’Ultima Cena come momento per riflettere sulla relazione tra immagine e significato. Questa scena è sempre stata descritta come il tempo in cui Gesù annuncia agli apostoli il tradimento di Giuda. Diverse interpretazioni hanno guardato l’immagine sotto altri punti di vista mettendola completamente in discussione. J. Russel e J.L. Borges fanno emergere delle interpretazioni quasi opposte a ciò che l’immagine dovrebbe rappresentare. Queste letture possono essere tutte funzionali e corrette a seconda di come possa essere letta la storia. Il significato risulta dall’incontro di un’immagine e di uno sguardo mai neutro. Nella storia e nella quotidianità è possibile incontrare questo momento all’interno di ogni contesto sociale e familiare. Fermando la storia, o il quotidiano, in un qualsiasi momento si può notare che al suo interno si può incontrare un capo, una collettività, dei colpevoli, degli innocenti, obbedienza, momenti di riunione, strategia e momenti di giudizio i quali assumono il loro significato a seconda del contesto e di chi sancisce il verdetto. Esisterà sempre una gerarchia di valori sociali che fa acquisire il senso delle relazioni. Giuste o ingiuste ma sempre interpretabili e interpretate. Per questa ragione nella nostra rappresentazione del banchetto è stato introdotto l’elemento della polvere, metafora dell’azione istintiva dell’uomo e conseguenza della sua ricerca verso il senso e i significati vanamente creati da lui.

Come scatta l’impulso di costruire il puzzle della realtà, specialmente dopo un evento traumatico, come quello che sta affliggendo oggi l’umanità intera?

Ciò che inquieta l’uomo e lo spinge a creare delle illusioni è la paura della morte. La fine del suo tempo, la fine del suo sviluppo all’interno di un contesto in cui vive e dove crea le sue relazioni. Molti anni fa i primi uomini definivano i fenomeni naturali come manifestazione di forze soprannaturali. In seguito è arrivato Dio, dopodiché la società e la scienza, la quale dovrebbe mettere fine a tutti i miti e leggende. Lo stesso accade oggi dove l’uomo continua a morire per la guerra, per la fame, per le malattie e per catastrofi naturali, che più si avvicinano al suo rifugio più lo spaventano. Probabilmente questa tendenza a trovare un senso e mettere ordine alla confusione è causata dalla paura di non riuscire a decifrare ciò che lo circonda, perché all’interno di contesti poco chiari può perdersi incontrando la morte. È meglio creare una fittizia definizione consolatoria che accettare la cruda realtà della sua natura. Più che trovare un senso in quest’immagine, dovremmo imparare a guardare il vicino e a prendere consapevolezza di come la vita possa cambiare. A volte si chiama guerra, certe volte può chiamarsi catastrofe naturale, altre volte si chiama Virus; e chissà, magari un giorno li scopriremo figli della stessa mamma.



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I contorni dell’identità evaporano nella realtà sempre più fluida. In un continuo scioglimento e rimessa in discussione dell’io e del sé ha ancora senso definire l’identità? Quali sono state le derive a cui è approdata Identity Interaction?

Sì, ha senso, ma ponendo attenzione a certi aspetti e applicando un cambiamento alla sua stessa definizione. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi la relazione tra spazio e tempo è cambiata; quest’ultima ha modificato la sua unità di misura optando per temporalità più piccole. La realtà è diventata instant, così come tutti i suoi elementi, e non viene fatta eccezione neppure per l’identità che è conseguenza di essa. Il focus non sta a nostro parere sull’aver senso o meno cercare di definire l’identità ma sta piuttosto nel capire come e perché oggi sia cambiata. Nel testo Dust and Language abbiamo parlato dell’identità come elemento in stretta relazione con il linguaggio e abbiamo riflettuto sul fatto che esiste un errore logico-grammaticale nell’utilizzo dei tempi verbali. Per esempio dicendo ”Io sono” è come andare a prevedere un’ipotetica possibilità futura di un’identità che potrebbe non essere corretta. Il tempo presente non è corretto in quanto il presente è un momento indefinito dove avviene la formazione dell’io che si sviluppa istante dopo istante. Ecco che forse sarebbe più corretto utilizzare il passato prossimo o l’imperfetto per parlare della nostra identità. Nell’istante presente tutto si crea e tutto può cambiare. Identity Interaction è un progetto sviluppato in site specific presso Villa Memo Giordani. Dopo un periodo di ricerca e di studi dei suoi spazi, siamo rimasti affascinati dalla quantità di tracce lasciate dal tempo nel corso della storia. A partire dalla seconda metà del Seicento la villa ha ricoperto diverse funzioni e ognuna di esse ha lasciato il suo segno al suo interno. Nel 2018 stavamo cercando una risposta a questa domanda, così abbiamo deciso di lavorare al progetto, dove tutte le tracce si mescolano assieme dando vita a un mix di realtà e finzione. Un insieme di passato e ipotetico presente interpretato dalle tracce del passato.

Come pensate si possa incentivare l’azione di cooperazione tra i singoli? Rispetto al tema della multiculturalità come si può combattere l’integrazione, che annette la minoranza all’interno del sistema dominante, a favore di strategie che consentano di mantenere il valore aggiunto apportato al sistema?

Crediamo che tra uomo e uomo ci sia molta più solidarietà di quanto si possa pensare. La questione si presenta quando due singoli individui si sentono e si vedono parte di collettività diverse. Ma chi è la collettività? Esiste davvero? QUALCUNO si sente identificato in essa? Ci è mai capitato di sentirci completamente parte di un gruppo? Oppure la verità è che siamo tutti, presi singolarmente, individui-minoritari? Pensiamo non esista una collettività in cui tutti i componenti si rispecchiano in quelle che sono le caratteristiche dominanti e nemmeno all’interno del gruppo dominante. Sono tutte categorizzazioni e definizioni linguistiche che esistono e non si possono negare, che i sistemi di potere creano con l’utilizzo delle parole quando parlano e comunicano per riuscire a creare dei valori collettivi. Perché non vedere queste ”minorità”, non come una minoranza ma come una componente e parte del tutto? È il senso della performance WE ARE I. Noi siamo tutte le definizioni che ci vengono attribuite per farci sentire parte di un contesto che molto spesso non condividiamo, ma a livello sociale queste parole ci definiscono e ci inseriscono all’interno di un gruppo/categoria.

In quale prospettiva si pone la scelta performativa nell’atto artistico? Può considerarsi un proseguimento della tematica dell’interazione? Come avete vissuto l’esperienza di We are I ?

Volevamo riflettere su come certi atti linguistici siano apparentemente innocui, come le parole vengano utilizzate per creare un senso di appartenenza, e sulla condizione dell’io all’interno di una collettività che spesso si crea attraverso piccoli gesti sottili, concretizzati sotto le spoglie di frasi innocenti che creano un’atmosfera di senso comune. Spesso sono frasi banali ma molto potenti, i cui effetti con il passare del tempo si manifestano direttamente sulle persone. Un esempio è la frase ”noi siamo”. Entrambi proveniamo da due contesti culturali diversi, all’interno della nostra collaborazione ci capita di trovarci in situazioni nuove, nella banalità del quotidiano: parole, modi di dire, approcci alla vita, gesti. A volte la nostra cultura è talmente radicata in noi che non ci rendiamo nemmeno conto di quanto o non quanto apparteniamo a un contesto. Pensiamo davvero di pregare per qualcuno quando dopo un grazie rispondiamo prego, prego per te? O quando si dice ghorbane shoma (mi sacrifico per voi) in persiano per dire prego/di niente/è un piacere. Vogliamo davvero dire all’altro che ci sacrifichiamo per loro? Questi sono tutti lasciti religiosi e culturali che hanno perso ormai la loro capacità di significare ma continuano a esistere nella nostra lingua e si sono impossessati di noi e delle nostre parole. Chi invece non ne fa parte è più propenso a notarle in quanto vede la differenza con quelle che sono le sue abitudini e modi. Nella performance Ahad spiava il mondo, manipolato dal colore verde che si riflette nello specchio. Tutto ciò che si poteva vedere era la sua immagine immersa nel contesto retrostante. Alice è in attesa. A volte siamo talmente invasi dalle credenze appartenenti al nostro sistema culturale da divenire passivi all’agire. Tutte le speranze vengono riposte nel tempo, che lentamente porta via con sé il presente. Attraverso un gioco di sguardi si creano tre momenti temporali diversi: il passato, legato allo sguardo di Ahad, il presente della scena e lo sguardo teso verso il futuro di Alice. L’importanza del tempo e delle azioni corporali potevano essere messi in luce solo attraverso una pratica performativa.

La velocità della globalizzazione ha reso più accessibili gli scambi ma ha anche tolto tempo per vivere l’incontro effettivo. Qual è la vostra posizione rispetto ciò? Come si può veicolare un messaggio che operi interrelazione e inclusione?

Sì, è vero, non si possono negare la velocità e l’accelerazione della vita, ma dobbiamo riuscire a capire che cosa si intende per l’effettivo nel contesto del contemporaneo.
È un errore giudicare il presente con occhi del passato. Non stiamo dicendo che questo modo di vivere sia giusto, migliore o sbagliato, ma l’uomo cade costantemente all’interno di errori abituali causati dalla sua natura. Se guardiamo la storia dell’uomo dalle origini fino ai giorni nostri si può notare un’accelerazione continua e proporzionale ai mezzi disponibili. In questo senso l’umanità ha sempre vissuto una vita in corsa verso una condizione più confortevole e che lo aiuti a migliorare lo stile di vita; poi certamente dobbiamo anche fare fronte alle conseguenze. L’essenza dell’umanità è fatta così. La società è l’insieme degli incontri e delle relazioni sociali che si modificano via via in relazione con il tempo. Il senso del gioco non cambia ma viene rimesso in questione ed è l’uomo di volta in volta a dover trovare delle strategie e delle risposte per continuare a vivere al suo interno.

Nell’attuale pandemia globale quanto è importante riuscire a dare significato all’indefinibile? Come pensate che stia cambiando, tramite l’esperienza dell’isolamento, l’interpretazione e la percezione della realtà?

L’uomo si è sempre interrogato su ciò che è indefinibile creando grandi miti, leggende, religioni e culture. Ed è anche ciò che sta accendendo oggi, ognuno di noi crea il suo mito più o meno personale in merito alla pandemia e ciascuno di noi, dato che nessuno ne conosce le ragioni, ripone in essa la propria disapprovazione verso qualcosa o qualcuno.
È importante mantenere il pensiero attivo e riflettere sulla nostra attuale condizione e analizzarne le cause, mantenendo pur sempre un contatto con la realtà. L’isolamento è vissuto in maniera diversa in base al posto e alla posizione in cui ci si trova. C’è chi si può concedere il lusso della riflessione, chi pensa come sopravvivere durante e dopo la pandemia, ma c’è anche a chi cambia poco. Tutto dipende dalla tua posizione all’interno della società. Personalmente crediamo che nel bene o nel male tutti abbiamo avuto modo di porci delle domande e magari anche fare dei fioretti, ma bisogna vedere poi quando e come il sistema ci catturerà per poter proseguire o meno con il nostro pensiero.

A cura di Erika Cammerata


www.aliceahad.com

Instagram: alicemestrinerahadmoslemi


Caption

Abitudini Ripetitive – Courtesy of Alice Mestriner Ahad Moslemi

STUDI DI POLVERE – Courtesy of Alice Mestriner Ahad Moslemi

WE ARE I – BY SONIA BELLINASO – Courtesy of Alice Mestriner Ahad Moslemi

Invasion and Vanitas – Courtesy of Alice Mestriner Ahad Moslemi

Senza Fine – Courtesy of Alice Mestriner Ahad Moslemi

Tela di polvere – Courtesy of Alice Mestriner Ahad Moslemi

Alice Mestriner e Ahad Moslemi, ritratto by Mattia Carrer – Courtesy of Alice Mestriner Ahad Moslemi