“Credo che un creativo, oggi, debba saper lavorare su progetti trasversali”: intervista a WOC

Il percorso di Flavio, in arte WOC, grida contemporaneità, evoluzione, e costante messa in discussione del prestabilito attraverso la propria ricerca. Dialogando con lui sono emersi temi ampi come il ruolo del creativo, l’idea di attraversare i media e la ricerca costante di un confronto con la realtà come fonte di ispirazione primaria.


Il tuo lavoro oltrepassa i media: sei uno street artist che espone in galleria, collabori con brand di moda, hai un tuo marchio di abbigliamento (Italia90), lavori per copertine di dischi e al merch di artisti musicali. Hai sempre desiderato essere così trasversale?

Se dovessi guardarmi indietro, la trasversalità si è sempre presentata nel mio lavoro. Già ai tempi del liceo facevo i quadri per scuola, tornavo a casa e preparavo delle grafiche per amici che producevano musica, nello stesso tempo stampavo già magliette. Da quando ho iniziato a lavorare, ho sempre cercato di essere multidisciplinare, guardando ad ambiti diversi, che ritenevo interessanti, e che poi sono gli stessi che anche oggi porto avanti. Quindi, direi che è una cosa nata in modo naturale, ci tengo molto a lavorare su più fronti.

Trovo sia un buono modo per mettersi in gioco su terreni diversi: il pubblico che va in galleria è diverso da quello che acquista OFF-White, che è ancora diverso da quello che va a vedere i live di MYSS Keta.

Guarda, io combatto molto l’idea dell’artista “della grotta”, chiuso in se stesso. In più non mi piace che qualcuno mi faccia la lezione di storia dell’arte, o mi dica a quali informazioni devo accedere e a quali no. Credo sia un modo di pensare fuori tempo massimo: un creativo oggi deve saper “mettere le mani” su progetti più trasversali. Siamo in un’era sviluppata e super veloce eppure anche i miei colleghi più giovani hanno, alle volte un modo di ragionare stantio, per cui o fai una cosa o ne fai un’altra.

Ti seguo su Instagram; sei molto attivo e condividi moltissime foto, apparentemente slegate tra di loro con però un filo conduttore estetico e, se vuoi, concettuale. Si può dire che tratti Instagram come fosse il tuo “archivio digitale”?

Il formato archivio, anche social, nell’ultimo periodo è esploso su Instagram, con artisti e maison di moda che creano pagine “archive” per mostrare la loro produzione passata.
Da parte mia una percentuale di archivismo c’è senz’altro (anche perché seleziono personalmente tutto ciò che condivido), ma forse è più il desiderio di creare un racconto.
Il principio di fondo è lo stesso dei miei lavori, raccontare ciò che sento, citando gli altri. Questa pratica di lavorare costantemente su informazioni visive già esistenti – la frase, la parola, l’immagine che proviene da qualche parte –, modificarle e, di conseguenza, de contestualizzarle, fa si che io racconti la mia storia attraverso quella di altri. Mi piace prendere un’immagine che in quel momento sento che mi rappresenta e riraccontarla, rifarla e ricollocarla insieme ad altre immagini. È un gioco su più livelli.

Vedo un pratica che lavora in due direzioni: quella del qui e ora; e quella del medio/lungo periodo, perché raccogliendo tutto ciò che si è prodotto si racconta un momento storico. Rimanendo sul tema, cosa ti colpisce di un’immagine?

In primis la composizione, quello è il primo stadio che mi fa dire “ok, scelgo questo”. Poi c’è la storia che quell’immagine si porta dietro: una volta bucato il livello visuale, lavoro su tutto il background che, per forza di cose, si ricollega a un mio pensiero o a un vissuto o, ancora, a delle sensazioni.
Detto questo, la selezione per me è il 90% del lavoro; nel mare magnum delle immagini la scelta fa la differenza tra un lavoro riuscito e uno no. Adesso ho fatto una serie di lavori per la Noire Gallery, con cui sto collaborando, ed è stato un processo faticosissimo perché avevo a disposizione tutto, quindi la scelta del cosa era la chiave di volta per portare avanti il progetto.

Sembra un modo di lavorare molto metodico e abitudinario.

Tendenzialmente si, c’è sempre un momento in cui dipingo in modo ossessivo e scandito, poi, terminata questa fase, magari mi fermo un attimo e faccio ricerca. Attenzione: non sto fermo, faccio ricerca, sperimento; non mi giro i pollici. E dopo poco riprendo a dipingere, non ho mai momenti di stallo veri e propri. Ho un modo di lavorare molto diretto, figlio magari della mentalità da writer, per cui non faccio disegni preparatori o studi, quindi riprovo fino a che non va bene.



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Ritornando sul tema della rielaborazione del preesistente, tu hai collaborato con Virgil Abloh, un direttore creativo accusato spesso di rubare idee altrui.

Il modus operandi di Virgil Abloh è quello: aprire Internet e Instagram, trovare informazioni, e creare a propria volta sulla base dalle informazioni recuperate, concentrando il tutto in un progetto creativo enorme; è dichiarato, ed è il principio con cui ha fondato OFF White. Con questo metodo lui è riuscito in pochi anni a dare vita a uno dei brand più grossi del mondo, prendendo, tra l’altro, giovani come me – che stavo in una mansarda a Torino, e come me tanti altri – e dandoci la possibilità di lavorare.
Ora, il discorso delle critiche e delle accuse è normale quando si arriva a un certo livello, come al solito dipende da chi arrivano queste critiche. Chi non è del mestiere, non può fare altro che parlare – criticando o adorando – è normale. Chi invece è addetto ai lavori e ha da ridire, secondo me dovrebbe lavorare di più e parlare di meno. “Hai copiato” nel 2021 ha davvero poco senso, è già stato detto e fatto tutto, oggi, come sempre, ci deve essere il prendere ispirazione, il rubare, il ricontestualizzare, il citare.
Poi se vuoi possiamo parlare dei risultati: alle volte ci sono risultati interessanti, altre volte meno, ma quello è parte del gioco.

Parlando di moda, ti vorrei chiedere del progetto Italia90

Italia90 è un progetto nato tre anni fa – fine 2017 – per discostarmi dal mio percorso classico di arte visuale, ma poi, chiaramente, entra nel mio racconto. È un progetto multidisciplinare, con molte teste al suo servizio, con l’obbiettivo finale di prendere da un bacino di informazioni che derivano dalla moda, alle arti, alla musica, e convogliare il tutto in un progetto di moda. In questo contesto io curo la direzione creativa. È un progetto di sperimentazione sicuramente influenzato dalla pratica di Virgil che, a mia volta, ho voluto sperimentare. Lavorare con vari amici che hanno competenze e conoscenze, creando insieme in modo multi disciplinare senza troppe regole e tempistiche.

Facendo un passo indietro, di recente il tuo lavoro pittorico si sia spostato verso l’utilizzo di parole e frasi, più che di immagini, da cosa deriva questa scelta?

L’interesse verso le parole può essere ricondotto al discorso del writing, una procedura che rimanda alla scritta e alla forma della parola. Al pari delle immagini fotografiche o illustrate, le parole hanno anche un loro peso dal punto di vista formale, poi c’è il discorso del contenuto. Il processo è il medesimo delle immagini più propriamente dette, c’è un primo livello visuale e poi uno legato alla storia che riporta al mondo che ci sta dietro.
L’ultima mostra sui tweet di Kanye – di cui io sono un grandissimo fan – nasce due anni fa, quando era in promozione per un progetto musicale e ogni giorno su Twitter scriveva qualcosa. Io, a seguire, ne sceglievo uno e lo ridisegnavo, dando una forma estetica a un contenuto multimediale. Questo progetto era stato lasciato in cassettiera, perché erano 78 lavori di grande dimensione, finché non si è presentata l’opportunità di esporli e, casualità vuole, nei giorni dell’opening Kanye ha ripreso a tweettare. Queste coincidenze rendono tutto ancora più contestualizzato e danno valore alla mia opera, con la realtà che la amplifica e la supporta.

Prossimi progetti? A cosa stai lavorando?

Sto lavorando a delle nuove grafiche per OFF-White che dovrebbero apparire su collezioni future del brand. Sono al lavoro sulla mia prima mostra personale, che dovrebbe essere attiva da Noire Gallery verso metà anno. Ovviamente Italia90 va avanti, verso febbraio dovrebbe uscire una nuova piccola collezione. Infine sto curando la direzione artistica su tre progetti musicali un po’ a scatola chiusa, molto diversi ma ai quali stiamo provando a dare identità, sempre con l’ottica del mettere assieme tante teste diverse: Michael Sorriso (rapper di Torino che dovrebbe uscire quest’anno per Sony); Ricky J (altro rapper della provincia di Torino, che dovrebbe uscire per Universal); e infine Tony, un ragazzo che vive vicino a casa mia e che di lavoro fa il modello per Marni, Valentino etc.; ho scoperto produce musica, con lui stiamo provando a imbastire un progetto. Insomma, c’è molta carne sul fuoco.

A cura di Marco Bianchessi


www.woc1.it

Instagram: _woc_


Caption

Off White pre fw2020 – Credits offwhite.com

Andrea “Nose” Barchi, WOC – Courtesy Andrea “Nose” Barchi

Kanye tweet – 70x90cm – Spray on paper, 2020 – Courtesy WOC

Cogne – 70x90cm – Spray on paper, 2020 – Courtesy WOC