Stanotte ò fatto un meraviglioso sogno, intervista a Marco Andrea Magni

Fino al 30 marzo 2020, lo chef e collezionista Brendan Becht offre, agli ospiti di Zazà Ramen noodle bar & restaurant, un raffinato e coinvolgente appuntamento milanese con l’arte contemporanea attraverso un progetto site specific realizzato da Marco Andrea Magni.
In occasione del pranzo condiviso con la stampa abbiamo conosciuto l’artista svizzero e dialogato con lui.


Un progetto espositivo “delicato” ma ricco di un complesso bagaglio contenutistico si inserisce in maniera quasi mimetica in un luogo dedicato alla convivialità e al cibo. Come ti sei rapportato con lo spazio e le sue necessità pratiche?

La prospettiva dalla quale mi sono rapportato a questo spazio richiama una pratica eterogenea che tiene in considerazione discorsi, opere architettoniche, biografie, materia e scultura. Le linee di fuga di questo progetto nascono dalla biografia di un incontro: il mio con Brendan Becht, il nostro con lo spazio del ristorante. Il progetto non ha una finalità espositiva ma di convivio nel senso di uno spazio comune. Le nostre biografie e i nostri rispettivi vissuti hanno fornito le coordinate scegliendo la direzione per una serie di concatenamenti e istituendo uno spazio che potrebbe sembrare quello di prima ma si espande a un nuovo divenire. Che diavolo vuole dire? Che l’intervento è stato pensato in punta di piedi e sottovoce per creare uno spazio tra di noi e uno spazio aggiunto per lo spettatore. Penso a Gordon Matta Clark che, con la sua compagna Carol Goodden, rianima la scena newyorkese negli anni Settanta con il loro ristorante Food: uno spazio informale dove gli artisti potevano pensare, scrivere e sperimentare nuovi piatti e zuppe. Da Soho ci spostiamo nella Milano di via Solferino dove Brendan ha aperto uno ristorante di ramen e arte. Certo, sono situazioni molto diverse perché i primi erano tutti artisti che si aprivano e ribaltavano spazi e idee, in questo caso parte tutto da uno chef che è nato e cresciuto in mezzo all’arte. Da Lucio Fontana a Yayoi Kusama: ci siamo fermati a Fontana per la possibilità che ne è scaturita. Io, fin dai tempi dell’accademia, ho collezionato molte frasi scritte da Lucio Fontana dietro le sue tele. La mostra nasce proprio da queste parole, che formano una sorta di autobiografia a puntate. Sono parole familiari, di tutti e di tutti i giorni. L’opera si presenta sotto forma di stoviglie in ceramica sulle quali sono state riportate alcune sue frasi attraverso la matita-ceramica. Nascono così nuove combinazioni di parole parlate, vissute in primis nella vita quotidiana di un maestro, per diventare poi segmenti della biografia di colui che le sceglie e le legge.
Perché le stoviglie? La parola diventa momento condiviso, convivialità vera e propria, dialogo frontale di due persone davanti a un caffè. Si vuole comunicare così come si mangia, si vuole, in ultima istanza, dire “parlo come mangio”.
È una biografia intima straordinaria, rivelata attraverso tutti questi appunti che svelano un quotidiano parlato e condiviso da tutti. Questo è il punto di inizio. Un dialogo fatto di parole, ascolto e lettura.

Lucio Fontana è il riferimento primo che il fruitore incontra scoprendo il tuo progetto. Il legame fra il celebre artista e lo chef Brendan risale ai ricordi d’infanzia; tu come hai interagito con le sue opere e quanto la componente linguistico-concettuale influenza oggi la tua ricerca?

Lucio Fontana lo vedo come un bisnonno al quale ho voluto molto bene. Ho scoperto Fontana tramite le persone che gli sono state vicino come il noto critico Guido Ballo che ho frequentato ai tempi dell’accademia. Poi, attraverso le testimonianze di Giorgio Marconi che ho conosciuto quando ancora la galleria del figlio Giò era tutt’una con la sua e, in ultimo, da Enrico Crispolti. Scoprire Fontana ha significato per me una solida critica al senso comune dell’arte che ha da sempre la necessità di rimettere le carte in gioco. Il taglio è un tropo chiave: non è un semplice taglio su una tela ma è un vero e proprio sintomo. Fontana mi ha offerto insieme a Piero Manzoni una visione del passato e del presente come trampolino di lancio verso il futuro. È importante per le giovani generazioni di artisti non pensare a questi maestri come a un qualcosa di lontano e sorpassato ma pensarli come portatori di idee sullo spazio e sul tempo nel quale bisogna muoversi a piacimento, in avanti o all’indietro, in su o in giù. Per dare un’immagine a questo mio concetto basta che ti elenchi i tre libri o cataloghi che ho sul comodino: Autoritratto di Carla Lonzi con in copertina i tagli di Fontana, It’s Proof that Counts di Karla Black e l’ultimo catalogo di Cesare Pietroiusti Un certo numero di cose 1955-2019. Più che all’identità o alla rappresentazione mi piace pensare all’arte come un qualcosa che possa attivare un cambiamento e una differenza.

Il progetto proposto a Milano non si delimita nei soli “piatti” presenti a parete ma coinvolge anche dei supporti lignei e dei vasi in creta cruda che hai intitolato Oratorio, termine che rimanda alla convivialità e a una dimensione orale. Quanto questo progetto può, forse inaspettatamente, essere considerato interattivo, necessario di un dialogo fra le persone che lo fruiscono?

Conoscere e mangiare, parola e cibo, dice Rubem Alves, sono fatti della stessa pasta, sono figli della stessa madre: la fame. Conoscendo tutti questa esperienza, capiamo e usiamo con naturalezza il linguaggio della conoscenza alimentare, della parola che è cibo. È il linguaggio che usa espressioni come: appetito di conoscenza, sete di sapere, fame d’informazioni; oppure modi di dire del tipo: divorare un libro, essere sazi di lettura, masticare la lingua, digerire un concetto; o, infine, usare parole dolci, rimproveri amari, aneddoti piccanti, paragoni gustosi.
Mi piace l’idea di aver pensato il ristorante come un territorio aperto all’incontro e all’altro. Il progetto si è declinato naturalmente attraverso la restituzione visiva delle parole di Fontana che accompagnano i dialoghi degli spettatori e dei clienti. Le opere scultoree si sono mimetizzate attraverso la forma del piatto e delle stoviglie di origine giapponese del luogo. I piatti a parete offrono le parole di Fontana come appunti veloci mentre nel tokonoma del ristorante si trovano queste sculture in forma di vaso fatte di terra cruda mescolata a della sabbia di clessidra. Sono fatti di terra fragile, di ascolto e di tempo. Sono dell’idea che ci vuole del tempo per capire e per trovare lo spazio giusto dove coabitare.



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Spostandoci sulla componente materica delle opere, possiamo intravedere un rapporto diretto fra ricerca concettuale e produzione manuale. Quanto credi possa essere oggi importante partire da un rapporto “tattile” con le opere per artisti e pubblico?

I rapporti visivi e tattili sono molto cambiati nella nostra contemporaneità dove il virtuale è diventato supporto e stampella del reale. La virtualità e la comunicazione virtuale ormai ci parlano in tempo reale. Zazà Ramen, come luogo e ristorante, forse si vuole prendere del tempo da tutto questo ascoltando la tradizione giapponese, rinnovandola anche per la sua architettura interna di legni, stoffe, ceramica e semplicità.L’argilla è sempre stata, insieme alla paglia, un materiale da costruzione: usato sia per l’architettura sia per gli oggetti rituali o domestici.
L’argilla diventa il materiale comune, crudo per le mie sculture in forma di vasi, cotta per le parole nei piatti (il cotto e il crudo).
Le stoviglie e i vasi sembrano diventare dei supporti della parola e dell’ascolto.
Un ascolto che si fa corpo, che si fa parola e dialogo. La tavola imbandita diventa lo spazio apparecchiato dove la tradizione si confronta con la sperimentazione. Uno spazio domestico percepito attraverso un “concetto spaziale” che si fa “natura”: la natura più intima dell’uomo. È paradossale pensare che questa intimità finisca postata in tempo reale su molti social media. Questi media sono però molto utili alla comunicazione ma dobbiamo capire quando spegnerli e ascoltare la persona che abbiamo di fronte. C’è molto di più oltre un like!

Oggi sono proprio contento di stare al mondo sarà fruibile, da un pubblico eterogeneo, per un lungo arco di tempo. Come questa componente ha influenzato il tuo progetto e a quali nuove prove espositive stai lavorando?

Consiglio a tutti di andare a mangiare da Zazà Ramen a Milano,perché è un luogo che abbiamo pensato proprio per chi ha voglia di prendersi del tempo, di parlare, di ascoltare e di vedere una mostra. Il lungo arco di tempo nel quale sarà possibile vedere i miei lavori ha fatto si che io potessi pensare a questo spazio nella maniera più delicata e meno invasiva possibile. Tutto sembra integrarsi e far parte del luogo da sempre; è un lavoro sull’accoglienza e sulla qualità del tempo.
In questo momento sono impegnato nella progettazione di una grande mostra da Building Gallery a Milano, uno spazio importante nel cuore di Brera, in compagnia di Gianni Caravaggio, Sophie Ko e di Valerie Krause. Il 28 e il 29 gennaio inaugurerà. Il progetto è molto stimolante proprio per questo desiderio di creare uno spazio di ricerca messo a disposizione dal gallerista Moshe Tabibnia alla città di Milano. Stiamo poi riflettendo con la Loom Gallery di Milano e Nicola Mafessoni su Miart e la mia prossima personale in galleria.

A cura di Marco Roberto Marelli


Marco Andrea Magni

OGGI SONO PROPRIO CONTENTO DI STARE AL MONDO

10 ottobre 2019 – 30 marzo 2020

ZAZÀ RAMEN – Via Solferino, 48 – Milano

www.zazaramen.it

Instagram: zazaramen


Caption

Marco Andrea Magni, Oggi sono proprio contento di stare al mondo – Installation view at Zazà Ramen, 2019 – Courtesy Zazà Ramen, ph Stefano Mascolo Corbacio