Intervista a Grazia Amelia Bellitta e Gianni D’Urso, ideatori di Spazio Su

Un’abitazione sita al secondo piano di un palazzo signorile nel centro storico di Lecce, e le scale per accedervi. Nella congiuntura tra spazio domestico e l’immediata contiguità con l’esterno, si colloca Spazio Su, ideato e gestito da Gianni D’Urso e da Grazia Amelia Bellitta. La condivisione di un luogo, nella sua singolare perimetrazione non caratterizzata, se non per la sua funzione architettonica, si profila come occasione di convergenza e dialogo per i linguaggi contemporanei. Lo sguardo, amplificato da una grande finestra posta all’estremità più alta della scala, vuole porsi sul panorama nazionale dei giovani artisti che verranno coinvolti e chiamati a formulare un intervento site specific, sollecitati a ragionare nella propria ricerca artistica da una situazione “ambientale” inusuale. Così, sono le stesse mura domestiche, all’interno delle quali si sono consumati i mesi precedenti, l’occasione di ripensare i margini e un impianto intero di riformulazione funzionale e concettuale dell’uomo, dello spazio fisico e immaginifico in cui interagisce.
In occasione della mostra inaugurale Piton de la Furnaise di Matteo Coluccia, abbiamo dialogato con loro per scoprire il nuovo project space leccese.


Una spazialità condivisa e connotata dalla semplicità della sua funzione di passaggio quotidiano. Una insolita mitigazione tra il realismo della quotidianità e i linguaggi delle pratiche artistiche?

Probabilmente; ma non è stata questa la nostra preoccupazione principale. Innanzitutto, abbiamo risposto al desiderio di creare un “luogo” di “supporto” per i giovani artisti che stimiamo. Le scelta di aprire un project space sulle scale è stata una “particolare” conseguenza. Se avessimo avuto un altro luogo su cui ragionare, lo spazio sarebbe nato in un altrove determinato, più che altro, dalle nostre risorse. In un mondo economicamente difficile, diventa quasi impossibile, a volte, unire il desiderio all’azione. Per questo abbiamo pensato di “investire” in una spesa mensile, come quella dell’affitto della propria casa. La riflessione quindi, rispetto l’abitare, acquista una valenza davvero molto pratica. Cosa possiamo permetterci, e come possiamo trasformare le risorse che abbiamo a disposizione in opportunità?

Come è strutturato SpazioSu?

Oltre a ciò che è stato detto nella premessa, vogliamo instaurare un rapporto di estrema libertà con gli artisti invitati. Le durate delle mostre, infatti, non si rifanno a un format preciso ma risponderanno alle varie esigenze che man mano si presenteranno. Il rispetto verso la pratica artistica ci porta a “vivere” ogni progetto senza rigidità. Ogni nuova mostra è un nuovo pensiero da elaborare.

Il format “domestico” come spazio altro all’interno del quale ragionare su processazioni e metodologie delle arti visive, sembra funzionare. Penso a Nice to meet you, dove invitavate un artista alla volta a raccontare il proprio portfolio al fine di farlo conoscere e di discutere la sua ricerca con l’entourage più prossimo. Spazio Su, oltre a nascere nello stesso palazzo, si può considerare in continuità con questa esperienza ma con una vocazione panoramica più allargata e di respiro nazionale?

Nice to meet you rappresenta per noi un’opportunità di scambio tra artisti, curatori e pubblico con l’obiettivo di far conoscere il lavoro di un artista attraverso la formula del portfolio review. Per noi, la ricerca artistica, silenziosa e solitaria, necessita di una condivisione e riscontro con l’esterno, per capirne i punti forza e anche i punti deboli. Questo rituale collettivo, informale e orizzontale, si è trasformato in bisogno di creare una comunità in cui ciò avvenga. Nice to meet you ci ha stimolati a metterci in gioco ed è stato un punto di partenza che ci ha permesso il passaggio dal “dialogo” alla “pratica”. Così abbiamo pensato a uno spazio.



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Per superare un certo “determinismo ambientale”, Simmel formulò una concezione ambivalente dello spazio in quanto “condizione e simbolo dei rapporti tra gli uomini”. Il vostro progetto pone in essere, al centro ontologico, per così dire, l’opera, l’artista e l’occasione in cui viene formulata. È un modo per rispondere alle necessità derivanti dalle pratiche artistiche?

In parte abbiamo già risposto, quello che possiamo aggiungere riguarda esattamente l’occasione. La nostra occasione. Non siamo curatori e non ci interessa l’aspetto di curatela. Ci interessa, da artisti, appoggiare ricerche che stimiamo perché, di conseguenza, stimolano le nostre. Questa necessità nasce, soprattutto, da un limite territoriale molto forte. Se l’Italia è considerata la periferia dell’arte contemporanea, il sud potremmo associarlo al suo terzo mondo. Vivere in questa siccità diventa difficile se non si crea quell’occasione. Noi vogliamo provarci.

Lecce appare una città porosa, come la sua pietra, facendo sfoggio di una buona predisposizione alla simultaneità ma tuttavia carente di una vera presenza progettuale sui fenomeni contemporanei. Che rapporto ritenete possa sviluppare Spazio Su e il suo carattere aperto a livello nazionale, con il contesto in cui è insediato?

Sì, Lecce appare come una bella signora alla quale, di tanto in tanto, vengono iniettate punturine di Botox per farla sembrare più bella: tentativo maldestro di coprire proprio quelle porosità che, in realtà, sono più genuine e belle con i loro segni autentici del tempo. Ci permettiamo questa licenza critica, non con la presunzione di ergerci a Super Eroi del contemporaneo, ma per esprimere il bisogno di un giovane che vive in una città “vecchia”. È vero, negli ultimi anni si respira un’intenzione più fresca rispetto al panorama artistico ma, spesso, anche questo si scontra con chi vive anacronisticamente e in maniera istituzionale il territorio. La pietra leccese è bella, ma senza una riflessione sulla sua corrosione, il suo restauro, si avvicinerà sempre più a una bomboniera.

Ci raccontate la mostra del vostro primo artista ospite, Matteo Coluccia?

Una performance, affiancata a una tela usata come documentazione impropria.
La situazione messa in scena da Matteo Coluccia, citando il testo, “trasmette pulsioni attive, intime e malauguratamente feconde”, esattamente come il Piton de La Fournaise, uno dei vulcani più attivi del pianeta, da cui la mostra prende il nome, che ci regala un esplosione di lava ogni nove mesi, attraverso la sua grande bocca.

A cura di Lara Gigante


Spazio Su – Via Guglielmo Paladini, 33 – Lecce

www.spaziosu.it

Instagram: spaziosu


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Spazio Su – Courtesy Spazio Su, ph Grazia Amelia Bellitta

Spazio Su – Courtesy Spazio Su, ph Grazia Amelia Bellitta

PITON DE LA FOURNAISE, by Matteo Coluccia at Spazio Su

PITON DE LA FOURNAISE, by Matteo Coluccia at Spazio Su

PITON DE LA FOURNAISE, by Matteo Coluccia at Spazio Su