Intervista a Giuseppe Di Liberto

Giuseppe Di Liberto (Palermo, 1996) dopo essersi diplomato presso il Liceo Artistico E. Catalano di Palermo, decide di iscriversi all’Accademia di Belle Arti cittadina dedicandosi all’ambito della scultura. Nel 2019, concluso il Triennio, si trasferisce a Venezia, selezionato dalla Fondazione Bevilacqua La Masa tra i quattordici vincitori dell’atelier d’artista.
Ciò che contraddistingue la sua ricerca artistica è la precipua interazione dialettica che instaura con il fruitore, il quale viene coinvolto, attraverso molteplici media figurativi, in un’esperienza sensoriale profonda.
Attualmente vive e lavora tra Venezia – il suo spazio creativo è l’atelier n. 7 di Palazzo Carminati – e Palermo.


Osservando le tue opere sembra che la scultura sia soltanto un medium attraverso cui trasfigurare ciò che proviene dal primo atto creativo in una ricerca di tipo performativo-relazionale. Tu in che modo definiresti la tua pratica artistica?

La mia pratica artistica si sviluppa attraverso una visione totale già dall’idea primigenia che sostiene la mia futura creazione. Per questo, risulta fondamentale ai fini di ciò che intendo realizzare, l’apporto grafico: è proprio mediante il disegno, infatti, che inizio a “impossessarmi” dello spazio, instaurando un’interazione con esso.
La mia poetica si fonda su di una molteplicità di strumenti creativi come la pittura, la grafica editoriale, l’installazione sonora e la scrittura. Ho però, senza dubbio, una particolare predilezione per la scultura.
Riguardo il concetto di medium la mia ricerca ruota attorno alla fisicità dell’opera, la quale interagisce con lo spazio circostante e i fruitori in maniera diretta, senza alcun tipo di filtro.
Un profondo spunto di riflessione sul concetto di opera performativa è sopraggiunto dopo una discussione con Gabriele Tosi, svoltasi in studio all’inizio della mia residenza in Bevilacqua: parlando delle sfumature performative intrinseche nella mia scultura Sotto la vostra pelle, e voi lo sapete, mi sono reso conto di come l’atto performativo sia del tutto implicito all’interno dei miei lavori.
Infatti, all’origine di ogni opera non si cela mai l’intenzione di renderla di natura performativa o relazionale ma la sua trasfigurazione avviene nell’atto della fruizione, non prima.
L’opera, dunque, muta progressivamente man mano che il pubblico inizia a renderla propria, interiorizzandola attraverso un filtro che è totalmente soggettivo.

Come sei finito a Venezia? In che modo la tua città d’origine, Palermo, interagisce con la tua permanenza attuale in Laguna?

Penso si tratti di una pura condizione esistenziale: io sono un isolano. Ritrovo, infatti, tra Venezia e la mia terra, la Sicilia, atteggiamenti simili e in Laguna sono riuscito a trovare una realtà in cui potermi riconoscere. Ho abbandonato Palermo con la chiara consapevolezza di essere giunto a uno stallo sia emotivo sia produttivo, così profondo, da interferire sulla mia creatività, non riuscendo più né a produrre sculture né a dipingere.
Sin da subito ho visto Venezia come un porto sicuro, e lo è tuttora. Qui ho iniziato prima con un lavoretto in Biennale, poi venendo selezionato per la residenza annuale presso la Fondazione Bevilacqua La Masa. Da quel momento in poi ho deciso di stanziarmi in Laguna. In molti mi definiscono spesso come un “nordico/montanaro mancato”!

Come nasce la tua riflessione verso un tema così tagliente e complesso da raccontare come quello della morte? Pensi ci possa essere stato un momento preciso in cui è scaturito questo interesse?

Come spesso accade, ogni riflessione è l’effetto di una causa. La mia ricerca attuale prende spunto da diverse situazioni familiari accadute in passato, le quali mi hanno condotto a riflettere parecchio sull’idea di morte. In particolare, la mia attenzione si è focalizzata sull’interazione che si genera con il corpo fisico: la morte, infatti, interagisce con esso ed è in grado di mutare le dinamiche future di chi “la vive in seconda persona”. È come se si generasse un’onda d’urto e, a me, interessa studiarne l’effetto.
La mia ricerca attuale, infatti, procede verso l’analisi di tutto ciò che ruota attorno al concetto di morte, in che modo nel corso della storia sia stata oggetto di riflessione e analisi. In particolare, mi incuriosisce capire quali siano stati i motivi che hanno ridotto tale tema oggi a un vero e proprio tabù, facendo scaturire al contempo una quasi spasmodica necessità di immortalità dell’essere umano.
La condizione di “mortalità” è stata, tra l’altro, riscoperta recentemente, durante il periodo della pandemia, ponendo l’attenzione sul concetto di “finitezza della carne” e della “cagionevolezza dell’essere umano” (pronto a estinguersi?). «Forse l’estinzione è all’ordine del giorno» scrive Franco Bifo in Fenomenologia della fine.



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La creazione delle tue opere è sostenuta anche da un’indagine di matrice filosofico-psicologica? Se sì, è un percorso di ricerca che avviene di solito in parallelo o prediligi partire da una sfera d’azione per poi procedere all’altra?

La mia intera ricerca ruota attorno a un sostrato che è di tipo psicologico, antropologico e sociologico. Senza dubbio ci sono testi che sono risultati fondamentali per il mio lavoro, tra cui: La pornografia della morte dell’antropologo Geoffrey Gorer, Storia della morte in occidente dello storico Philippe Ariès, Antropologia delle immagini dello storico dell’arte Hans Belting e L’ordine del tempo scritto dal fisico italiano Carlo Rovelli.
Di non meno importanza rivestono per me le semplici sensazioni quotidiane, come anche gli interscambi verbali. Non c’è una scelta prefissata nel momento in cui mi trovo nell’atto di creare qualcosa: ogni lavoro può essere studiato “a tavolino”, oppure nascere da una pura esigenza personale, o ancora da intuizioni di natura estetica.

Sotto la vostra pelle, e voi lo sapete è un’opera del 2019 che mi ha colpito molto. Emerge la volontà di varcare la soglia, quel limes intrinseco e intangibile di un progetto “finito” lasciando, invece, la possibilità al fruitore di esserne parte integrante. Si potrebbe affermare che il tuo intento sia quello di offrire un’esperienza immersiva nell’immaginazione empatica di chi la osserva. Ti andrebbe di parlarcene meglio?

Alla base del mio lavoro, come già accennato prima, vige il coinvolgimento totale del fruitore: ciò avviene mediante input sensoriali ed emotivi, che creano una sorta di link, definito da me “Trauma”.
Si tratta di un istante fondamentale, attraverso cui addiziono ogni singolo elemento per creare una vera e propria narrazione di una situazione, interagendo attivamente con lo spazio e con il tempo di osservazione.
La volontà è proprio quella di inglobare quel momento in un ambiente “parallelo”, eterotopico, citando Foucault.
Lo spazio fisico risulta fondamentale per la creazione dei miei lavori, in quanto assume il ruolo di catalizzatore tanto con la scelta del site-specific, quanto con quella dell‘environment.
Sicuramente, di significativa ispirazione è stato anche lo studio di opere come Green light corridor di Bruce Nauman, oppure di artisti come Berlinde de Bruyckere, Mirosław Bałka ed altri di area belga/olandese come Mark Manders, Luc Tuymans o Michaël Borremans.

Prossime mostre in programma?

A ottobre sarò in residenza presso Palazzo Monti a Brescia dove collaborerò con un mio caro amico musicista, Federico Pipia, per la realizzazione di un ambiente installativo in cui il fruitore sarà chiamato a interagire con molteplici input sonori.
Per il 2021 è in programma la mostra di fine residenza della Fondazione Bevilacqua La Masa presso la galleria in Piazza San Marco a Venezia. Per il resto stiamo a vedere cosa ci riserverà il futuro!

A cura di Gilda Soriente


Instagram: giuseppediliber


Caption

Giuseppe Di Liberto, Sotto la vostra pelle, e voi lo sapete, 2019 – Lattice, cinghie da trasporto, dimensioni variabili – Courtesy l’artista

Giuseppe Di Liberto, Fruizione barocca per una ghirlanda, 2020 – Grafite, olio su cotone, legno, 200x200x175 cm – Courtesy l’artista

Giuseppe Di Liberto, Ghirlanda, 2020 – Lattice, 155x66x10 cm, (particolare) – Courtesy l’artista

Giuseppe Di Liberto, Minuto di silenzio, 2020 – Installazione scultorea e video, elementi in paraffina e proiezione video 34” – Courtesy l’artista

Giuseppe Di Liberto, Foto ritratto – Courtesy Giulia Vaccari