Intervista a Giacomo Bianco

Giacomo Bianco (Mestre, 1994), dopo una Laurea Triennale in Disegno Industriale e Multimedia all’Università IUAV di Venezia, si iscrive al corso di Fotografia presso l’ISIA U di Urbino a seguito di un viaggio in Portogallo, intrapreso in solitaria, con zaino in spalla e macchina fotografica.
Ciò che contraddistingue la sua pratica artistica è, senza dubbio, l’eterea delicatezza dei soggetti che ritrae, i quali spaziano dall’ambiente terraqueo – in particolare quello lagunare – al nudo femminile, esperito nei dettagli più intimi e sottili.
Il suo spazio creativo attuale è l’atelier n. 3 di Palazzo Carminati a Venezia.


Prima di tutto, volevo chiederti come avviene la scelta dei soggetti per i tuoi scatti? La tua ispirazione è veicolata da qualcosa in particolare? Se sì, chi sono i tuoi maggiori riferimenti artistici (qualora ce ne siano)?

Sinceramente, ho sempre faticato molto a rispondere a questa domanda.
Ogni volta, ho trovato estremamente difficoltoso allontanarmi dalla banale risposta: «…perché l’ho trovato interessante!».
Quel pelo sul dito, quella curva di alghe, quel determinato movimento di capelli o di coda di animale, sono tutte immagini che non sembrano rispettare un tema predefinito. Piuttosto, ogni qualvolta il cervello ha comandato l’indice, ne è conseguito un sospiro di sollievo.
È come se determinati soggetti, geometrie e dettagli scaturiscano in me un interesse inconscio, un’essenza poetica che cerco di scovare continuamente, in particolare, nella Natura. Il mio sguardo, poi, ha sempre prediletto il corpo (soprattutto quello femminile) e gli esseri viventi “non umani”, quindi piante, fiori, animali.
Sulla scia di Rinko Kawauchi, Lucile Boiron, Li Hui, Prue Stent, mi avvicino ai soggetti attraverso una descrizione dei loro dettagli, con l’intento di imprigionarli all’interno del formato 4:3 dal quale non gli sarà più possibile uscire.

Venezia e il territorio lagunare che influenza detengono sulla tua ricerca artistica?

La Laguna è un territorio che incontra perfettamente la mia sensibilità.
Si tratta di un luogo evocativo e al contempo delicato, fragile, ricchissimo di elementi naturali che non posso far altro se non trovare interessanti.
Mi viene spontaneo fotografare l’ecosistema e la morfologia di questo ambiente eraclideo, in continuo mutamento, dove ciò che osservo sento di doverlo “collezionare”, inevitabilmente, attraverso l’immagine fotografica.
La Laguna e la sua città hanno da sempre costituito, dunque, il mio campo di prova, e ora, a distanza di anni, rappresentano i soggetti principali a cui attingo. Il mio progetto di tesi, ad esempio, affronta un’indagine territoriale focalizzata sul legame anfibio che, da sempre, ha connotato gli abitanti di questo territorio.
Ipotizzando un inabissamento della città di Venezia e leggendo vari scritti di filosofi e botanici afferenti al Postumanesimo, esaspero e, al contempo, descrivo quello che potrebbe essere il futuro abitante della Laguna.
In un rapporto assoluto con l’elemento acqua, questi non si troverà più a essere definito anfibio poichè abitante di un territorio sospeso tra terra e acqua. Al contrario, sarà investito dall’ofelizzazione della città, predisponendo una rinascita che vedrà dinamiche abitative più vicine al mondo animale che a quello umano.

Osservando le tue fotografie, sembra che dietro a ognuna si celi una sorta di disegno preparatorio da cui deriva poi lo scatto. In particolare, emerge un forte parallelismo tra realtà oggettuale e realtà sensoriale. Esiste uno schema costruttivo che segui ogni volta per i tuoi scatti?

Il più delle volte riesco a previsualizzare nella mia testa la fotografia che andrò a comporre, ma non si tratta di un metodo assoluto.
Adotto questo modus operandi, ad esempio, con il corpo umano: osservo molto, soprattutto le persone intorno a me e quando noto qualcosa di interessante come una posa, un’espressione, un movimento, ecco che le conservo nella mia memoria fino al momento di traslarle dal cervello allo scatto vero e proprio.
Riguardo gli altri soggetti naturali, ritengo, invece, si tratti più di una questione “epifanica”. Cammino molto, mi piace il contatto con l’ambiente e tendo sempre a portare con me la macchina fotografica alla ricerca di un’occasione che possa attrarre la mia curiosità.
Il bello inizia quando, stampate le immagini, comincio a muoverle, spostarle, affiancarle, connetterle: qui sopraggiunge un vero e proprio processo di consapevolezza in cui comprendo che cosa ho cercato di carpire attraverso il mio sguardo e come creare significati.
Raramente, infatti, considero le immagini singolarmente, al contrario, sono attratto dal possibile dialogo in grado di instaurarsi tra di esse.
Nel mio lavoro, poi, gioca un ruolo fondamentale la postproduzione: è proprio attraverso l’azzeramento dei contrasti e l’uso dei colori tenui che creo sospensione e delicatezza. Anche quando concepisco una fotografia in bianco e nero tendo allo stesso ragionamento, prediligendo la zona centrale dell’istogramma che mi consente di evitare di bruciare i neri e i bianchi.
Credo siano i soggetti stessi delle mie fotografie ad aderire a questo tipo di estetica e che, dunque, il mio interesse verso di essa sia una diretta conseguenza.



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Quando è nato il tuo interesse per l’oggetto libro? Ti andrebbe di raccontarci di cosa si tratta?

Tutto nasce a seguito della mia iscrizione all’ISIA U di Urbino dove ho avuto modo di avvicinarmi alla fotografia editoriale, concretizzando tutti i progetti fotografici sotto forma di libro. Dunque, si può dire, si tratti di deformazione professionale: il fare fotografia combacia sempre, infatti, con l’identificazione del progetto impaginato all’interno di un libro fotografico (o fotolibro).
La narrazione che segue un andamento alternato tra pagine e doppie pagine, implica una fruizione sfogliabile, lenta, meditativa, in cui anche le pagine “di respiro” (bianche) rappresentano delle vere e proprie immagini. Le pagine non ancora sfogliate, invece, possono sorprendere, sbigottire.
Anche se ultimamente, grazie all’opportunità della residenza artistica, sto iniziando a valutare la possibilità di conferire un carattere più installativo alle mie fotografie, al processo editoriale non potrò mai rinunciarvi completamente.
Inoltre, trovo estremamente interessante come la progettazione di un libro fotografico preveda anche una serie di scelte legate alla cartotecnica: l’individuazione della tipologia della carta, la progettazione della copertina, la rilegatura, eventuali nobilitazioni; tutti fattori che oggi riterrei quasi “un fetish”.

Prossime mostre in programma?

A Settembre sarò presente all’interno dell’esposizione collettiva Whatever it takes presso la galleria A plus A di Venezia. A Febbraio/Marzo 2021 esporrò alla 104ma Collettiva Giovani Artisti della BLM (a seguito dell’assegnazione del secondo premio che mi è stato conferito nell’edizione precedente). A Maggio 2021 sarà inaugurata l’esposizione di fine residenza presso la Fondazione Bevilacqua La Masa.
Sto iniziando, inoltre, una collaborazione con Marco Loi che presupporrà un’indagine fotografica dei territori sardi, con un interesse dedicato, in particolare, all’ambito della tessitura tradizionale locale.
Infine, è prevista una collaborazione con Angela Grigolato, che ruoterà intorno al concetto di Postumano e metamorfosi, di cui potrò parlare più approfonditamente in seguito.
Nel frattempo, sarei super felice di ospitarvi per un caffè nell’atelier di Palazzo Carminati a Venezia!

A Cura di Gilda Soriente


Instagram: g.i.a.c.o.m.o.b.i.a.n.c.o


Caption

Giacomo Bianco, Fotoritratto – Courtesy Giulia Deganello

Giacomo Bianco, UNTITLED, 2020 – Fotografia Digitale, 33×50 cm, Courtesy l’artista.

Giacomo Bianco, UMANALACUNA, 2020 – Fotografia Digitale, 33×50 cm, Courtesy l’artista.

Giacomo Bianco, UNTITLED, 2020 – Fotografia Digitale, 33×50 cm, Courtesy l’artista.

Giacomo Bianco, UMANALACUNA, 2020 – Fotografia Digitale, 33×50 cm, Courtesy l’artista.

Giacomo Bianco, ANADIOMEDE, 2020 – Fotografia Digitale, 33×50 cm, Courtesy l’artista.