La bellezza dell’impermanenza. Intervista a Gaia Bellini.

Gaia Bellini nasce nel 1996 a Bardolino, tra le colline del Lago di Garda. Ha studiato sin da piccola acquerello in una bottega di paese e, terminate le scuole superiori, dopo un anno passato in Sud America, si è iscritta all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Recentemente ha esposto le proprie opere a Paratissima Art Fair a Bologna, a REA! Fair a Milano e ha partecipato a varie residenze d’artista.


La vegetazione spontanea costituisce il fulcro della tua arte, in particolare lavori con tinture estratte da erbe botaniche. A tal proposito vorrei partire in senso metaforico dalle tue radici: l’attenzione che rivolgi agli elementi naturali più minuti da dove nasce e da dove trae nutrimento?

Le mie radici sono strettamente legate al luogo in cui sono nata. Ho infatti avuto la fortuna di crescere a Cisano, piccola località a pochi passi dal Lago di Garda: un’area geografica dalla grande biodiversità, che spazia dalla fascia mediterranea a quella alpina.
Non ho intrapreso formalmente fin da subito studi artistici; il mio amore per l’arte è nato ed è cresciuto parallelamente alla mia istruzione.
Durante il periodo delle scuole medie ho instaurato un legame speciale con Sergio, un artista del mio paese, il quale mi ha insegnato l’arte dell’acquerello: ho trascorso interi pomeriggi in sua compagnia a dipingere en plein air, ed è lì che ho allenato il mio sguardo a posarsi sui dettagli più minuti, a studiare gli effetti che la luce produce sulla vegetazione e sulle increspature del lago.
Questa attenzione che rivolgo agli organismi vegetali più esili è sicuramente accentuata anche dal mio carattere introverso, che mi permette di entrare in sintonia con le piccole e silenziose manifestazioni della natura.
Altra tappa fondamentale del mio percorso artistico, oltre che individuale, è stato il viaggio intrapreso in Sud America all’età di 18 anni, durante il quale mi sono imbattuta in una natura incontaminata e dove ho vissuto sulla mia pelle la meraviglia dell’incontro e dell’accoglienza.
In seguito a questa esperienza mi sono iscritta all’Accademia di Belle Arti di Venezia e il mio intento è stato da subito quello di capire come trasmettere dal punto di vista estetico ciò che avevo già maturato interiormente negli anni, senza conformarmi a un determinato atelier.
Ed è così che sono nate le mie Sindoni Vegetali: tele all’interno delle quali racchiudo semi e bacche, creando delle vere e proprie stampe vegetali, in cui il colore nel tempo si manifesta sui tessuti.

Dalle radici vorrei ora passare al fusto, all’elemento attraverso il quale la tua arte cresce, acquisisce una propria autonomia dal terreno e può esprimersi all’esterno: con quale criterio scegli i tuoi materiali?

Spesso ci si dimentica e si sottovaluta che anche l’arte ha un impatto sull’ambiente, e personalmente scelgo con grande cura le materie prime per limitare il più possibile la ricaduta che la mia pratica artistica ha sull’ecosistema.
Per le Sindoni Vegetali utilizzo le lenzuola di mia nonna, sia per il valore aggiunto derivante dall’amore intrinseco che nutro per queste fibre, sia per la qualità del cotone, il quale, essendo di ottima fattura e liso dal tempo, assorbe maggiormente il colore naturale.
Il legame con il mio passato è un tutt’uno con la mia arte, una conseguenza di quello che ho vissuto.
Il materiale comunica con noi attraverso la sua qualità, e io vedo in maniera concreta la resa di un tessuto pregiato: esso può più facilmente trarre nutrimento dal colore e dialogare con esso.
Per quanto riguarda le piante inserite nelle tele vegetali non utilizzo mai le radici che trovo in natura, ma unicamente semi e bacche, al fine di permettere alla vegetazione spontanea di proseguire il suo ciclo vitale.

Vorrei parlare con te della componente temporale che anima i tuoi lavori. Il lento manifestarsi del colore nelle Sindoni, così come il tempo che dedichi alla creazione delle tue opere, risultano essere in controtendenza con i ritmi frenetici attuali. Come ti relazioni con il tempo?

La mia arte è strettamente legata a ciò che sono, alla mia persona. Dedico tanto tempo e tanta cura a ciò che mi circonda, ai materiali che utilizzo e alle piante che coltivo. La mia arte non deve essere distinta da tutte le cose che faccio durante la vita, ed è per questo che presto così tanta attenzione alle materie prime che utilizzo.
Questa relazione lunga e duratura che instauro con i materiali si manifesta anche nelle mie opere: la fibra assorbe le tinture naturali in tempi lunghi, e non vi sarà mai una fine a tale processo, che si sviluppa sfuggendo al dominio dell’essere umano.
Nelle Sindoni il mio intento è quello di ristabilire un dialogo tra l’uomo e la natura, relazione che passa attraverso il colore, dunque nella maniera più diretta possibile.
Nell’antichità il colore veniva considerato il mezzo più immediato per arrivare alle emozioni; ed è secondo questa accezione che realizzo i miei Taccuini Botanici: quaderni d’artista in cui è presente una catalogazione cromatica delle varietà botaniche di un luogo, nel tentativo di ristabilire una connessione con l’uomo e tramandare la memoria del posto attraverso la sua vegetazione.
Questi tempi di creazione e apparizione sono sicuramente in controtendenza rispetto alla velocità che caratterizza il tempo contemporaneo in cui viviamo.



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Le tue opere dialogano con la luce e con gli spazi, ciò si manifesta maggiormente nelle residenze d’artista, come in quelle maturate ai Fori Imperiali e a Vimercate. Come studi gli ambienti e come entri in sintonia con essi?

Molto prima di pensare all’arte vivo l’ambiente. Studiare all’Accademia mi è servito a maturare una mia estetica, ma gli interessi verso le piante, la natura e in generale l’ambiente derivano da una pulsione interiore.
Vivo il luogo in primis come Gaia, come persona, ed è per questo che non voglio parlare di “ricerca” in situ: l’arte che ne deriva è legata più a un accadimento naturale, a un’attenzione per il posto che nasce dalla volontà di mettere radici in altri luoghi.
La Residenza ai Fori Imperiali l’ho vissuta subito dopo la prima quarantena, per cui le erbacce si erano impadronite dei Mercati di Traiano e avevo tantissimo materiale a cui attingere per poter creare i Taccuini Botanici: una catalogazione del luogo che passa attraverso la sua vegetazione, per mantenerne viva la memoria.
Nel caso di Vimercate ho lavorato sul colore partendo dalla robbia, che ho coltivato nel mio piccolo atelier per tre anni, tempo necessario affinché sviluppasse l’alizarina, una sostanza colorante rossa presente nelle sue radici.
Ho scelto la robbia perché pianta molto presente a Vimercate, in quanto essa veniva impiegata come pianta tintoria nelle grandi fabbriche di tessuto del territorio.
A Vimercate ho esposto le mie opere nella stanza di una villa di interesse storico, Villa Sottocasa, e ho creato un’opera site-specific, favorendo un dialogo tra colore, luce e ambiente, dando vita all’installazione Io ero tra color che son sospesi.
In questa occasione ho realizzato variazioni di colore derivanti dalla robbia, che ho trasferito su supporti in seta, lino, lana e cotone, dando vita ad alcune delle infinite possibilità cromatiche di questa unica specie.
Successivamente ho posizionato i supporti sulle pareti della villa, in corrispondenza delle crepe accumulatesi negli anni sulle superfici della sala, e ho messo in relazione le variazioni di robbia con la Sindone Vegetale collocata al centro dell’ambiente. Questa installazione riprendeva la storia del popolo vimercatese, con le sue fabbriche di tessuto e seterie, la storia della villa stessa, e infine innestava un legame con casa mia, con le radici di robbia coltivate nel mio atelier.

Per completare questo ciclo naturale mi vorrei concentrare ora sui semi che la tua arte produce, quali sono i messaggi che vorresti si allontanassero dalla tua opera per innestarsi in altre persone?

Con la mia arte abbasso la voce per poter essere ascoltata, affinché le persone che vogliono sentirmi prestino maggiore attenzione al messaggio che le mie opere veicolano; preferisco arrivare a pochi ma in profondità.
La mia arte richiede tempo anche per la sua ricezione, deve dare pian piano e non può manifestarsi ed esaurirsi immediatamente.
Lavorare con l’arte è lavorare con i sentimenti, sia durante la creazione sia dopo: amo molto essere presente alle esposizioni e parlare con le persone che empatizzano con le mie opere e ricercano un dialogo.
I collezionisti sono talvolta preoccupati dall’impermanenza dei miei lavori, ma la natura effimera e incontrollabile del colore sulle mie tele è l’essenza stessa della mia poetica: il non impormi su processi naturali, ma lasciare che questi segni si imprimano sulla tela senza che l’artista possa in alcun modo intervenire, ridimensionando l’attività dell’uomo sui cicli naturali e ridando voce e spazio a ritmi più lenti e imperituri.
Per me è fondamentale la coerenza tra ciò che si pensa e il modo in cui si veicola la propria idea. Mi sento un medium, una spirale che parte da un piccolo punto per espandersi verso l’esterno. Il mio desiderio è quello di ricreare un senso di appartenenza con la natura, una rivoluzione che passa attraverso la gentilezza e si manifesta dedicando amore e dando valore a ogni cosa, a ogni gesto.

A cura di Anna Masetti


Instagram: _gaiabellini

www.gaiabellini.com


Caption

Alizarina. Variazioni di luce – Courtesy l’artista

Io ero tra color che son sospesi – Exhibition view Città fluttuante. MUST – Museo del Territorio Vimercatese, 2020 – Courtesy l’artista

Io ero tra color che son sospesi – Exhibition view Città fluttuante. MUST – Museo del Territorio Vimercatese, 2020 – Courtesy l’artista

Sindoni vegetali. Dittico a Marsia – Courtesy l’artista

Gaia Bellini – Courtesy l’artista, ph Alessandro Tomasi