Una conversazione che sembra troppo corta. Intervista a Diego Marcon

Dobrosława Nowak: Lavori spesso con l’immagine in movimento e la gran parte delle tue opere sono film e video, come ti senti con l’immagine immobile che costituisce La miserabile, tua mostra personale alla Triennale di Milano?

Diego Marcon: La mia ricerca si concentra soprattutto sull’immagine in movimento ma capita che il lavoro abbia delle ricadute materiali, che tuttavia mantengono una forte relazione con il cinema.
Il lavoro presentato alla Triennale di Milano è un vinile adesivo applicato a muro.
Non è la prima volta che lavoro con questo materiale – i primi tentativi in questo senso sono stati i lavori della serie Dick the Stick’s Saga (2014–2016), di cui fa parte, oltre ai vinili adesivi, anche una scultura temporizzata di tubi al neon.
Nell’ultimo periodo ho lavorato a due film e a un video: Il malatino (2017), Monelle (2017) e Ludwig (2018); sono tre lavori molto diversi da un punto di vista formale e di realizzazione, la cui produzione è stata molto intensa. Per la mostra in Triennale volevo lavorare a un inedito e a un’opera che non fosse un film o un video. Al contrario, avevo desiderio di misurarmi con una pratica – quella del disegno – che, a partire dalle animazioni, ho utilizzato spesso, ma in maniera più intensa e dedicata, in un rapporto solitario fra me e la definizione del lavoro.

D.N: Pensi che questo obiettivo sia stato raggiunto?

D.M.: Sì, anche se il confronto con media e linguaggi che non sono quelli con cui lavoro abitualmente, restano per me sperimentali, e quindi aperti a domande e dubbi.
C’è un aspetto di “autocastrazione” che emerge in modo determinante in questi lavori.
Nel caso de La miserabile, il vinile adesivo permette al lavoro di mantenere la sua matrice di disegno, allo stesso tempo però la vettorializzazione necessaria per la realizzazione del vinile e il vinile stesso distaccano il tratto dall’aspetto più manuale, rendendolo asciutto e freddo. In qualche maniera, quindi, mi interessa certamente il disegno in sé, ma allo stesso tempo continuano a sembrarmi necessarie una traduzione del gesto in qualcosa di altro, e un controllo e un rigore che forse sono parte di un processo di produzione che riguarda soprattutto la mia pratica con il film e il video.

D.N.: Leggendo il comunicato stampa della mostra in Triennale, scritto dal curatore Edoardo Bonaspetti, mi sembra che la parola “miserabile” non appartenga solamente a questo progetto, pare descrivere tutto il tuo mondo. Personaggi “prigionieri”, “isolati”, “nella penombra”… Io vedo i protagonisti delle tue opere profondamente tranquilli, quasi nello stato di meditazione piuttosto che nella condizione depressiva…
La vita dei tuoi protagonisti è miserabile?

D.M.:  La depressione è una malattia, è la definizione clinica di un disturbo che può essere guarito o alleviato. La sofferenza di cui stiamo parlando non è un disturbo, non è una malattia: è un assunto. Per quanto, in qualche modo, tutto il mio lavoro emerga da questo assunto, un aspetto ironico e auto ironico è fondamentale. Ad esempio in Ludwig, che si ripete in un loop breve e ossessivo, proprio la reiterazione continua dell’azione la trasforma in una sorta di running gag. Oppure in Monelle – che è una personale interpretazione del cinema dell’orrore – molte delle scene sono piuttosto comiche e a tratti il film prende i toni di una slapstick comedy.
Quando ritrovo un’affinità nella percezione del dolore in altri autori mi sento bene, perché è come se incontrassi un amico. Thomas Bernhard per esempio, che è uno dei miei scrittori preferiti, mi diverte tantissimo. Lo leggo e oscillo fra questi stati, fra uno in cui mi sento soffocare di tristezza e uno in cui sono molto divertito e rido di gusto. Ma il punto è che queste due dimensioni opposte si sostengono a vicenda, che una serve all’altra per arrivare a definire, assieme, un nocciolo ultimo di verità.

D.N.: Ultimamente sei stato scelto per alcuni premi. Quale qualità della tua oeuvre, secondo te, attrae di più gli spettatori e la giuria?

D.M.: Per quanto il mio lavoro sia emerso in maniera più decisiva in questi ultimi due anni è da tanto che lavoro con insistenza, e penso che questo si percepisca nel lavoro.



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D.N.: Ti senti di più un artista italiano o europeo?

D.M.: Possiedo una formazione e un modo di sentire che identifico, in una maniera forse anche un po’ ambigua, come europeo. L’affaticamento, spesso centrale nel mio lavoro, riguarda anche questo: in parte è il senso di esaurimento di una storia, di una cultura, di un sentimento che riconosco come europei, che arrancano miseramente e che non riescono a trovare né un modo per riprendersi né un modo per farla finita in maniera dignitosa.

D.N.: Mentre leggevo in un comunicato stampa che tu continuavi la storia della video arte italiana, mi sono chiesta se fosse possibile ridurre questa storia a un percorso nazionale. Tu ti senti vicino alla scena video art italiana?

D.M.: Molti artisti italiani approdano o realizzano video per il cinema o vogliono realizzare dei lungometraggi. A me non interessa. Mi interessa piuttosto che il mio lavoro venga iscritto nella tradizione del cinema sperimentale e di ricerca e, soprattutto, in quello delle arti visive. Non faccio video o film a soggetto. Il soggetto di ogni lavoro è anzitutto se stesso. Il suo essere, nello specifico, un film o un video.

D.N.: So che ti piace molto il cinema horror.

D.M.: Trovo che in ogni film horror, anche il più brutto e mal riuscito, ci sia sempre qualcosa di interessante. I film dell’orrore devono fare paura, e allora in ognuno di loro c’è una qualche trovata, una qualche soluzione formale, una qualche articolazione tra immagine, suono, narrazione, che è stimolante.

D.N.: Invece i film documentari? Che ne pensi?

D.M.: I miei primi video avevano un carattere che si potrebbe definire più propriamente documentario, perché non utilizzavo mai sceneggiature, filmavo sempre delle situazioni esistenti, lavorando soprattutto in ripresa e poi molto in montaggio e in post-produzione audio. Gradualmente, questi video hanno teso sempre più all’astrazione, e mi sono accorto poco a poco che il lavoro sul reale che volevo fare lo potevo portare avanti in maniera più puntuale con la finzione. Non esistono film documentari.

D.N.: Il regista Krzysztof Kieślowski ha smesso di fare documentari quando si è accorto che, tendenzialmente, non esiste un vero film documentario.

D.M.: Werner Herzog ha fatto la stessa cosa, ma al contrario: ha smesso di fare film di finzione e ha iniziato a fare documentari…

D.N.: Quando ho visto i film della serie Untitled (Head falling) (2015) ho pensato subito alla gente che si addormenta in metrò. Tanti artisti lavorano bene sui mezzi pubblici. Tu dove preferisci lavorare?

D.M.: Lavoro molto in macchina, quando guido, e poi a casa, in studio.

D.N.: Gabi Ngcobo, curatrice della decima Berlin Biennale, dice che “la vita senza arte sarebbe insopportabile”. Tu hai dichiarato che “Vivere è un’esperienza in cui si rinnova quotidianamente un senso di alienazione e di solitudine. […] Ogni attività umana è volta ad allontanare questo sentimento del cuore”1.
Immagino tu ti riferissi all’arte?

D.M.: No, a ogni attività umana.

D.N.: Dunque, l’artista è una persona che allontana l’insopportabile come lo fanno gli altri? Non ti sembra che agli artisti piaccia avvicinarsi alla varietà dei sentimenti, anche se dolorosi, invece che ignorarli?

D.M.: Specialmente ora, in cui i valori più importanti sembrano essere positività e trasparenza, penso che l’arte debba costituire una zona di ambiguità e opacità, per restituirla al mondo.

Intervista a cura di Dobrosława Nowak


www.diegomarcon.net

Instagram: die.marcon


Note

1- www.rivistastudio.com/diego-marcon-triennale


Caption

Diego Marcon, ph Chiara Fossati

Diego Marcon, Il malatino, 2017 – 16mm film, color, silent, loop. Installation view, PAC – Padiglione Arte Contemporanea, Milano – Courtesy the artist and AMACI – Associazione Musei Arte Contemporanea Italiani, ph t-space studio

Diego Marcon, La miserabile, 2018 – Vinile adesivo monometrico nero prespaziato applicato a parete, luci al neon, dimensioni variabili. Veduta dell’installazione, La Triennale di Milano, Milano – Courtesy Ermes-Ermes, Vienna, ph Andrea Rossetti

Diego Marcon, Untitled (Head falling 02, 05), 2015 – Animazione diretta, inchiostro per tessuti, inchiostro permanente e graffi su pellicola trasparente, 16mm, colore, senza sonoro, loop. Veduta dell’installazione, Careof, Milano – Courtesy l’artista ed Ermes-Ermes, Vienna, ph Alessandro Nassiri



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