Una memoria per il futuro. Intervista a Beatrice Merz

L’idea di arte come motore di un costruttivo approccio per affrontare le problematiche sull’ambiente si pone alla base di The ballad of forgotten places, progetto realizzato dagli artisti Botto&Bruno, promosso dalla Fondazione Merz e vincitore della terza edizione del concorso Italian Council (2018) ideato dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, per promuovere l’arte contemporanea italiana nel mondo.

In occasione dell’inserimento dell’opera nelle collezioni dei Musei Reali di Torino, allestita al primo piano della Galleria Sabauda, nella Sala degli Stucchi, abbiamo dialogato con Beatrice Merz nella sua veste di Presidente e Direttore della Fondazione Merz.


Un gioco di luoghi che parla di ambiente e futuro. Come si è sviluppata l’idea di inserire l’opera di Botto&Bruno nella Sala degli Stucchi e che rapporto si aspetta con il pubblico dei Musei Reali?

La scelta di lavorare con gli artisti Botto&Bruno per il concorso Italian Council promosso dal MIBACT è proprio scaturita dalla volontà di affrontare con l’arte ancora una volta le tematiche ambientali e di sopravvivenza delle comunità cittadine periferiche. Dobbiamo chiederci come l’arte possa influire, e non solo rappresentare, la nostra attualità, ed è necessario farlo non più solo nei nostri luoghi dedicati ma cercare di portare a un pubblico più vasto i nostri messaggi d’allarme.
Il progetto di edificio/rudere che racconta la dimensione post-industriale delle nostre periferie urbane è stato accolto con entusiasmo dalla direzione dei Musei Reali e sono stati proprio i Musei a scegliere la sala per ospitare l’opera, contribuendo così a evidenziare ancor di più il suo significato.
Questo racconto scultureo e fotografico sorprenderà il pubblico della Galleria Sabauda che certamente non si aspetta di veder inserita, nel percorso espositivo, un’opera di arte contemporanea così impattante dal punto di vista visivo in una sala già di per sé carica di contenuti storici. Un pubblico che ricerca nella visita ai Musei narrazioni storiche e opere consolidate di epoche passate improvvisamente è catapultato nel proprio presente. Interessante sarà a distanza di tempo conoscere le osservazioni e le reazioni.

In questa epoca di incertezze quale crede possa essere il reale contributo dell’arte contemporanea nei confronti delle grandi sfide dei nostri giorni?

Questa domanda in realtà è la grande questione che ogni giorno, ogni ora e ogni minuto mi sto ponendo. Stiamo vivendo una crisi epocale e siamo tutti in cerca di certezze. Ma, forse più che certezze è il momento di porsi delle domande. E l’arte non può infondere certezze, ma oltre a porci domande può aiutare a far cambiare il ritmo della ruota. Una ruota che ha girato vorticosamente in un’unica direzione per troppo tempo. È il momento di lasciare da parte personalismi, autoincensamenti, provocazioni arbitrarie ma con serietà cercare di dar vita e visibilità a quell’arte capace di guardare il mondo su più piani e direzioni, solo questa arte ci può aiutare.

Bertille Bak, artista trentenne, è la vincitrice del Premio per l’Arte dell’ultima edizione del Mario Merz Prize. Quali nuove necessità e pensieri critici riscontra nelle ultimissime generazioni di operatori estetici?

Bertille Bak è una ricercatrice come lo sono i due vincitori delle edizioni precedenti, Wael Shawky e Petrit Halilaj e gli artisti selezionati per le short lists.
Il Prize è uno strumento di scouting, oltre ad essere un riconoscimento legato al nome di mio padre. Le caratteristiche che ricerchiamo nell’opera e nel percorso individuale degli artisti e dei musicisti selezionati per le short list sono molto simili al modo di intendere l’arte di Mario Merz. Cerchiamo energia, innovazione, coraggio, generosità, avendo la coscienza che il ‘mondo creativo’ ha tra le sue missioni quella di portare all’attenzione dell’umanità la riflessione poetica sull’appartenenza. Nelle ultime generazioni di artisti queste necessità si stanno innalzando.



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Nel 2018/2019 Fondazione Merz ha ampiamente collaborato al grande momento espositivo Igloos, realizzato a cura di Vicente Todolí presso la sede espositiva Hangar Bicocca a Milano. Quali nuovi contenuti e messaggi ha sviluppato questo appuntamento e quanto è secondo lei importante coltivare una memoria per il futuro?

Da Torino alla Svizzera. In che modo il mondo dell’arte può mettere in dialogo differenti culture e a quali nuovi progetti sta ora lavorando?

Vorrei rispondere alle ultime due domande con un’unica risposta. Ritengo che per la nostra istituzione dopo anni di intensa attività espositiva e di eventi di varia natura, dai concerti agli incontri, si sia aperta a una nuova fase. Il luogo delle opere, passato da essere “casa dell’artista” a “casa per gli artisti”, ha maturato il proprio ruolo nato da un impulso di sopravvivenza e si è resa attrice consapevole e presente di nuove opportunità: programmi che hanno iniziato a vedere la luce oltre che a Torino in altre città e altri luoghi. La Svizzera, le collaborazioni con grandi musei internazionali tra questi appunto quella preziosa con l’Hangar Bicocca, e l’intensa attività nella città di Palermo. Luoghi dove abbiamo trovato nuove strategie di avvicinamento e di resistenza culturale dinamica, rivoluzionaria, non conservativa, binomio che sembra contraddittorio rispetto alla funzione di conservazione attribuita tradizionalmente all’istituzione ma che, nei fatti, completa la natura statica del luogo di rappresentazione del passato desiderando l’irruzione del presente. L’esperienza della mostra all’Hangar Bicocca è stata unica e irripetibile, nessuno di noi aveva mai visto tanti igloo insieme, emozione fortissima e per me un viaggio nella memoria e stimolo per il futuro. Un museo contemporaneo è strettamente connesso a una logica di apertura, sia in termini ricettivi sia partecipativi. Per questo è necessario interrogarsi; in situazione di crisi è insufficiente muoversi esclusivamente pensando alla proposta culturale. Occorre agire attraverso un vero e proprio atto politico. È necessario riflettere sulla natura del luogo di cultura a partire non solo dai possibili visitatori, ma dal ruolo giocato dagli stessi artisti e dalle proprie opere, elementi protagonisti dello spazio culturale e del progetto di costruzione civile dato da un’istituzione.
Il 2020 è per la Fondazione un anno importante. Festeggiamo i 15 anni di apertura dello spazio espositivo di Torino.
Per questa occasione abbiamo progettato una mostra collettiva tutta al femminile dal titolo PUSH THE LIMITS. Un progetto, curato da me e Claudia Gioia, che dichiara sin da subito la volontà di indagare la capacità dell’arte di porsi costantemente al limite per spostare l’asse del pensiero, della percezione e del discorso, immettendo nuovi elementi nel sistema. Si racconta senza sforzo, finalismi e sovrastrutture, che non siano quelli del pensiero e della creatività dell’arte contemporanea, un percorso di ricerca per trovare un linguaggio consapevole e capace di raccontare il presente. Abbiamo invitato a partecipare al progetto diciassette artiste: una polifonia di segni ed esperienze la cui immaginazione ci parla della capacità di far transitare sulle soglie del pensiero tutte quelle realtà che sono ‘oltre’.
Riprenderemo poi a lavorare sul Mario Merz Prize, con la mostra di Bertille Bak, vincitrice della terza edizione, e l’apertura della call per la quarta edizione.
E poi proseguirò la collaborazione con l’artista Michal Rovner, la vedremo presto protagonista su diversi fronti e luoghi

A cura di Marco Roberto Marelli


www.fondazionemerz.org

Instagram: fondazionemerz


Caption

Fondazione Merz, Torino – Courtesy Fondazione Merz, ph Paolo Pellion

Botto & Bruno, Galleria Sabauda, Torino – Courtesy Fondazione Merz, ph Renato Ghiazza

Botto & Bruno, Galleria Sabauda, Torino – Courtesy Fondazione Merz, ph Renato Ghiazza

Fondazione Merz – Exhibition: Wael Shawky. Al Araba Al Madfuna, 2016 – Courtesy Fondazione Merz, ph Renato Ghiazza

Fondazione Merz – Exhibition: Carlos Garaicoa. El Palacio de las Tres Historias, 2017 – Courtesy Fondazione Merz, ph Renato Ghiazza



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