Indisciplina + Julia Krahn

Scopri  >>>>>>>  Indisciplina+
Tutte le interviste >>>>>>>  Indisciplina+


Com’è nato il tuo rapporto con l’arte visiva, durante e dopo il tuo periodo presso la Facoltà di medicina dell’Albert Ludwig Universität Freiburg? Come lo studio della biochimica, della fisiologia umana e dell’anatomia umana ha influito sul tuo pensiero e sulla tua pratica artistica?

Dalla necessità di dialogo. Prima con me stessa e poi con il mondo. Il tempo dei miei studi è stato molto turbolente emotivamente. Ho vissuto sei mesi in Africa e sei mesi in Colombia per lavorare prima in un ospedale sotto la montagna del Mount Kinangob, poi in mezzo alla foresta colombiana fra Bogota e Medillin con due suore-dottoresse e quaranta bambine orfane. Quando ho cominciato gli studi universitari ho avuto uno shock-culturale. Non avevo la leggerezza dei miei coetanei ma avevo tanto da raccontare ed elaborare e cosi è cresciuto il desiderio di manifestare le mie emozioni.
 Nel periodo in Colombia sono scampata a uno sciopero generale del paese, il 1999 è stato un periodo pericoloso, soprattutto per una turista tedesca. Le suore mi avevano nascosto in un convento a Bogotá dal quale sono segretamente uscita per vedere la città e Monte Monserrate, dove ho conosciuto Nicolàs. Era a lui che, dopo mio ritorno in Germania, e il suo in Italia, inviavo, via posta, i miei primi autoscatti. Autoscatti che nascevano con proiezioni di diapositive sul corpo e piccole photo-stories in cui elaboravo i miei dolori e pensieri bui. Pensavo fosse più facile mandare un’immagine invece di tante parole in lingua straniera. Lui, studente d’arte a Milano, era entusiasta delle mie immagini e mi ha regalato un esposimetro. Un giorno ha detto “attraverso le tue fotografie ti capisco, ti sento, mi sento”.
 Ecco, era nata un’artista.

Ho studiato medicina per due motivi: primo perché mi interessava l’essere umano; secondo perché volevo seguire l’esempio di mio nonno, il mio uomo ideale.
 Se guardo al mio lavoro oggi, non posso che notare l’onnipresenza della medicina e di mio nonno. Il mio lavoro è al servizio dell’universo, crea un universo stesso mentre è generato da esso e cerca in continuazione la bellezza, la salvezza dell’uomo. Potrei spiegarlo anche con un’altra immagine: il dottore traduce il linguaggio del corpo, i sintomi del paziente, per trovare una cura; io cerco di tradurre i bisogni dell’uomo in domande per arrivare alla coscienza.

Come inserisci la ricerca nel tuo lavoro, come la intendi, come la sviluppi? Quanto è importante la lente attraverso cui leggi l’arte data dai tuoi studi?



Prima c’è l’ascolto, poi la ricerca di ciò che ho sentito, da qui percorro una strada che si fa guidare dal fil rouge.

La mia ricerca comincia dopo un impulso, che accade dopo un tempo di gravità in ascolto.
 È come portarsi per giorni delle immagini in tasca, così, per poi trovarsi a metterle in ordine e crearne una storia. Spesso porto fisicamente alcune cose con me, come se le potessi assorbire. Poi accade che si incontrano i segni, sempre quel fil rouge che sembra inseguirmi, invece sono io che lo seguo. Leggo e trovo un collegamento e così si so che si deve girare angolo, pagina, libro, tecnica. Ogni cosa aggiunta è come un pezzo di un puzzle, quando ho trovato armonia e equilibrio, dall’agitazione della ricerca mi sveglio con una serenità grande. Allora so che ho finito.

Credo che lo studio faccia parte della mia persona e della mia storia, mentre la mia ricerca accoglie anche l’esperienza. Certo non avrei studiato medicina, né mi sarei trovata a essere un’artista, se non fossi proprio Julia Johanna Dorothee Krahn. Per me medicina e arte sono le stesse cose in un’altra forma.


Hai studiato medicina ma hai interrotto gli studi per dedicarti alla fotografia. Nelle tue opere si vede; a te serve l’arte, la vivi come uno stato di varie necessità. Il tuo lavoro è pieno di simbolismi, lo usi come mezzo per conservare il tempo e le memorie catturando, nelle situazioni che attivi, la temporaneità e la caducità degli esseri umani. Questo credo sia un possibile, breve riassunto del tuo lavoro artistico, tu come ti racconteresti?

L’arte non è stata la mia scelta, ma l’unica via.
L’arte mi ha invaso, si è presa la mia vita e in cambio l’ha salvata. È il mio mezzo per guardare me stessa e il mondo da fuori, essendo capovolto all’interno, non so se mi spiego. Lo immagino come un buco nero che ti attira e ti comprime, e poi sputa fuori quell’energia in qualcos’altro da un’altra parte, magari un universo intero. Prendi un tuo pensiero, un tuo dolore e guardalo, senza giudizio, guardalo e basta, vedilo come una cosa mai vista e, zack, ha preso un altro aspetto, forse si è anche sciolto. Per molti anni l’arte era questo per me, la salvezza, poi ho cercato di applicare il vissuto per aiutare gli altri. Mi piace pensare che il mio lavoro aiuti le persone a vedere e ad ascoltare sé stessi e il mondo.

I temi del mio lavoro sono sempre legati ai bisogni essenziali dell’uomo, a tutto ciò che ci rende umani. Indago i cambiamenti vissuti come maternità, spiritualità, lutto e il loro impatto sull’individuo. Gli elementi citati nel mio lavoro sono in parte personali e in parte universali. Vengono riconosciuti dall’osservatore per essere portati nella sfera intima. Ogni lavoro ha tre livelli, quello personale, quello del mondo che osserva e quello universale. Solo così si riesce a comunicare oltre il tempo ed è solo staccandosi dal tempo che riusciamo a vedere.

Credo che la parte più importante del mio lavoro sia l’istante creativo, lo descriverei come una preghiera. Laica. Sono agnostica. Questo sia quando ritraggo una persona, sia quando sono sola nel processo. L’energia che emette il pensiero, o meglio l’intento, è benevola verso il mondo e credo che possa produrre solo bene. Durante il lockdown ho creato delle sculture piccole recitando dei mantra, poesie personali, per poi arrivare al silenzio assoluto. Riuscire a rimanere in quel silenzio cosi denso, per me, è la parte del lavoro più riuscita.



previous arrow
next arrow
Slider


Quanto è importante la commistione di linguaggi nel tuo lavoro?

È una cosa assolutamente normalizzata nel mio lavoro. Direi molto poco a livello concettuale, così poco che non ne conosco il limite e accade naturalmente.

Seguo l’istinto, la curiosità e il fil rouge, di cui parlavo prima. Ogni pensiero che porta a un lavoro nuovo comincia in uno spazio vuoto, privo di regole e quindi, per forza di cose, con approcci nuovi. Mi diverte guardare i vecchi lavori e vedere lo stesso nucleo, naturale, non forzato, in continua ricerca di amore e bellezza. E non è questo quello che fa un artista, dire in mille lingue diverse sempre la stessa parola, raccontare sempre la stessa cosa, sé stesso?

Nelle tue opere c’è sempre qualche elemento mancante, sembra che tu voglia porre l’attenzione nei momenti di mezzo, rimescolando, sommando, nascondendo e omettendo, scambiando gli elementi di quello che di volta in volta indaghi. Cosa vorresti che il fruitore percepisse?

Sé stesso.

Se arte contemporanea significa abbandono delle τέχνη [téchne], allora il termine non è più sufficiente, perché oggi la maggior parte degli artisti non abbandona la tecnica, non l’ha mai conosciuta. Il tuo caso è ancora diverso, tu conosci una tecnica ma l’applichi in modo completamente inusuale. Ti senti inclusa in questa definizione?

Non saprei. Me lo devi dire tu. 
Io non mi permetto di classificare arte o artisti, ne so troppo poco e non ho studiato nulla su questo argomento.

Posso dire che ho talmente tanti interessi che non saprei cosa studiare così, ogni volta che salta fuori un pensiero, indago, cerco e imparo ciò che mi serve per poi voltarmi verso altro. Forse in questo sono contemporanea? So poco su tanto. Ammiro chi sa tanto su poco, ma non sono io, non mi basta. La mia ricerca mi porta sempre a indagare su altro perché non è la materia a trascinarmi ma sono i pensieri e le emozioni che danno forma alla materia. Non sono le mani dell’artista a creare la sua opera ma la sua anima.

++++++++++

Julia Krahn nasce a Jülich nel 1978 e cresce ad Aquisgrana in Germania. Per dedicarsi completamente all’arte lascia gli studi di medicina e si trasferisce a Milano.La sua ricerca interroga la permeabilità dello sguardo tra identità dell’artista e dello spettatore. Ridefinisce gli oggetti quotidiani e i simboli del passato con fotografie che presentano una fluidità ambigua: più che raccontare lo scorrere del tempo o costruire una storia cristallizzano, trasformano da stato liquido a solido, i frammenti di una realtà privata e segreta.

Il suo lavoro riflette sui valori perduti o sbilanciati della società, della famiglia e della religione, fino a portare l’obiettivo su immagini che riconducono alle icone cristiane. Nell’opera della Krahn altrettanta forza che all’immagine viene data al formato dei lavori che si sviluppano su scale e supporti differenti creando un gioco che di volta in volta porta l’osservatore a una nuova percezione dell’immagine. I suoi giganti wallpaper sovrastano lo spettatore con tutta la potenza di un’immagine senza supporti, vetri o cornici, immagini che dominano fisicamente, immagini che, come grandi affreschi, tolgono ogni distanza tra il fruitore e l’ambiente. In uno stesso contesto lo sguardo viene poi chiamato e portato su piccoli pezzi unici: cammei in cornici di metallo che stabiliscono un dialogo one to one, intimo, col fruitore, richiamandolo alla preziosità dell’oggetto e della sua percezione.

A cura di Manuela Piccolo


www.juliakrahn.com

Instagram: juliakrahn_


Caption

Julia Krahn, ORGANO, 2021 – 30 cm x 25 cm x 25 cm, argilla bianca – Courtesy the arstist JK

Julia Krahn, eterno RITORNO, 2021 – 48 cm x 64 cm x 5 cm, serigrafia su carta a tino filigranata anni 50 – collezione Franco Sciardelli – Courtesy the arstist JK

Julia Krahn, ETERNO ritorno, 2021 – 30 cm x 40 cm x 18 cm, vetro, legno, LED – Courtesy the arstist JK

Julia Krahn, FIGURA, 2020 – 7 cm x 2cm x 1 cm, ceramica bianca – Courtesy the arstist JK

Julia Krahn, EPITAPH, 2012 – 18 cm x 24 cm (x3), photo ceramica – Chromalin Dupont – Courtesy the arstist JK