Indisciplina + Giulia Tubelli

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Com’è nato e si è sviluppato il rapporto con l’arte visiva durante e dopo il tuo periodo nelle due scuole d’architettura frequentate, prima la facoltà di architettura di Genova e poi la T.U. / U.D.K. Berlin? Come lo studio dell’urbanistica e dell’architettura ha influito sul tuo pensiero e pratica artistica?

Alla base della mia concezione dell’arte, dell’architettura o dell’urbanistica deve esserci, evidentemente, un mis-understanding; per me non esiste differenza tra queste discipline, non è mai esistita. Nella mia mente l’arte visiva, l’urbanistica e l’architettura sono la stessa cosa, nel senso che è la maniera di affrontare il costruire che per me è centrale. Quando Paul Valery, nel suo libro Eupalinos: or, the architect, attribuisce agli edifici la possibilità di tacere, di parlare o anche di cantare, non si riferisce solo al potere evocativo dell’architettura ma poeticamente alla sua capacità dialogare con il contesto e il mondo, riuscendo a farci immaginare le architetture come individui con una propria personalità ed emozioni da comunicare. Attraverso questo assunto trovo un modus operandi per concepire e realizzare un’architettura che può essere sintetizzata attraverso tre elementi: corpo, anima e solidità. Il corpo rimanda volutamente a qualcosa di antropico, sinuoso e organico, un sistema in cui forma e funzione non si distinguono, che muta a seconda dell’individuo e ne plasma l’aspetto, che utilizza elementi costruttivi classici, tradizionali e applica variazioni. Come un viso differisce da un altro per una forma specifica della bocca, il profilo di un naso, le dimensioni e la posizione degli occhi, e definisce il carattere di una persona, così l’architettura, modulando i suoi elementi costitutivi, è in grado di reinventarsi. L’anima riferita a edifici e costruzioni, o, come la definisce Gaston Bachalard, la “fenomenologia dell’anima”, “la poetica dello spazio”, che si occupa del lato invisibile delle cose. La solidità che rimanda al tempo, quello dell’eternità, e alla concretezza della costruzione, dell’attenzione e del processo di creazione, del legame con la storia e dell’archetipo. Per questi motivi, e dopo aver interiorizzato queste visioni, non sento divisioni tra il mio modo di fare architettura e fare arte.

Come inserisci la ricerca nel tuo lavoro, come la intendi, come la sviluppi? Quanto è importante la lente, data dai tuoi studi, attraverso cui leggi l’arte?

L’origine della mia ricerca è l’estetica nella consapevolezza dell’estensione e della complessità di questo tema; questa definizione viene qui utilizzata per spiegare l’interesse nella aisthesis come studio sulla percezione e sul segno. L’obiettivo è la ricerca di una sorta di metodo compositivo che si fonda sullo strumento estetico e utilizza la percezione come medium. Il processo analitico avviene attraverso lo strumento percettivo senza precise regole. La percezione può essere infatti individuale, soggettiva e indipendente dalla coscienza. Il processo è assimilare rappresentazioni concrete separandole in elementi individuali per poi unirli in una nuova soggettiva identità. L’estetica diventa il collegamento necessario tra la teoria e la pratica, uno strumento di ricerca che permette di connettere la forma e il significato, il pensiero e la pratica, il progetto con il sogno. Abbandonata la ricerca della verità, lo scopo è quello della descrizione della realtà, una realtà soggettiva. Questa narrazione della realtà si occupa di indagare il visibile e l’invisibile, per dargli forma, mediare il desiderio e la realtà, esprimere istanze inconsce mitigandone l’aspetto urtante, celandone le origini e producendo piacere.

Sei un architetto, ti esprimi attraverso il paesaggio come scultura e le architetture come parti sensibili dello spazio. Attraverso i tuoi progetti, i tuoi disegni, esprimi un’energia potenziale; vi è un ritorno alle forme minimali, una geometria euclidea composta. La sperimentazione materica è un continuum, ti interessa rivedere come la materia contribuisce nella forma. Questo è un possibile, breve riassunto, del tuo lavoro artistico; tu come ti racconteresti?

La mia è una ricerca legata al ‘Perturbante’ che si muove su un margine indefinito, il cosiddetto “Deffurure”, come nella pittura di Rembrandt dove la linea non è mai definita, dove si sente sempre questa sorta di impercettibile cambiamento di un pezzo di stoffa rispetto a un altro. È l’“architettura parlante” teorizzata da Boulle e Ledoux la cui ricerca fa riferimento alla possibilità legata all’architettura di essere portatrice di un discorso poetico e civico. Così, una profonda conoscenza della realtà oltre che dell’estetica è unita in un legame indissolubile. La conformazione ibrida di questo gioco, in cui significati e forme vengono indagati e ricomposti, osservati da una diversa angolazione, mira a ripensare la rappresentazione e la funzione in architettura, e di fatto la loro fusione. Il “Forms implies function” teorizzato da Hejduck, come la libertà estetica e la capacità compositiva possano portare a un processo di invenzione che risale alla storia quanto alla tradizione. La possibilità di esplorare “un territorio vergine di opposti catturando l’immagine residua dell’architettura e della città che resiste, scomparendo davanti ai nostri occhi”. È quindi questo margine quello su cui mi muovo: conoscenza scientifica Vs immaginazione poetica, solidità Vs anima, corpo Vs struttura; questi elementi contrapposti e contraddittori, combinati possono dare origine a un’architettura rigorosa, senza stili, senza manifesto e senza regole. Uno stato primitivo di espressione visiva in cui funzione e rappresentazione si fondono. Come ci ricorda Bacherlard, questo processo ha a che fare con la rimozione tanto quanto con la conoscenza: “Un filosofo che ha evoluto il suo intero pensiero dai temi fondamentali della filosofia della scienza, (..) deve dimenticare il suo apprendimento e rompere con tutta la sua abitudine alla ricerca filosofica, se vuole studiare i problemi posti dall’immaginazione poetica”.



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Quanto è importante la commistione di linguaggi nel tuo lavoro?

Le sovrapposizioni di linguaggi nel mio lavoro sono tante; da una parte il linguaggio delle diverse discipline – arte, architettura, estetica, costruzione, rappresentazione – dall’altra i linguaggi delle mie immagini archetipe, referenze fondamentali per esprimermi, dai riferimenti di architetture mitiche al mondo animale, dalla cultura tradizionale al mondo delle favole, tutto sovrapposto per creare un nuovo lessico. In Conversazioni di Deleuze c’è una frase che mi ritorna alla mente quando mi poni questa domanda, “(…) Balbettare, in genere, è un disturbo della parola. Ma far balbettare il linguaggio è un’altra cosa. Significa imporre alla lingua, a tutti gli elementi interni della lingua, fonologici sintattici, semantici, il lavorio della variazione continua (…)”. Utilizzare il balbettio della lingua contro l’omologazione “ritmica” dei processi è necessario per definire un uso “creativo, immaginativo e di ricerca” del linguaggio e quindi degli strumenti di espressione. In questo senso intendo distribuire nuove direzioni per amplificare lo spettro evocativo della lingua, approcciando sperimentalmente le strutture più consolidate, creando forme nuove ma familiari. La sola formalizzazione architettonica non basterebbe per esprimere la mia visione, per questo mi servo dell’arte che ha meno limiti.

Nei tuoi lavori alteri lo spazio e costruisci architetture su diverse scale; l’obiettivo è inserirsi nello spazio urbano e far percepire l’evoluzione delle forme. Nei tuoi disegni riporti i tuoi immaginari. Cosa vorresti che il fruitore percepisse?

Dialogo e sistemi di percezione. Mi piacerebbe creare un dialogo tra chi osserva e fruisce e le opere stesse; indagare il potere evocativo e comunicativo del costruito, la possibilità del piacere generato dallo spazio, lontano dal concetto di comfort ma legato alla fruizione del sublime; mediare un desiderio intimo e la realtà, che esprimere istanze inconsce mitigandone l’aspetto urtante, celandone le origini e producendo piacere. Sistemi di percezione che mettono in discussione e analizzano la relazione tra l’uomo – inteso come fatto di materia e non-materia -, le cose e la rappresentazione dell’uomo nelle cose. Vorrei creare un’essenza relazionale nella configurazione spaziale degli elementi, generare nuovi punti di vista attraverso l’accostamento di modelli opposti tra loro: corpo e spirito, senso e intelletto, significante e significato attraverso l’organizzazione dello spazio e la totalità dello spazio.

Se arte contemporanea significa abbandono delle τέχνη [téchne], il termine non è più sufficiente perché oggi la maggior parte degli artisti non abbandona la tecnica, non l’ha mai conosciuta. Il tuo caso è diverso, tu conosci una tecnica ma l’applichi in modo completamente diverso. Quindi ti chiedo, ti senti inclusa in questa definizione?

Non so rispondere con precisione. Quando mi poni questa domanda mi viene in mente il libro L’arte Mia dove Francesca Alinovi scrive: “Ognuno oggi ha l’arte che si merita(…) un’arte che ciascuno può e deve fabbricarsi da sé e per sé in armonia con le proprie possibilità creative”. Leggere questo testo è stato per me illuminante. Per costruire la mia idea d’architettura è stato necessario imparare la tecnica e studiare l’intero processo del costruire, del comporre. Le mie non vogliono essere architetture disegnate o immaginate, io voglio entrarci dentro. Il mio lavoro non si basa su tecniche complesse ma su piccole metamorfosi: un archetipo inizialmente scelto nella sua forma essenziale (una casa, una torre, un marcapiano), subisce via via trasformazioni che gli permettono di acquisire una nuova struttura concettuale e compositiva. Un processo di associazioni paradossali, un’interpretazione dell’abitare e del fruire gli spazi. Poi penso all’architetta Lina Bo Bardi che parla della libertà dell’architettura come “strumento di integrazione dell’esistenza umana nella natura e nei suoi misteri, e di confronto con la città e con i suoi conflitti”, “La casa come un’anima”, “la dignità dell’architettura civile”, fatti umani e sublimi. In conclusione no, non mi sento inclusa ma avendo sempre vissuto in interstizi niente mi ha mai definito, non so se sia un bene o un male.

Riferimenti

Paul Valery, Eupalinos: or the architect, Oxford University Press, H. Milford, 1932.
Gaston Bachalard, The poetic of space, Beacon Press, Oxford, 1958.
Marguerite Yourcenar, video from Propos et confidences, 1983.
Francesca Alinovi, L’arte Mia, Danilo Montanari Editore, 1984.
John Hejduck, Raphael Moneo, Bovisa, Rizzoli, 1988.
Aldo Carotenuto, Freud Il perturbante, Studi Bompiani, 2002.
La libertà dell’architettura (scritti di) Eduardo Subirats, Olivia De Oliveira, Francesco Tentori, Luciano Semerani, Antonella Gallo, Giorgio Girardi, Edito Marsilio, 2004.
Sylvia Lavin, Form follows libido, Architecture and Richard Neutra in a Psychoanaythic Culture, The MIT Press, 2005.
James Hillman, City and Soul, Uniform Edition, Vol. 2, Spring Publications, 2006.
Walter Benjamin, Angelus Novus, Giulio Einaudi Editori, 2014.

Bio

Giulia Tubelli vive a lavora tra Milano, Genova e Il Cairo. Frequenta prima l’università di Architettura di Genova e poi l’università Tecnica d’Architettura di Berlino. Lì per la prima volta si sente fuori posto nel mondo dei tecnici e della composizione architettonica. Non demorde e prosegue la sua carriera come architetto presso studi come Libeskind, Arup, 5+1AA, per imparare a costruire. Partecipa al progetto di masterplan per la costruzione di una piccola città in Egitto. Parallelamente porta avanti le sue ricerche artistiche – sempre e comunque – come un atto di clandestinità. Mira a unire tutti gli aspetti della sua ricerca in un lavoro che sia interstiziale, tra la composizione architettonica e artistica, con la volontà di percepire lo spazio come una possibilità potenziale, in continuo dialogo con il fruitore che lo attraversa.

A cura di Manuela Piccolo


www.giuliatubelli.com

Instagram: giulia_tubelli


Caption

Giulia Tubelli, Fantastica Sculpture, 2019 – Foglio di metallo piegato e smaltato, dimensioni variabili – Courtesy l’artista.

Giulia Tubelli, Marie Von Blanche, 2011. Struttura in alluminio, rivestimento in pannelli sandwich legno, isolante – Courtesy l’artista.

Giulia Tubelli, Marie Von Blanche, 2011. Struttura in alluminio, rivestimento in pannelli sandwich legno, isolante – Courtesy l’artista.

Giulia Tubelli, The Story of Mr K & Mr B. The dress, 2009 – Ceramica smaltata, h 60 cm – Courtesy l’artista.