Incorporea – Basement

Il progetto annuale inaugurato il 18 settembre da Basement Roma intende riflettere, ogni mese con nuovi artisti, sui vari aspetti del corpo tramite dispositivi che ne evidenziano significati inediti, al di là di categorie preconcette e della mera fisicità: da qui il titolo Incorporea. Gli elementi in mostra, che alludono al corpo nella sua concretezza, sono infatti solo il pretesto per una più ampia indagine su questioni di identità, genere e libertà. In un mondo post-capitalistico che richiede un fisico perfetto, efficiente e adeguato a uno standard, Incorporea valorizza invece una corporeità fragile e vulnerabile in cui la deroga a una normalità imposta è il reale successo. Kate Cooper, Hannah Levy, Ebecho Muslimova e Berenice Olmedo sono i protagonisti del primo nucleo di questo progetto di più mesi.

Nella prima sala è installato il video di Kate Cooper in cui una donna generata al computer (CGI) indossa un ‘abito’ gonfiabile che si espande e si ritrae. Dotata di una possente muscolatura, la figura tuttavia mostra il volto ricoperto di ferite e abrasioni, cammina oscillando e ansima, come se la barriera in vetro che le si frappone davanti (e che lei cerca di abbattere) le togliesse il respiro. Sebbene la grafica digitale evochi l’idea di un fisico idealizzato e produttivo, da spot televisivo o da videogioco, la Cooper vuole proprio mettere in discussione questa rappresentazione della corporeità in epoca consumistica: in contrasto con la sua presunta efficienza, la figura femminile appare stanca e malata perché, così come la tuta traslucida che la cinge, la tecnologia tende a isolarci, accentuando la distanza tra gli ideali digitali e la reale fisicità vulnerabile. Quando a fine video la donna riesce a liberarsi del body emerge tuttavia una flebile speranza di trascendere questa barriera.

Anche Berenice Olmedo riflette sugli standard che la società impone al nostro corpo e sull’esclusione di coloro che non vi si adeguano. Nella seconda sala l’artista ha installato due respiratori dai lunghi tubi e tre protesi composte di aste in acciaio, bretelle ortopediche e inserti di plastica con motivi colorati. Attraverso strumenti che notoriamente assistono un individuo malato, Olmedo critica la tendenza per cui chi non rientra nella ‘norma’, per disabilità o difetti fisici, non viene accettato. Rendendo protagoniste delle protesi precarie e instabili, l’artista testimonia che la disfunzionalità e la fragilità, anche a livello sociale, sono proprio quei valori tramite cui svincolarsi dall’omologazione a modelli predefiniti.



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Chi si mostra nella sua imperfezione con ancor meno timore è Fatebe, il personaggio che Ebecho Muslimova riproduce da anni (come suo alter ego), con il quale ricopre interamente le pareti della terza sala: la carta da parati rossa è popolata da piccole e innumerevoli immagini di questa figura, immortalata con un tratto fumettistico in alcune delle sue pose spudorate. Come di consueto questo personaggio sessualmente liberato si presenta all’osservatore senza filtri, in situazioni ridicole e in tutta la sua appesantita fisicità ma priva dell’insicurezza che solitamente c’è in una tale esposizione di sé. Invece di vergognarsi per non rientrare negli standard imposti, Fatebe con fare quasi arrogante si denuda orgogliosamente: le convenzioni e i giudizi che gli altri artisti cercano di abbattere le forniscono solo ulteriore forza in se stessa.

Hannah Levy, invece, esalta forme corporee imperfette ponendole in relazione con oggetti distorti fino a configurazioni distanti dall’originale. Nel video che presenta in mostra, due arti manipolano un paio di auricolari in materiale gommoso, comprimendoli ed espandendoli così da accentuare l’affinità tra questi e delle orecchie, la fusione tra vivente e inanimato. Anche la Levy riconsidera la bellezza di forme fisiche imperfette ma lo esprime in modo diverso dagli altri artisti: abolendo le distinzioni tra la sfera commerciale e quella corporea rende quest’ultima seducente al pari degli oggetti che più ci attraggono.

All’interno della mostra la volontà di considerare il corpo attraverso valori nuovi parte proprio da quegli elementi che invece inducono a catalogare l’esteriorità di ciascuno per convenzioni. Per Kate Cooper le immagini digitali possono condurre a nuove prospettive di umanità anche utilizzando l’odierna tecnologia, emblema di efficienza; analogamente nell’opera di Berenice Olmedo la produttività dei macchinari che ‘riparano’ i nostri malanni può essere essa stessa simbolo di debolezza. Per Hannah Levy è proprio tramite le logiche del consumo e l’esaltazione della merce che si può per contrasto rivalutare la normalità dei nostri corpi. C’è poi Ebecho Muslimova che ancor più sfacciatamente sfoggia proprio quelle forme che la società rifiuta, ma che, se proposte con l’orgoglio di Fatebe, sarebbero probabilmente accettate.

Mario Gatti


Kate Cooper, Hannah Levy, Ebecho Muslimova, Berenice Olmedo

Incorporea

18 settembre 2020 – 1 settembre 2021

Basement Roma – Via Nicola Ricciotti, 4 – Roma

www.basementroma.com

Instagram: basementroma


Caption

Kate Cooper, Infection Drivers, 2018 – Installation view at Basement Roma – Courtesy the artist and Basement Roma, ph. Roberto Apa

Berenice Olmedo, Incorporea, 2020 – Installation view at Basement Roma – Courtesy the artist and Basement Roma, ph. Roberto Apa

Ebecho Muslimova, Fatebe Wallpaper, 2020 – Installation view at Basement Roma – Courtesy the artist, Galerie Maria Bernheim Zurich and Basement Roma, ph. Roberto Apa

Hannah Levy, Untitled, 2014-15 – Installation view at Basement Roma – Courtesy the artist, Casey Kaplan New York and Basement Roma, ph. Roberto Apa