Incontro con Reverie

Incontriamo Reverie nella sua casa studio, dove ci racconta la sua ultima performance alla Fondazione VOLUME! di Roma. Si tratta del progetto Sogno 1: Archetipo del sé, durata dal tramonto all’alba, inserita in una ricerca più ampia Percezioni#5 di Francesco Nucci, neurochirurgo e ricercatore presso la Sorbonne di Parigi e presidente della fondazione.


È il tuo primo progetto pubblico che ruota intorno alla dimensione del sogno. Come nasce la collaborazione?

È stato un incontro fortunato, mi sono avvicinata a loro inizialmente come visitatrice, partecipando a una loro attività, e ho avuto l’occasione di incontrare il presidente, il professor Nucci. Ero in una fase in cui stavo lavorando sul ciclo del sogno e provavo a elaborare una sorta di alfabeto personale, ero desiderosa di ripartire proprio da qui per far conoscere la mia poetica. Sono onnivora di tutto e la base di questa ricerca parte da Gaston Bachelard, ma ruota anche intorno alla filosofia e all’antropologia, attraversando la letteratura fino ad arrivare a Giordano Bruno, alle scienze sociali in generale. Entrando per la prima volta nel loro spazio ho capito che questo luogo poteva essere perfetto per il primo esperimento onirico basato su un incontro uno a uno con il pubblico, in cui lo scopo finale fosse la realizzazione, attraverso un sogno collettivo, di una nuova opera fisica. Mi hanno proposto di fare un lavoro per il loro ciclo di “Percezioni” che durano una settimana. Nel mio caso avrei potuto fare una pillola anche di un giorno e una notte e così prima sono partita dalla stesura del “Sogno” e dalla costruzione dell’oggetto che avrebbe dovuto ospitare questo incontro ovvero l’uovo-matrice.

Avevi già in mente l’idea dell’uovo?

Sì, era già nato in me, generalmente, indipendentemente dall’utilizzo immediato che ne potrei fare, produco lo stesso oggetti e opere. Questa volta ho lavorato in modo che la forma fosse a misura dello spazio destinato alla performance. Si tratta di un uovo di metallo ricoperto di carta giapponese color carne; l’interno è rivestito di tessuto di cui è fatto anche l’abito di due metri di lunghezza creato per Sogno 1. È una seduta comoda che avrebbe poggiato su una base a sua volta collocata all’interno di una camera longitudinalmente ovale e bianchissima, coperta di foglie, arrivate direttamente da Vinci. Un’idea che è stata possibile realizzare grazie a mani amiche ed esperte del luogo che sono riuscite a portare le foglie; le ho poi asciugate per toglierne le note più acute di odore. Non volevo contaminare l’immaginazione con elementi che deconcentrassero e portassero altrove i sensi. Anche io, da giorni prima, ho evitato di indossare profumo sempre per la stessa ragione.

Riguardo allo spazio della performance era una sorta di nido, quasi una rappresentazione stessa di quell’uovo pronto a accogliere.

Sì, infatti. La storia dello spazio della Fondazione è incredibilmente versatile e camaleontica.
Fin da piccola reagivo fisicamente agli spazi e in quel luogo mi sono sentita a casa, al sicuro, associandolo a un nido, un guscio. Dava un’idea di perla rinascimentale e il mio occhio di bambina si è ritrovata a casa. Era collocato proprio al termine di un corridoio curvilineo per cui potevo sentire i passi di chi arrivava senza vederlo ancora. Cerco di non essere mai invasiva, almeno fino al momento non lo sono stata, e di rispettare sempre il luogo in cui mi trovo.

Entriamo più nel dettaglio: il sogno guidato.

Il racconto da cui è partito il progetto è il primo “Sogno” che ripetevo identico a tutti, ma con delle variabili contingenti. Sono molto critica sui miei lavori, perché ogni performance è un’incognita. All’inizio ho sempre un po’ di paura e non faccio nessuna prova, perché devo vivere il momento con il pubblico. Solo così sono realmente pronta a qualsiasi reazione e non avendo un canovaccio è come nella vita vera, quando ti attraversa qualcuno tu reagisci. Anche qui ero preoccupata perché avrei lavorato su qualcosa che era l’immaginazione degli altri e sai, uno si sedeva e probabilmente aveva un’aspettativa, ma tutto quello che doveva succedere sarebbe stato nella sua testa. Con questo lavoro cerco di far capire di che cosa sono fatti e le potenzialità dei sogni, tengo a questo nuovo ciclo e a raccontarlo, per questo ti ringrazio.



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Quale era il sogno ?

Un sogno che cercava di far riscoprire l’importanza del sé, il fatto che al centro della terra ci siamo noi, unità singole e solitarie. Non è una visione egoistica ma che, a mio avviso, può dare forza alle persone. Il fatto stesso di ritrovarsi dopo esserti perso, sprofondare e riscoprire l’alba di un nuovo ciclo è un viaggio dentro se stessi che ti porta a ripartire. Sogno 1 è un racconto “naturale” che lascia spazio affinché le immagini di ciascuno prendano forma.

Il pubblico rispondeva? O il loro era un sogno interiorizzato?

Era un sogno che progressivamente veniva interiorizzato dal pubblico e la risposta era nelle reazioni inconsapevoli che i loro volti raccontavano e che io guardavo svolgersi davanti a me. Dalle espressioni capivo il livello del coinvolgimento della persona e dai loro sorrisi quanto si lasciassero andare alle visualizzazioni. Questo feedback che mi arrivava fulmineo mi caricava in gioia ed energia. Non ho sentito il peso delle quattordici ore di performance sia per questo motivo sia per il sostegno della squadra di Fondazione VOLUME! e della mia assistente Erica. Alla fine dell’azione lasciavo una doppia possibilità (di scrittura o audio) per compilare un format. Questo ultimo passaggio è stato fondamentale per l’elaborazione dell’opera finale che rappresenterà il sogno dei presenti.

L’azione performativa dispone di tempi propri. Anche in questo caso la relazione con lo spettatore è stata uno a uno.

Ogni performance ha a che fare con il Tempo (permettimi la maiuscola) che cambia perché l’azione è effimera e momentanea. Generalmente nei miei lavori c’è una clessidra a scandirlo, ma in questo caso ho preferito seguire come unico riferimento il ritmo del sogno. Era possibile partecipare attraverso prenotazione e abbiamo calcolato un tempo per persona e un numero massimo, circa ventotto, che poi sono diventate oltre trentacinque. In questi casi ti butti, lo devi fare perché hai solo quell’occasione e io mi preparo a viverla, concentrandomi su quel momento. Prima di entrare, al pubblico è stata consegnata una mia lettera-dedica come faccio per ogni performance, che ha lo scopo di introdurre all’esperienza. La persona entrava, si sedeva e ci guardavamo negli occhi. Di solito documento tutto con le telecamere di sorveglianza, diversi fotografi e altri punti di ripresa e permetto al pubblico stesso di registrare con qualsiasi mezzo ogni istante. In questo caso, invece, desideravo proteggere l’intimità del momento, per cui non ci sono tracce se non nella memoria. Ho sempre pensato ogni lavoro come una promessa al pubblico. Considero la metodologia degli incontri uno a uno un efficacissimo strumento di indagine. Se nel confessionale, con la performance di C.U.M., lo scambio era incentrato sull’ascolto e il dialogo, in questo caso è avvenuto immerso nel silenzio. Ringrazio chi ha partecipato per essersi lasciato guidare e avermi permesso di conoscere il loro intimo, intangibile e unico mondo dei sogni.

Dalle tue performance restano sempre degli oggetti e alcuni li trasformi in opere autonome.

È vero, anche in questo caso sto lavorando all’opera finale che rappresenterà il sogno degli altri, di quella notte. Sarà il risultato delle risposte di quello che le persone hanno immaginato. Ho un’idea che è scaturita dalle loro parole, ma la sto metabolizzando. Questo è stato un primo lavoro sul sogno; ne seguiranno altri nel 2020.

A cura di Elena Solito

REVERIE

Percezioni #5 – Sogno 1: Archetipo del sé

Dal tramonto del 23 all’alba del 24 novembre 2019

www.reverieinarte.com

Instagram: reverie_erv


Caption

Sogno 1: L’archetipo del sé – Installation view, Fondazione VOLUME – Courtesy Reverie, ph Roberto Fellicò



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