In conversazione con la curatrice Eleonora Reffo

Eleonora Reffo nasce in Provincia di Padova nel 1997. Ancora in formazione, ha le idee ben chiare sul ruolo del curatore e sull’importanza di ripartire dalle relazioni.


Scrive l’artista Céline Condorelli: “Spesso, entrando in una mostra, si ha l’impressione di uscire dal tempo e dallo spazio: i musei e le gallerie sono spazi rarefatti, […] e siamo abituati a questa neutralità apparente. […] Io sto cercando di fare l’esatto opposto e di reintegrare questi luoghi nella vita.” Chi è Eleonora Reffo e perché è legata a questo statement?

Abbiamo tutti presente il momento in cui si scopre di avere un sassolino nella scarpa.
Un sassolino piccolo piccolo che si è infilato nella scarpa, non si sa come né da quanto sia lì, ma appena decide di far sentire la propria presenza, seppur piccolo piccolo, riesce a cambiare il nostro modo di camminare: la nostra andatura retta e solitaria viene corrotta, in modo più o meno insistente, da una presenza piccolissima e temporanea.
Continuiamo a camminare, mettendo il piede nei modi più “creativi”, e scegliamo di non togliere il sassolino dalla scarpa; come se, intimamente, ci convincessimo che non è esso a darci noia, ma a condannarci a una noia maggiore sarebbe il pensiero di continuare a camminare come abbiamo sempre fatto prima di incontrare quel sassolino.
Ecco, questo penso sia ciò che vorrebbe essere Eleonora Reffo: fautrice o fattore concorrente dell’interruzione di una tendenza lineare e prestabilita.
Perciò, in questo momento, sposo lo statement sopracitato che, dal mio punto di vista, invita l’arte a non lasciarsi addomesticare, a non essere sterile, egoista, autoreferenziale; la esorta a sprigionare il proprio potenziale antitetico, a conservare la propria efficacia politica e a fornire una lettura critica e soggettiva dell’attualità, dimostrando la propria funzione sociale che consiste nell’innescare processi di pensiero che possono condurre alla reale valutazione di un possibile cambiamento.

Il tuo percorso di studio si divide tra una formazione artistica incentrata sulla pittura e il corso di NABA Milano dedicato alle arti visive agli studi curatoriali- che stai tutt’ora frequentando. In che modo queste esperienze convivono nella tua pratica artistica e curatoriale?

Credo che ogni percorso formativo offra a ognuno la possibilità di costruire un certo modo di ragionare, soprattutto una certa sensibilità. Sebbene negli ultimi anni abbiamo assistito alla proliferazione di corsi curatoriali e alla professionalizzazione del campo, molti curatori noti provengono dai più disparati ambiti di formazione e ciò consente loro di portare visioni e approcci diversi a una materia tanto aperta e fluida quanto la curatela.
Nel mio caso, se tornassi indietro sceglierei lo stesso percorso di studi: la sensibilità acquisita grazie a un triennio di Pittura e Arti Visive è determinante nell’orientamento delle mie scelte critiche in qualità di curatrice e della mia attenzione.
È come se avessi una cassetta degli attrezzi: durante il triennio ho accumulato strumenti, imparato cosa sono e sperimentato il loro utilizzo, ora, da curatrice e frequentando un biennio specialistico, li vedo sotto un altro punto di vista, ho più confidenza nel maneggiarli, posso scegliere quali prendere al momento opportuno, quali depositare e quali cambiare.

Nel 2019 hai pubblicato su ArtsLife un testo dal titolo Il curatore? È come il capo nelle tribù indiane. Due saggi per indagare un potere ‘non autoritario’ in cui analizzi le affinità presenti tra la figura del capo in alcune tribù dell’Amazzonia e dell’America del Sud e quella del curatore. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una parabola di questa figura tra ibridazioni, negazionismi e negoziazioni: in che modo è possibile ripensarla?

Partirei dal fatto che ho imparato a considerare la curatela non una conoscenza stabilita a priori, non una regola, ma un insieme di prassi che prendono in considerazione una site-specificità della progettazione, una narrativizzazione contestualizzata, un dialogo con i soggetti coinvolti. Una figura, quella del curatore, sempre più nomadica e indipendente, che personalmente immagino possa essere ripensata partendo dalle relazioni.
Con il pubblico, o meglio con il destinatario, in un’ottica di superamento della concezione di interlocutore inteso come soggetto universale disincarnato e fuori dalla storia, pianificando dinamiche che vivono del movimento stesso, tanto fisico quanto mentale, del visitatore. Conducendo non a una conclusione calcificata e inviolabile, ma a un’apertura, a un’esperienza; non una risposta, ma una molteplicità di dubbi.
Con gli artisti, incarnando un ruolo dedito alla mediazione, all’oratoria e al coordinamento; operante solo nel consensus omnium, a dimostrazione della fragilità del suo ruolo e della natura non autoritaria delle sue funzioni, come appunto il leader senza potere all’interno delle società Amerinde. Difatti, la libertà del curatore dovrebbe essere accordata con le persone da cui dipende, cioè gli artisti. Tutto ciò nell’ottica del corpo artisti più curatore come una micro comunità temporanea, per cui il potere, che si definisce in termini relazionali, è il punto nodale nella gestione dello spazio politico.
Con le opere, che concorrono all’articolazione di posizioni intellettuali e formali, frutto di una ricerca teorica, un’analisi comparativa, uno studio dello spazio e un’attenzione continua. Assumendosi il rischio, attraverso il proprio intuito, di proporre una lettura senza ambire a dare un significato definitivo al lavoro dell’artista, per il quale è eticamente responsabile.
Con le istituzioni, riconoscendo l’importanza della mediazione tra burocrazia istituzionale, forze di mercato, rappresentazione artistica e gusto pubblico.
Concludendo, il curatore può essere ripensato creativamente come un ricercatore spinto da curiosità insaziabile, un ecologo che si occupa delle relazioni all’interno di un ambiente, un mediatore che sta nel mezzo, un capo senza potere, un critico, un buon oratore, una spugna, un giardiniere, un innamorato.



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Le tue ultime imprese curatoriali To See, to Know, to Play e Looking for the not yet si sono svolte sotto due premesse comuni: in occasione di eventi dedicati a differenti forme d’arte – il teatro e la musica classica – e in luoghi lontani dai grandi centri. Cosa ha guidato le tue scelte?

Il termine “imprese” devo dire che rende l’idea. Ogni volta che lavoro a un intervento curatoriale rinuncio a qualcosa nel mentre, per conquistare qualcos’altro alla fine: una parola, una visione o delle aspettative.
Territori affamati d’arte contemporanea, ai mie occhi si presentano come una palestra creativa e una grandissima opportunità di espressione; qualsiasi cosa faccia qua non credo sia una goccia che si disperde in un mare ma un gesto che scatena una reazione, e a me va benissimo qualsiasi reazione, il corpo è vivo deve solo abituarsi alla ricezione di certi stimoli.
Non è un interlocutore facile quello a cui mi sto rivolgendo, ma il suo essere esigente mi sprona moltissimo; una sfida che porto avanti da qualche anno e sento che ogni tentativo mi aiuta in primis a crescere sia come persona sia come curatrice.
Ho incrociato sguardi (in riferimento ai casi sopracitati, di Circle Symphony Orchestra, Missione Musica, Teatro Bresci) che scorgevano del potenziale in una collaborazione tra arti, ho instaurato dialoghi con realtà che desideravano abbracciare un pubblico più ampio per sfatare l’aura elitaria che ingiustamente vi è stata apposta. Collaborazioni, dunque, spinte dal desiderio di cambiamento a sostegno della crescita culturale delle zone lontane dai grandi centri; grazie alle quali ho potuto dare corpo al mio personale interesse per i formati espositivi sperimentali.
Interrogarsi continuamente sulla sintassi dello spazio, sulla relazione tra contesto-opera-ospite, porta allo studio di forme adatte a sostenere la percezione e l’attivazione del visitatore, costituendo un invito a contribuire alla creazione di un significato artistico inatteso.

Quali sono i tuoi progetti futuri, ci puoi anticipare qualcosa?

Per scaramanzia o buon senso (lascio libero il giudizio) tendo a non sbilanciarmi con le dichiarazioni finché non ho in mano dei piani concreti. Perciò al momento posso dire che l’avventura con Dimore – il progetto sperimentale di residenza d’artista online attivato dall’area Creatività dell’Ufficio Progetto Giovani del Comune di Padova, con la curatela di Stefania Schiavon, Caterina Benvegnù, Elena Squizzato e con la collaborazione di Elisa Pregnolato – non è terminata (stay tuned); un’altra cosa certa è che a breve comincerò a lavorare alla tesi biennale, desidero sia un impegno che mi rispecchi pienamente e un percorso che mi arricchisca molto.
Per il resto, l’acqua in pentola bolle, stiamo preparando gli ingredienti, sono sempre entusiasta di tessere relazioni fruttuose con persone appassionate.

A cura di Martina Aiazzi Mancini


Instagram: eleonora_reffo


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Eleonora Reffo, ritratto fotografico – A sinistra Scaffolding#1 (2020) display di Eugenio Kim esposto a To See, to Know, to Play, a destra display di Eleonora Reffo per Looking for the not yet – Courtesy Eleonora Reffo, ph Daniele Micheletto

Looking for the not yet (2020) a cura di Eleonora Reffo con Olivier Russo, Giovanna Schivo (in arte Hetra), Nicolò Masiero Sgrinzatto, Giulia Terminio in occasione del “Cittadella International Music Festival & Masterclass” – Display view (dettaglio) – Courtesy Eleonora Reffo, ph Daniele Micheletto

La casa sul confine (2019) a cura di Eleonora Reffo c/o NOVA Festival – Azione svolta nello spazio espositivo – Courtesy Eleonora Reffo

Ensemble (2019) a cura di Eleonora Reffo con Giulia Terminio e d.g. in occasione del “Cittadella International Music Festival & Masterclass” – Courtesy Eleonora Reffo, ph Daniele Micheletto

To See, to Know, to Play (2020) a cura di Eleonora Reffo con Eugenio Kim, Giacomo Segantin, Giulia Terminio in occasione di “VILLAin SHAKESPEARE” – Materiale di ricerca consultabile in mostra (dettaglio) – Courtesy Eleonora Reffo