Il polo culturale Lastation chiude. I progetti sviluppati da Ramdom e il lavoro dell’ultima residenza artistica di Gianni D’Urso

Leggere il “reale” richiede la necessità di decodificare tutti gli aspetti che lo compongono, ponendosi domande e indagando nuove prospettive. Se questa azione, unita a un agire plurale, determina un nuovo immaginario condiviso, allora si sta riscrivendo il paesaggio. A queste attitudini antropologiche, ambientali, geo-culturali il centro culturale Lastation ha unito la sua funzione architettonica preliminare di ultima stazione delle ferrovie sud est del Salento, divenendo un polo culturale emancipato integrato al territorio e, al contempo, emancipato dalla sua estrema zona di confine. Attivo dal 2015, grazie all’iniziativa dell’artista Luca Coclite e del Direttore Paolo Mele fondatori di Ramdom ha potuto contare, negli anni, sul lavoro di altre professionalità come i Annapaola Presta (Project Manager), Claudio Zecchi (Curatore), Simona Casarano (Educazione), a oggi nucleo stabile di Ramdom, e altre personalità come Heba Amin (artista) e Francesca Girelli (curatrice) che hanno collaborato e curato progetti come Default, programma internazionale sviluppato in cinque edizioni, partito dall’indagine sulle politiche di rigenerazione di spazi urbani e periferici e giunto poi a riflettere sul tema delle “Terre estreme”. L’associazione così operante sul territorio nella promozione di progetti d’arte contemporanea arriva oggi a dover abbandonare lo spazio de Lastation a causa dello sfratto del Demanio della Regione Puglia, su richiesta delle locali FSE (ferrovie del sud est). Lastation, base e quartier generale delle attività di Ramdom, deve abbandonare lo stabile a Gagliano del Capo di Leuca (Le) per lasciarlo alla conversione in spogliatoio per le ferrovie. Al netto della giusta querelle sollevatasi circa la paradossale utilità di tale occorrenza, e tradottasi in una sentita e partecipata petizione, è interessante considerare ciò che questo avamposto ha realizzato in termini di valorizzazione del derma culturale in relazione con altre realtà nazionali e internazionali, e cosa ci sta “lasciando”.

È con la mostra Terre Estreme che nel 2015 inaugura le sue attività, dichiarando gli intenti di indagare, attraverso competenze diverse, le dinamiche della “marginalità”, tema ormai diventato urgente e centrale per tutta la frontiera culturale. Come raccontare i margini, come abitare i lembi del confine, con quali pratiche? Il finis terrae leggendario del sud, dove i binari si tuffano nel Mediterraneo l’ambito dai due mari, ha risposto dunque alla sua vocazione di circuito di arte e cultura internazionale, e nel 2016 ha sviluppato anche il programma di Residenze sino alla fine del mare per curatori e artisti under 35.

Rovesciando i parametri secondo cui ciò che è ai margini è per sua natura desolato, Ramdom ha lavorato, in questi anni, a pratiche che hanno esercitato lo sguardo partendo dal territorio e andando a costruire un network di rilevanza culturale. In un luogo altrimenti dismesso, all’interno di un paesaggio imbevuto di contraddizioni, tra lentezza atavica rurale e una certa dissennata fame di progresso sintetizzata in sparse forme di abusivismo e incompiuto edilizio, Ramdom ha abitato i luoghi creando e sviluppando paesaggio e cognizione su di esso. Attraverso Lastation, Ramdom ha oltrepassato la sua funzione di transito e di arrivo finale, trasformandola in crocevia di artisti, progettisti, e curatori e osservatorio permanente del territorio. Mostre, residenze, laboratori, incontri, attività culturali di vario genere si sono susseguiti negli spazi al secondo piano dello stabile, grazie a progetti sviluppati vincendo bandi indetti dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea, come The Other Shapes of Me dell’artista Emilio Vavarella, vincitore della sesta edizione dell’Italian Council; Mnemoscopio, sempre di Emilio Vavarella, vincitore del bando SIAE e quello in corso Tools for Imagination dell’artista Céline Condorelli, vincitore dell’ottava edizione dell’Italian Council. Anni di attività che hanno costituito una collezione di opere di artisti come Carlos Casas, Emilio Vavarella, Andreco, Luca Coclite, Giuseppe De Mattia, Jacopo Rinaldi, Elena Bellantoni.

L’immaginario a sud est non è rimasto solo un concetto suggestivo di sospensione sfuggente al criterio di tempo ma è uscito dalla malia dei libri etnografici di De Martino promuovendo competenze, visioni e progettualità, costituendo uno scenario condiviso e modificabile. Nonostante gli sforzi di trattative avanzate da Lastation/Ramdom sin dal 2017, in cui si chiedeva la concessione dell’immobile di tre piani sito proprio di fianco alla stazione, abbandonato e dismesso, non si è arrivati a una soluzione condivisa.



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Come un figlio troppo oberato dalla responsabilità di un’eredità immensa, quasi come un debito trasmesso di generazione in generazione, si ritorna “a casa”, paradossalmente perdendo la propria casa e il proprio luogo. A questa dimensione di spaesamento e perdita “del luogo” si è ispirato il lavoro di Gianni D’Urso, Home sweet Home, realizzatodurante l’ultima residenza a Lastation.

Riflettendo sul fenomeno migratorio, l’artista ne inverte l’epistemologia e, utilizzando materiale di uso comune e locuzioni espressive intimamente collegate al concetto di legame e di dipendenza, realizza un’azione e un corpus di opere che mettono al centro il paradosso del figlio che torna alla casa natale.

Il nido materno richiama il figlio che ha fallito la sua partita di emancipazione, il riscatto dalla terra non è avvenuto, o rimane incompiuto. Così il mangime per uccelli è il dispositivo con cui l’artista “scrive”: ”Mà sto tornando”, evidenziando il fallito conato emancipatorio del giovane che prova a procacciarsi da vivere autonomamente. La migrazione giovanile si rivela viva e vegeta nelle pieghe della contemporaneità, preludendo ineluttabili fallimenti o sabotaggi. Si torna alla terra madre, e anche un po’ matrigna, manipolata da tradizioni malsane di resistenza votata a pratiche di sfruttamento ed estrattivismo, connotati di quell’invasività antropica che svuota e saccheggia. “Zona velenata” oggettiva l’inospitalità di ciò che, per natura, sarebbe preposto a essere un grembo accogliente e generoso, insidiando l’osservatore per mezzo di una costante esposizione delle sue certezze alla vulnerabilità.

Il linguaggio utilizzato da D’Urso, connotato dal corto circuito semantico di simbologie e situazionismi dell’immaginario collettivo, si rivela ancora una volta atto a utilizzare sistemi simbolici ricorrenti e comuni, come indicatori utili alla lettura di un fenomeno, di un accadimento, di un contesto.

Così la sua ricerca ha prodotto, nella stessa residenza, la gif animata 11.00 dove il tempo, bloccato all’orario indicato (allusione all’ora in cui, il 18 novembre, Lastation ha abbandonato gli spazi fisici della stazione) diventa un’icona lampeggiante su un display, che potrebbe essere quella di un orologio di una stazione, in una coazione a ripetere. Ancora il tempo, questa volta in relazione a una dimensione collettiva e partecipata come quella di una partita di calcio in uno stadio, diventa l’explicit del paradosso tra sospensione e continuità. Nel video The match is stopped, sul tabellone, all’undicesimo minuto, si legge il messaggio di partita interrotta a cui segue, però, “il gioco continua”. La fine dei giochi non è prevista, si spera in un altrove dove continuare la propria funzione progettuale e di visione condivisa, perché come la definiva meglio Baudrillard:” la funzionalità è la facoltà di integrarsi in un insieme”.

Lara Gigante


www.lastation.it

www.ramdom.net

Instagram: ramdom.association


Caption

Gianni D’Urso, Home Sweet Home, 2020 – Courtesy Ramdom e l’artista

Carlos Casas, Luminaria – Installazione d’arte pubblica, legno, led, arduino, relay, Stazione di Gagliano del Capo, 2016 – Courtesy Ramdom e l’artista

s548049170_1_69869_TT (The Other Shapes of Me) Idee, Ipotesi Assunti, Oggetti – Mostra a cura di Ramdom da un progetto di Emilio Vavarella vincitore della VI edizion­­e di Italian Council (2019), programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali per il Turismo – Courtesy Ramdom

Jacopo Rinaldi, Intervallo,2017 / Nuvola Ravera, Fine, 2017 – Nella mostra Le Stanze di Ramdom, Lastation, 2020 – Courtesy Ramdom

Mnemoscopio di Emilio Vavarella – Opera pubblica, 2020 – Courtesy Ramdom e l’artista