Il latte dei sogni, una riflessione intorno alle tematiche della 59ª edizione della Biennale Arte, curata da Cecilia Alemani

Sovvertimenti frutto di rituali di passaggio, stregonerie e incantesimi. Metamorfosi reali o generate da incubi o psicosi. Tra fiabe, miti e sogni l’analisi della poetica linguistica e visiva di Leonora Carrington (Lancaster, 1917-Città del Messico, 2011), non può prescindere da tali considerazioni. Il suo è un mondo popolato da personaggi bizzarri, figure ibride e fantastiche, talvolta spaventose e di immagini ricorrenti (come il cavallo bianco, l’uovo e gli uccelli alchemici) che costituiscono un vocabolario espressivo surreale.
Donna anticonvenzionale per la sua epoca. Pur appartenendo a un’agiata famiglia, sceglie giovanissima di trasferirsi prima nella capitale francese e poi a Saint-Martin-d’Ardèche, per vivere con un uomo più grande: Max Ernst, fondatore del Gruppo Dada di Colonia, e esponente del Surrealismo. Scrittrice e pittrice, crea uno scenario straniante e magico, al limite tra l’incubo e il sogno, conseguenza anche dei tormenti per la perdita del compagno, arrestato durante il secondo conflitto mondiale per via della sua arte “degenerata”. Il soggiorno in una clinica psichiatrica di Santader, l’incontro con il diplomatico messicano Renato Leduc (amico di Pablo Picasso) che sposerà e con il quale si trasferirà a New York; la separazione nel 1943 e un nuovo matrimonio con il fotografo ungherese Emerico Imre Weisz da cui avrà due figli (evento che influirà sulla sua pittura), insieme al periodo messicano, sono tappe fondanti nella vita dell’artista.

Se l’inquietudine di Leonora Carrington trova rappresentazione formale nella scrittura e nelle opere pittoriche, è il pragmatismo di Cecilia Alemani a modellare la 59ª edizione della Biennale Arte, che avrà luogo dal 23 aprile al 27 novembre 2022. Prima curatrice italiana alla guida della manifestazione, ha individuato proprio nel mondo immaginario dell’artista il filo conduttore della prossima esposizione internazionale di arte a Venezia. Riflette intorno alla figura femminile e alle sue molteplici trasformazioni che richiamano un mondo mitico, magico e archetipo. Alemani, con Il latte dei sognititolo scelto riprendendo il libro di favole della Carrington – affida agli artisti (per la maggioranza donne) e ai curatori, il compito di costruire il percorso espositivo che si snoderà tra il Padiglione Centrale, i Giardini e l’Arsenale, e che fino alle Corderie includerà anche cinque micro-mostre tematiche e storiche allestite da Formafantasma.

I due anni di conversazione con gli artisti hanno permesso di identificare sentimenti comuni, riflessioni e tematiche intorno a questioni contemporanee cogenti (che risentono delle difficoltà generate dalla crisi sanitaria globale), ponendo una serie di interrogativi sul ruolo dell’uomo nel ventunesimo secolo: Come sta cambiando la definizione di umano? Quali sono le differenze che separano il vegetale, l’animale l’umano e il non-umano? Quali sono le nostre responsabilità nei confronti dei nostri simili, delle altre forme di vita e del pianeta che abitiamo? E come sarebbe la vita senza di noi?

Sentimenti e visioni maturati in un panorama complesso non esente da contraddizioni e conseguenze di un progresso irresponsabile; con minacce nei confronti della propria specie e delle altre con cui convive; evidenziando i legami che si intrecciano tra i corpi e la Terra; considerando il ruolo della tecnologia e la relazione tra individui, e la rappresentazione dei corpi e le loro metamorfosi: tutti aspetti centrali messi in evidenza nelle opere presentate in mostra.

In questa cornice l’uomo è costretto a rivalutare paradigmi e priorità, sperimentando nuove modalità di relazione con i suoi simili e con lo spazio che abita (alcune indotte dalla pandemia, altre come effetto di scelte e strategie aggressive). Uno spazio che condivide, che è l’esatto opposto di dividere, che rafforza quel principio di comunione con gli altri abitanti non umani depredati dai loro habitat naturali. Un principio che trova la sua teorizzazione in un dibattito che possiamo far coincidere con gli ultimi vent’anni del secolo scorso, quando per la prima volta fu utilizzato il termine Antropocene (l’era dell’uomo) dal biologo Eugene Stroemer e dal Nobel per la chimica Paul Crutzen. Un’era geologica in cui l’operato dell’uomo e le conseguenze delle sue azioni producono effetti devastanti sull’ecosistema. Temi che gli artisti affrontano in maniera differente: il paesaggio dell’Emirato di Sharja emerge nell’installazione di Mohamed Ahmed Ibrahim Between Sunrise and Sunset; nel mondo transumano di Uffe Isolotto con la mostra We Walked the Earth, oppure nell’assillo per una tragedia nucleare che prende forma nei disegni di Tatsuo Ikeda. Il rapporto sbilanciato con la natura è oggetto di indagine nel ruolo che le torberie hanno sull’ambiente in Turba Tol Hol-Hol Tol di Ariel Bustamante, Carla Macchiavello, Dominga Stomayor, Alfredo Thiermann; o ancora nei lavori di Prabhakar Pachpute o di Ali Cherri. Al contrario, nell’opera di Zheng Bo i protagonisti trovano un’intesa con la natura, anche sessuale.

Antropocentrismo o specismo sono visioni figlie di un pensiero obsoleto e arcaico, e di un pregiudizio di matrice storico-filosofica. L’attività predatrice umana di spazi e risorse ha messo in luce tutte le debolezze e le instabilità di un corpo-mondo, che deve fare i conti con questioni climatiche, di distribuzione della ricchezza che risulta disomogenea (paesi poverissimi contro paesi ricchissimi), con la ricerca di modalità di sviluppo di economie circolari, o della ricerca di una capacità di autosufficienza in settori strategici (come l’energia e il gas), evidenziando anche come il processo di globalizzazione e di interdipendenza mostrino le loro fragilità. Un panorama insito di problemi non facilmente risolvibili nell’immediato, tra questioni geopolitiche e conflitti che minano la stabilità dei paesi e dei confini. Eventi che contribuiscono alla crescita di quel processo migratorio costante con nuove rotte e traiettorie; ridimensionando relazioni già precarie o squilibrate, e costringendo a una revisione dei processi democratici.

Le differenze culturali sono una ricchezza utile per edificare società più consapevoli, inclusive e responsabili, lontano da sguardi intrisi di provincialismi e pregiudizi. Diverse opere attingono a tradizioni come per Belkis Ayón, riflettono intorno a condizioni pregresse come per Igshaan Adams, oppure prelevano immagini e iconografie dal mondo mitico, da quello onirico e da quello religioso, come per Ficre Ghebreyesus, Portia Zvavahera, Frantz Zéphirin, Thaao Nguyen Phan o di Delcy Morelos. Se le vicende degli ultimi anni hanno mostrato e mostrano tuttora i limiti e le debolezze della scelta di processi di globalizzazione, è invece nel rapporto con le specie non umane che l’umanità deve riconoscerne l’interdipendenza. Il motivo è duplice: da un lato per l’oggettiva affermazione di un postumanesimo, e di un ruolo della propria specie non più centrale; dall’altro per ripristinare un rapporto di equilibrio e di reciprocità, che consente la sua stessa sussistenza. Un sentimento percepibile nelle opere di Paula Rego e Cecilia Vicuña, e nelle cosmologie ancestrali di Jaider Esbell.

Dal macro-corpo-mondo il passaggio al micro-corpo-umano è indagato dagli artisti attraverso una trasformazione del corpo biologico. Oggetto e soggetto di mutazioni che ne ridefiniscono lo status e il suo rapporto con la tecnologia, non solo verso l’accezione di un trans-umanesimo ma anche nella sua quotidianità. Superando distinzioni di genere e classificazioni stereotipate come nelle opere di Ithell Colquhoun, negli incroci uomo-animale di Jane Gravelor, e nelle indagini sul corpo e le relazioni con altri corpi di Adina Pintilie. Occorre tener presente come ogni innovazione tecnologica rappresenti un’opportunità ma anche uno scollamento dalla realtà, e un’estensione dell’uomo stesso e delle sue capacità. Lo sono stati a suo tempo la macchina fotografica (come estensione dell’occhio), il telefono e la radio (come dilatazione spazio-temporale). Oggi cellulare e computer alimentano e amplificano l’esperienza con fenomeni di iperidentità [1] tra mondi (reale e virtuale). L’ibridazione tra l’uomo, la tecnica e la tecnologia, è un tema affrontato da tempo dagli artisti. Precursori nel Novecento sono Elsa von Freytag-Loringhoven, Marianne Brandt e Karla Grosh cui è riservata l’ultima capsula storica con organismi cibernetici o bionici: i più noti cyborg, in dialogo tra corpi e formazioni più contemporanee come quelli di Louise Nevelson o le macchine di Rebecca Horn. Tra ibridi (Tecla Tofano), immagini antropomorfe (Magdalena Odundo), sculture biomorfe (Marguerite Humeau), futuristici robot (Geumhyung Jeong), e macchinari passati e prossimi (Zhenya Machneva e Monira Al Qadiri), la distopia raggiunge nuovi possibili mondi privi della presenza umana (Robert Grosvenor) o giardini entropici con nuove forme di vita (Precious Okoyomon). Sperimentazioni che attraversano anche la sfera linguistica dell’uomo riprendendo la mostra di Poesia Visiva e Concreta Materializzazione del linguaggio (Biennale Arte 1978), con segni grafici (Mirella Bentivoglio, Tomaso Binga) e geometriche visioni (Carla Accardi e Vera Molnár).

La Biennale d’Arte rappresenta, a ogni edizione, una meravigliosa occasione. Non tanto per capire il mondo, quanto piuttosto per guardare con una prospettiva più ampia e non unidirezionale quello stesso mondo. Uno spazio critico – assente negli ultimi tempi – e possibilista, per porsi interrogativi e accogliere risposte provenienti da culture e latitudini diverse. Per riappropriarsi di una capacità di analisi e di ragionamento cui ci si è disabituati, svincolata da visioni eurocentriche, come sottolineato dalla stessa Alemani. Quale luogo migliore della città di Venezia può rappresentare metaforicamente e architettonicamente questa possibilità di incontro per mezzo dei suoi ponti? Attraversamenti che collegano punti distanti; luoghi di passaggio reali che sottraggono al rischio dell’isolamento: “Dove si costruiscono ponti non ci sono assimilazione, fusione o identificazione totali, ma neppure scissione o isolamento”. [5] Un monito per un futuro in cui le specie possano coesistere, e in cui le distanze – politiche, ideologiche, sociali e culturali – possano trovare attraversamenti e individui in grado di fare quel passo in avanti.

Elena Solito


Note
[1] E. Croci, IPERIDENTITÀ, Tra reale e virtuale: i gesti e il nuovo marketing della contemporaneità, Franco Angeli, 2021.
[2] R. Gordon, Il ponte: una metafora dei processi psichici“, Boringhieri, 2003.


59ª BIENNALE ARTE

Il latte dei sogni

23 aprile – 27 settembre 2022

a cura di Cecilia Alemani

www.labiennale.org/it/arte/2022

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