Il Colorificio – Atto quarto. CINEMAPOCALISSI

“Questo è il nostro modo di travestire, di travestirci e di travestire il luogo in cui ci troviamo”.
Nelle giornate di giovedì 8 e venerdì 9 ottobre 2020, l’ingresso del Teatrino di Palazzo Grassi si è completamente rivestito di un’architettura drag in tulle nero, che per antonomasia rimanda immediatamente alla sfera sessuale, attraverso la trama finissima da cui è costituito e la trasparenza che lo denota. Osservando l’ingresso “mascherato”, il tulle sembra ritagliare decine di gambe sensuali slanciate verso l’esterno, come in un energico Can Can, invogliando il visitatore a seguire la luce che dall’interno illumina l’entrata. Avvicinandosi ulteriormente quest’immagine inizia a sfumarsi, smascherando definitivamente il significato esplicito e provocatorio, attribuito al tessuto svolazzante e glitterato che ricopre il “buco” d’accesso.
Il Colorificio vuole ammiccare al visitatore che, nel varcare l’ingresso, si trova immerso in un’ intensa e calda luce viola in grado di disinibire e denudare di qualsiasi pudicizia. A rendere più personale lo spazio si aggiungono altri interventi sulle superfici del teatrino, che coinvolgono sia l’ambiente sonoro del fòoliers sia i bagni.
L’illuminazione accompagna l’ospite sino alla sala dove la distanza scandita da una poltrona libera permette di mantenere inviolata la propria sfera intima e, allo stesso tempo, rende possibile percepire la pelle delle persone che si trovano “accanto”.
“Il desiderio circola, si rigenera e annulla il movimento verticale di produzione e consumo. Schermo e retina, pelle e superfici, sono rese sensibili, permeabili al fluido che bagna gli spazi e avvolge i corpi”.
La sala è piena, le poltrone sono occupate da ospiti anch’essi necessariamente “mascherati” e le luci scarlatte trasformano d’un tratto lo spazio in un cinema a luci rosse, di quelli che si vedevano negli anni Settanta e Ottanta dello scorso secolo: l’evento ha inizio.
CINEMAPOCALISSI è il quarto capitolo del programma espositivo, performativo e di ricerca dal titolo Ano solare. One-year programme on sex and self display, inaugurato nel novembre 2019 e concepito originariamente sull’arco di un anno. A causa della pandemia, che ha sconvolto la nostra realtà e costretto al distanziamento sociale, il progetto è stato riadattato modificando il concetto stesso di “anno” in qualcosa di assolutamente relativo, e ripensando “al corpo, al suo abitare e al suo rappresentarsi, in nome di una necessità condivisa”.
Ano solare viene ideato e sviluppato dal Colorificio, un collettivo curatoriale formato da Michele Bertolino, Bernardo Follini, Giulia Gregnanin e Sebastiano Pala (project manager), che parte dall’esplorazione non normativa dei corpi e dall’idea “di ragionare e riflettere sull’esplorazione della sessualità e dell’autonarrazione attraverso una serie di dispositivi e format, che sono appunto sia dispositivi che performativi che discorsivi, e che travalicano l’ambito proprio e chiuso di quella che è l’arte contemporanea”.
La loro ricerca indaga dunque la post-pornografia come luogo di contrasto e rivendicazione nei confronti di una pornografia mainstream finalizzata unicamente all’appagamento sessuale del fruitore, che ne giova in maniera individuale e immateriale, riservando al godimento e all’orgasmo il momento conclusivo.
CINEMAPOCALISSI è una rassegna cinematografica che propone una selezione accurata di ventisei produzioni, accomunate dal medesimo intento di esplorare la post-pornografia “come luogo di opposizione rispetto al dispositivo pornografico mainstream, in cui corpi e sessualità dissidenti rivendicano il proprio spazio di esistenza e di azione, reclamando un netto cambio di paradigma”.



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Ma cos’è il post-porno? Quando si parla di post-porno, convenzionalmente, si fa riferimento a tutta una serie di direzioni artistiche, politiche e performative che nascono a metà degli anni Ottanta, e che col passare degli anni Novanta diventano protagonisti di rivendicazioni femministe e queer, volte a immaginare “nuove rappresentazioni del desiderio ed evidenziare gli usi educativi del sesso”, oltre che sociali e politici.
Se la pornografia eteronormata ha come fine ultimo il godimento di chi ne fruisce, il post-porno riconosce “nella sessualità una tecnologia in sé” di cui è necessario riappropriarsi per produrre e ricostruire quello che era quel tipo di linguaggio.
In ciascuno dei video selezionati è possibile ritrovare la presenza o il riferimento alla dimensione del corpo inteso come oggetto, con cui è possibile giocare e divertirsi. Il dildo diventa quindi l’icona di questo mondo, rappresentando da una parte il simbolo della società fallocentrica e divenendo allo stesso tempo l’oggetto capace di mettere in crisi questo stesso sistema.
La sessualità, dunque, viene considerata come una tecnologia, dove il pene diventa superfluo e sostituibile da un oggetto o una macchina, e dove l’ano ricopre un ruolo centrale.
La decentralizzazione dell’orgasmo rappresenta un ambito di conquista importante e fondamentale per la post-pornografia che analizza anche il tema della de-genitalizzazione del sesso, ovvero la liberazione della sessualità dall’assoggettazione dei soli genitali per espandersi a “tutta una serie di latitudini corporee” che prima non erano rappresentate.
“Lo spettatore è invitato ad adottare uno sguardo de-naturalizzato verso l’atto sessuale e ad aprirsi a un desiderio de-eroticizzato, sottratto alle strategie dell’economia del piacere”.
Il programma di corti e lunghi, scelto attentamente dal Colorificio, vuole permettere al pubblico di comprendere la porosità dell’espressione “post-porno” e approfondire quella che è la post-pornografia.
Il concetto, però, risulta di difficile definizione e non ne presenta una chiara, in grado di esplicare in toto un concetto costernato da così tante sfaccettature. Le autrici e gli autori sono caratterizzati da un background molto variegato, che offre prodotti in grado di spaziare dalla drammaturgia di Jean Genet in Un Chant d’Amour (1950) alla fusione tra corpi umani e meccanici di Marc Caro con Exercise of Steel (1998), dalla science fiction di Shu Lea Cheang in FLUIDØ (2017) alla camera documentaristica di Amber Bemak con Borderhole (2017), e dalla satira alla denuncia sociale. Nella forma più attuale e contemporanea, il post-porno si presenta come “dichiarazione pubblica e manifesto politico”, dove Fuck The Fascism di Maria Basura rappresenta il risultato più audace ed estremo.
Il porno alternativo assume quel tipo di carattere costruttivo proprio di determinate teorie queer, che prende slancio verso un’idea di sessualità come di un costrutto sociale, permettendo lo svelamento di questo tipo di meccanismo. In questo senso, il porno mainstream non è nulla di differente, in quanto anch’esso proietta una determinata costruzione su tutti i dispositivi, ribadendo che quel tipo di costruzione sia effettivamente la norma. Porno e post-porno metodologicamente lavorano in modo analogo, ma a livello di effetti e risultati la distanza è abissale. L’obiettivo è dunque quello di sovvertire dei regimi di verità che non lo sono realmente, che rappresentano solo delle norme costruite, e che dunque sono distruttibili ed estendibili ad altri mondi, dove la pioniera fu Annie Sprinkle con The Public Cervix Announcement, una proiezione dal forte impatto politico e sociale.
L’intero programma CINEMAPOCALISSI è supportato da un booklet di approfondimento, in cui sono illustrati tre contributi sul post-porno, che affrontano la materia sotto prospettive differenti.
Lorenzo Bernini, autore di Apocalissi Queer, a cui si deve il titolo dell’intero progetto, parte da un quesito provocatorio e accattivante, Il sessuale irredimibile. Ovvero: se il post-porno fosse votato al fallimento?, da cui emergono spunti di riflessione sul valore politico e sociale della post-pornografia. Bernini pone l’attenzione sullo stigma sociale che essa rappresenta, domandandosi perché, in società neoliberiste e iperedoniste, il sesso continui a creare scandalo ed essere considerato una trasgressione. Lontano da intenti emancipatori o da promesse irrealizzabili, CINEMAPOCALISSIvuole smuovere le coscienze chiamando al rispetto e alla tolleranza nei confronti dell’altro, riuscendo nel suo intento qualora diventasse “sfrontata rivendicazione dell’abiezione sessuale da parte di quei soggetti che in modo particolare dell’abiezione del sessuale portano il peso: la sua sfida radicale è rivolta allora non solo al dominio bianco, maschile, eterosessuale etc. nelle nostre civili società ma anche all’ideale stesso della civiltà”
Giovanna Maina con Le pornografia alternative: Revolution Is My Boyfriend! indaga la relazione tra rappresentazione pornografica e (sub)culture alternative, offrendo un excursus storico sull’origine della diversificazione della pornografia, resa possibile dalla semplificazione dei sistemi digitali di distribuzione. Dall’inizio del millennio l’industria del porno “ha dato vita a una moltitudine di opere e realtà produttive spesso diversissime tra loro per integrazione nell’industria e per “genuinità” dell’impegno politico e sociale (…) C’è però un tratto condiviso che in qualche modo permette di trovare un terreno comune utile a concettualizzare esperienze così disparate”: le pornografie alternative sono caratterizzate da un’intensità genuina e vera che prende le distanze dalla pornografia “generalizzata”, e dove la proliferazione di nicchie e mercati differenti, rappresenta “l’emancipazione di specifiche comunità, incarnazione di una precisa impostazione politica, o semplicemente (…) espressione di una nuova, rivoluzionaria sensibilità estetica relativa al corpo e al sesso”.
Infine, Figli.e di nessune di Linda Porn e Natalia Cabezas, con la traduzione di Valentine aka Fluida Wolf, è la storia di rivendicazione, provata in prima persona, di ogni donna “puttana meticcia migrante madre attivista del Sud Globale a cui hanno sottratto i figli”. Vittime silenziose delle pressioni sociali e della dittatura patriarcale, l’arte di Linda e Natalia vuole sovvertire questo sistema gerarchico e crudele, dando libertà e dignità a tutti quei corpi di madri e di figli vittime di ingiustificata violenza. “E allora, che sia davvero la rivolta dei corpi dissidenti”!.
Quello che fa il post-porno è esattamente questo: farci entrare in queste apocalissi individuali, svelarcele, favorendo l’apertura di spazi discorsivi e di rottura.
“Le apocalissi presentate sono, allora, quelle dei soggetti nei video, ma soprattutto quelle del pubblico: delle deflagrazioni individuali, dei collassi degli immaginari normativi che prospettano futuri alternativi”.

Alessandra Abbate


Cinemapocalissi

A cura del Colorificio

8 e 9 ottobre 2020

Teatrino di Palazzo Grassi – Campo San Samuele, 3231 – Venezia

www.palazzograssi.it

www.ilcolorificio.org

Instagram:palazzo_grassi

Instagram: ilcolorificio


Caption

View of Cinemapocalissi 2020, curated by Il Colorificio at Teatrino di Palazzo Grassi, Venice – Installative intervention by Sebastiano Pala – Courtesy Cinemapocalissi al Teatrino di Palazzo Grassi, ph Matteo De Fina

View of Cinemapocalissi 2020, curated by Il Colorificio at Teatrino di Palazzo Grassi, Venice – Auditorium view – Courtesy Cinemapocalissi al Teatrino di Palazzo Grassi, ph Matteo De Fina

Still da Shu Lea Cheang, FLUIDØ, 2017, 80’, DE – Courtesy Cinemapocalissi al Teatrino di Palazzo Grassi

Still from Jean Genet, Un Chant d’Amour, 1950, 25’, FR – Courtesy Cinemapocalissi al Teatrino di Palazzo Grassi

View of Cinemapocalissi 2020, curated by Il Colorificio at Teatrino di Palazzo Grassi, Venice – Auditorium view- Courtesy Cinemapocalissi al Teatrino di Palazzo Grassi, ph Matteo De Fina