I mutanti di Ambra Castagnetti e Agnes Questionmark. Una riflessione intorno alle pratiche di “antropo-poiesi” dei corpi

Nel pensiero filosofico di Maurice Merleau-Ponty (1908-1961) la corporeità non è solo qualcosa che pertiene al soggetto ma incarna la sua oggettualità come elemento di interconnessione tra gli altri. In un’accezione sociologica attraverso l’altro si ha consapevolezza del sé e se ne definiscono anche i confini materiali, in cui io sono il limite che mi separa da te, e sono lo spazio che abito. Dal punto di vista antropologico il corpo diviene materiale di analisi culturali, fenomenologiche e ontologiche. 

È interessante indagare la materialità del corpo e delle sue possibilità mutanti, attraverso il lavoro di Agnes Questionmark (Roma, 1995) e Ambra Castagnetti (Genova, 1993), seppur con evidenze oggettuali e estetiche differenti. Le artiste mettono in atto ibridazioni interspecifiche, con approcci che vertono intorno ad aspetti di bioingegneria (la prima), oppure più tecnologici guardando ai manifesti cyborg (la seconda), interpretando entrambe aspirazioni transumane. Il corpo diventa il luogo delle incorporazioni e dei rituali, delle metamorfosi e della modellazione delle identità molteplici: “E il corpo diviene la zona di confine dell’identità, di ibridazione tra l’io e l’altro, fra una cultura e l’altra, tra il reale e il virtuale. La soglia di un soggetto diffuso e moltiplicato in una multi-identità, l’uscita dal proprio corpo e dal proprio io, con contaminazione con “l’estraneo”, di uno sconfinamento dei linguaggi specifici, identità”, scrive la critica Francesca Alfano Miglietti nel saggio del 1985, appena ripubblicato con il titolo “Identità Mutanti. Contaminazioni tra corpi e macchine, carne e tecnologia nelle arti contemporanee”, da shake edizioni.

L’uomo ha un corpo che lo definisce nella sua concretezza fisica, costituito da carne, fluidi e elementi biologici. Occupa una dimensione reale nello spazio. È presente in un tempo lineare o circolare a seconda di come lo si voglia considerare, e si fa luogo dell’esperienza, dei sincretismi culturali e delle aspirazioni personali o collettive. Il corpo non risponde solo a questioni individuali e personali, a inclinazioni e scelte, ma diventa anche oggetto di un potere politico, su cui si trascrivono i cambiamenti e le battaglie del proprio tempo, le rivendicazioni sociali (della vita e della morte, della nascita e dell’aborto, delle cure, delle trasformazioni e modificazioni fisiche per un ordine di motivi diversi: mediche, identitarie, psicologiche), e le aspirazioni della propaganda. Le esperienze anche della storia recente mostrano come con il corpo e sul corpo si combattono le lotte di potere globali, economiche, culturali e sociali. Il corpo è la nuova frontiera da attraversare, uno spazio da colonizzare. Terreno ambivalente del diritto, secondo principi di autodeterminazione da un lato, e del controllo, delle derive autoritarie e dei progetti imperialisti dall’altro.

Per la filosofa Donna Haraway “il corpo è una superficie di incrocio di molteplici e mutevoli codici d’informazione dal codice genetico fino a quello dell’informatica “. Tra manifesti cyborg, come quello scritto nel 1985, postumano, transumano, ipercorpi, ibridazioni e relazioni interspecifiche, il panorama attuale presenta una molteplicità di alternative. “Chthulucene, sopravvivere su un pianeta infetto” il suo saggio del 2019, fa riferimento al pensiero tentacolare e alla possibilità delle connessioni. Ispirata dal mostro terreno de Il richiamo di Cthulhu dello scrittore Howard Philips Lovecraft (1890-1937), e da un ragno che vive sotto agli alberi, la sua visione è quella di una rete parentale che incentiva un pensiero interspecifico, in cui vi è una capacità di co-creazione delle stesse. 

Il corpo diventa oggetto e soggetto, allo stesso tempo. Il corpo muta e si trasforma come espressione del suo contesto storico: «la nuova rivoluzione, è il linguaggio ribelle che ha dissolto l’identità in una moltitudine di schegge in accordo o in contrasto di vari “io” che possono convivere all’interno di uno stesso soggetto», scrive Francesca Alfano Miglietti e ancora: «bisognerebbe avere la possibilità di poter modificare il proprio corpo a seconda della moltitudine di identità che la mente produce», bisogna potersi scegliere o, per usare una formula nietzschiana, bisogna “diventare quel che si è”.

In un’ottica e un ragionamento intorno alle questioni acquatiche si svolge la pratica di Agnes Questionmark. Siamo nella fase di muta del corpo reale, per via della transizione identitaria, e della metamorfosi artistica, in cui il corpo assume le qualità del pesce-polipo. Se Thomas Soardi si rifaceva alla teoria evoluzionistica acquatica [1], Agnes Questionamerk riprende l’Homo Aquaticus di Max Westenhöfer, influenzata dai pensieri idrofemministi come i corpi d’acqua di Hannaw Rowan [2]. Un’attitudine agevolata da un’inclinazione naturale alla materia fluida dell’acqua, per via di un processo di adattabilità con l’ambiente marino iniziato in tenera età, grazie al padre. L’acqua è dunque un elemento fondante della sua esperienza personale e artistica. In Tides in the Body vi è un rimando all’embrione, in cui la scultura-utero-piscina accoglie il liquido amniotico-acqua. Se il polpo torna ne Il Cappello Del Polpo in cui come spugne assorbono il clima e i suoi cambiamenti; in Transgeneis emerge la fusione di due geni

E ancora la mutazione dei geni riappare in Chm13htert, la perfomance durata 12 ore continue, per 16 giorni, curata da Spazio SERRA e The Orange Garden (Arturo Passacantando e Tommaso de Benedictis), realizzata in occasione del progetto per la stagione intitolata UnPostoImpossibile di Spazio SERRA. Un non luogo di passaggio, nella stazione del treno Lancetti, collocata all’interno di un’architettura di vetro. Un’ex edicola diventa un acquario transumano, in cui il pubblico non specializzato, inciampa durante il suo percorso. L’ex edicola-vetrina-acquario trasferisce elementi non connaturati al suo ambiente specifico. L’artista si inserisce perfettamente all’interno dello spazio ibrido, sospesa – proprio come se fosse nell’acqua – legata a una struttura di metallo, e avvia la sua metamorfosi con il polipo tentacolare. Chm13htert è una linea cellulare che consente di leggere il genoma umano e di modificarlo, una pratica utilizzata per questioni mediche ma che mostra le potenzialità del DNA e della ricerca. Se nelle performance in acqua come una sorta di processo embrionale, l’artista prendeva coscienza con il suo corpo nuovo, come esito di un rituale in cui passava da uno stato all’altro, qui avvia una fase di transizione interspecie. L’ambiente marino è il luogo meno esplorato e più misterioso. Come Thomas Soardi anche Agnes Questionamerk sottrae quel mondo al suo contesto, trasferendone elementi specifici in superficie, ma aggiunge il proprio corpo alla metamorfosi. La relazione non è quindi solo simbiotica, in cui vi è un rapporto utilitaristico-parassitario, ma verte intorno a un rapporto di simpoiesi, che considera invece la mutua collaborazione, seconda la visione di Donna Haraway. 

Se Agnes si muove in un terreno fluido e sommerso dell’acqua, Ambra Castagnetti indaga quello organico e terreno. Riprende il mito del cyborg, seguendo le alterazioni futuristiche del transumanesimo e di interspecie con elementi naturali, vegetali e animali. Se il corpo è una macchina perfetta, quelli di Ambra sono residuali di una post umanità e pronti per essere inglobati in una dimensione, che antropologicamente deve considerare nuove formazioni. L’artista lavora intorno al concetto del corpo sociale, politico e personale, maturato dagli studi delle antropologhe Nancy Shaper-Hughes e di Margaret Lock, generando ibridi nati da nuove aggregazioni. 

Aggregazioni naturali in cui elementi del bosco come tronchi e muschio sono base e parti dei corpi di Boschiva e Brutal Viktoria. Ma anche animali come lo scorpione della scultura Scorpio, le teste dei poni, la colonna vertebrale più grande del corpo che sorregge Salina. L’immaginario è ricco di riferimenti, tra cui il cinema di Tarkovskij. Proprio dal film Stalker (1979) riprende il titolo della sua ultima mostra Zona alla Galleria Francesca Minini. Nel film il regista descrive un luogo proibito e accessibile solo a seguito del superamento di prove, un luogo dei desideri in cui gli stessi avventori hanno paura a entrare. L’artista indaga il desiderio del corpo non classificabile in una categoria tassonomica. Le specie si compenetrano ospitandosi vicendevolmente, prendendo caratteristiche l’una dell’altra, e avviando una fusione con materiali e elementi estranei (di industria genetica, meccanica, cibernetica e informatica), aprendo scenari futuristici. Ma il paradigma del postumano non riguarda solo l’oggettiva possibilità del corpo di essere modificato-alterato,  ma è da intendersi anche in un’accezione filosofica, di post umanesimo. Una visione in cui l’uomo perde la sua centralità, entrando nel flusso dell’uomo postumano e di quello transumano teorizzato dal biologo, genetista e attivista inglese di Julian Huxlay (1887-1975).

Ambra Castagnetti si addentra in spazi ignoti. Se in occasione della sua mostra precedente sempre in galleria (second best scenario, una collettiva insieme a Ivana Basic, Benni Bosetti e Fin Simonetti [3]) la voragine era rappresentata dal cratere prodotto dall’esplosione di una pila atomica sulla terra, ispirato al libro di Antoine Volodine, qui il cratere di Wall City simula l’ingresso verso un altro mondo fantascientifico. L’opera realizza attraverso una serie di espedienti scenografici (specchi, acqua, muschio e apparecchiature elettroniche), l’immagine di una futuristica città giapponese, in cui i suoi abitanti-corpi postumani-transumani vivono. Un ingresso che, come nelle suggestioni cinematografiche di Tarkovskij, è posizionato vicino a uno stagno nel bosco, dove si addormentano i protagonisti prima di entrare nella Zona. La presenza dell’acqua ci rimanda agli elementi fluidi del mondo marino-sottomarino di Agnes Questionamerk, mentre Hypnagoth, il calco di una testa addormentata con una corona di spine, invita all’interno del sogno fantascientifico di Ambra Castagnetti nel suo incontro antispecie.

Entrambe le artiste lavorano in zone liminari. Nella Zona di Castagnetti e nel non luogo ex edicola-vetrina-acquario di Agnes, sono messe in atto azioni di superamento e abolizione degli stessi margini. Entrambe seguono il movimento fluido della materia, dei corpi e dei tempi. L’una attraverso mutazioni genetiche (Agnes Questionmark), l’altra attraverso mito, storia e futuro che genera una fascinazione distopica (Ambra Castagnetti). I tentacoli del corpo-polipo di Agnes e quelli del pensiero reticolare di Haraway ripreso da Castagnetti, producono connessioni e interrelazioni inaspettate che mettono in discussione la centralità dell’uomo e i corpi che abita. Non ci interessa in questa occasione immaginare quali corpi abiteranno le specie umane e non umane nel prossimo futuro, oppure quanto saremo società antispecifiche e quanto i corpi potranno essere ingegnerizzati con la quarta rivoluzione industriale. Qualunque sarà la sorte delle specie, l’unica condizione accettabile sarà non perdere il principio di autodeterminazione, di libertà di critica e del pensiero.

Elena Solito

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[1] E. Solito, La rivoluzione acquatica di Thomas Soardi, Forme Uniche

[2] E. Solito, “Ci sono maree nel corpo”, i corpi d’acqua di Hannah Rowan, una riflessione intorno alle pratiche idrofemministe, Forme Uniche

[3] E. Solito, second best scenario. Il futuro che verrà? Le trasformazioni post umane di Ivana Basic, Benni Bosetto, Ambra Castagnetti e Fin Simonetti, Forme Uniche


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