HYBRIDARCHIPELAGO » Intervista a Gabriele Cecconi,  Nuovi Mondi

Hybrid Archipelago fornisce una mappatura provvisoria, consentendo un confronto tra le diverse pratiche artistiche sviluppate dalle giovani generazioni italiane all’estero. La rubrica cerca di trarre alcune conclusioni che potrebbero essere rilevanti per la scena artistica contemporanea muovendosi nelle riflessioni degli artisti, tra ricerche spesso parallele ai luoghi dove hanno deciso di trasferirsi sviluppando una mappa in divenire nella quale confluiscono i saperi.

Mi confronto con il fotografo documentarista umbro Gabriele Cecconi, interessato a una coerente ricerca internazionale nella quale osserva e sviluppa i temi ambientali, politici e sociali. Le sue serie sono state pubblicate da molte riviste e quotidiani: l’Espresso, Internazionale, D La Repubblica, National Geographic, Courrier International, GEO, CUP, Newsweek  e The Guardian. Nel 2015 è stato selezionato da Camera Torino per una master class con il noto fotografo Alex Webb. Il suo progetto sull’impatto ambientale della migrazione dei Rohingya nel sud del Bangladesh ha ricevuto numerosi premi internazionali tra cui l’Yves Rocher Photography Award, il POY, l’Andrei Stenin Grand Prix e il LUMIX Sustainability Award, tra gli altri. Il suo lavoro è stato presentato in musei e in rinomati festival: Hermitage State Museum, Photo Vogue Festival, il Fotofestiwal Lodz e il Festival della Fotografia Etica di Lodi. 


La fotografia è stata una folgorazione? 

La fotografia è stata per me una folgorazione che circa dieci anni fa è stata in grado di riconnettermi col mio lato creativo e artistico. Ho avuto un percorso di vita e di studi che mi ha allontanato dalla mia essenza creativa e per fortuna la fotografia è arrivata per me in un momento di crisi, permettendomi di ritrovare me stesso e coltivare la parte sensibile che era stata trascurata, per non dire repressa. La società odierna e il sistema educativo attuale non si prendono cura di questo lato dei ragazzi puntando tutto sull’aspetto nozionistico. Per questo oggi credo molto al ruolo pedagogico e spirituale delle arti visive.

Che anno fotografico è stato il 2023? Quali sono stati gli argomenti e quale estetica ha dominato la scena internazionale del filone documentarista?

Il 2023 è stato un anno a livello documentaristico in qualche modo dominato dalla guerra ucraina. Tuttavia la scena è ricchissima di lavori di alto profilo e sempre più giovani si stanno imponendo con una estetica che cerca di raccontare storie in maniera sempre meno didascalica, meno diretta. Personalmente, pur cercando di rimanere sempre attento alla fotografia contemporanea, da qualche tempo preferisco nutrirmi di stimoli che non provengono direttamente dal mondo della fotografia, cibandomi principalmente di letteratura, poesia e cinema. 

Come ti sei mosso in una fase globale così complessa? 

I miei tempi di riflessione e lavoro sono piuttosto lenti rispetto a quelli che impone il mondo iper-veloce e convulso di questa contemporaneità. A partire dal Covid ho avuto bisogno di chiudermi un po’ in me stesso per ricaricare energie, stimoli e nutrirmi di nuovi riferimenti dopo tre, quattro anni dove ho prodotto due progetti che mi sono costati molto in termini di energia psicofisica. Per fortuna nel 2023 ho avuto la possibilità di tornare di nuovo a produrre in un progetto importante, che mi ha dato la possibilità di mettere a frutto quanto accumulato nell’ultimo periodo. 

Quanto le migrazioni in Asia stanno creando una morfologia geografica e sociale completamente diversa del continente? La conoscenza di questi flussi drammatici è stata trattata nel documentario Human Flow realizzato dall’artista Ai Weiwei, in concorso qualche anno fa alla Mostra del Cinema di Venezia. Puoi parlarci del tuo progetto sulla migrazione dei Rohingya nel sud del Bangladesh? 

Le migrazioni sono un fenomeno antico quanto l’esistenza dell’essere umano. Oggi in Asia il fenomeno è molto complesso perché sempre più eterogenee diventano le ragioni per le quali gli esseri umani migrano, sia internamente ai loro paesi, sia in altri paesi del continente. Il mio progetto affronta le conseguenze ambientali di una migrazione di massa come quella dei Rohingya. Se la causa della migrazione in questo caso è di natura prettamente politica, razziale e sociale il mio lavoro ha affrontato l’impatto ambientale che la migrazione ha provocato nel territorio del sud del Bangladesh che ospita il milione di profughi musulmani del Myanmar. Parliamo di una massiva deforestazione di aree protette, del consumo di risorse idriche, del problema legato allo smaltimento dei rifiuti, delle condizioni igienico sanitarie e la diffusione di malattie collegate alla densità che si è creata nei campi allestiti. Se la narrazione ultimamente, a causa dei cambiamenti climatici, si è principalmente concentrata sulle migrazioni quali conseguenze di questi cambiamenti, io ho cercato di analizzare e raccontare il fenomeno opposto. 

Sei ritornato in Italia dopo diversi anni di reportage in giro per il mondo, l’ultimo in Kuwait per documentare la relazione tra psiche e ambiente, puoi parlarcene? 

Il progetto realizzato in Kuwait è stato in qualche modo una prosecuzione di quello realizzato in Bangladesh. Negli ultimi anni la mia ricerca si è focalizzata sul rapporto tra l’essere umano e l’ambiente, nel progetto The Wretched and the Earth ho raccontato le conseguenze materiali di un disequilibrio nella relazione tra uomo e ambiente, mentre in quello in Kuwait mi sono più concentrato sull’aspetto psicologico di questo disequilibrio. Viviamo in una società in cui i condizionamenti culturali, sociali e ambientali generano una forte confusione, una nevrosi  collettiva che ci porta a concentrarci sempre di più verso il mondo esterno anziché verso la cura del proprio essere, del proprio mondo interiore. Questi sono gli effetti di un capitalismo e un consumismo sempre più imperante, che si inserisce all’interno dei valori tradizionali creando sincretismi grotteschi e portando all’estremizzazione nevrotica di determinati comportamenti sociali. Non è un caso l’aumento spropositato dei casi di depressione nelle società occidentali. Il Kuwait per me ha rappresentato un caso di studio di questa situazione. 

Fino ad arrivare a realizzare il progetto Elegia Lodigiana, sostenuto dal bando Strategia Fotografia 2022 della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, realizzato sotto la regia del Festival della Fotografia Etica di Lodi in collaborazione con la Provincia di Lodi. Come hai riscoperto il territorio, riportando in auge la sua bellezza nascosta?

Il progetto Elegia Lodigiana è stato per me l’occasione di mettere in pratica, diciamo, il periodo di riflessione che ho trascorso nell’ultimo periodo di stasi produttiva. È stato un grande stimolo e una grande sfida tornare a lavorare in Italia, in un territorio così poco raccontato ed esplorato. Credo che sia sempre una grande opportunità esplorare luoghi (interiori ed esterni) ancora poco battuti, perché si ha la possibilità di approcciarsi alle osservazioni in modo quasi puro, senza troppe influenze dirette e aspettative. Credo che questo sia stato ciò che mi ha permesso di scoprire questo territorio e la sua bellezza nascosta. Come diceva il grande De Andrè, è dal letame e non dai diamanti che nascono i fiori.

Quale è il tuo metodo di lavoro? 

Come ho scritto nell’opuscolo integrativo allegato al libro del progetto Elegia Lodigiana, amo la filosofia taoista dell’utilità del vuoto. Il vaso svolge la sua funzione per il vuoto al suo interno, una casa può essere abitata per lo stesso motivo. Dopo una prima fase fondamentale di ricerca, una volta sul campo cerco di svuotarmi per lasciar entrare le impressioni di cui mi nutro grazie all’osservazione e all’ascolto. Ecco, credo proprio che osservare e ascoltare significhi proprio questo, svuotarsi per lasciare spazio a ciò che si pone di fronte al nostro sguardo.

A cura di Camilla Boemio


Instagram: gabriele.cecconi