HYBRID ARCHIPELAGO » Conversazione con Marco Giordano

Sono sempre incuriosita da come inizi un rapporto con un luogo, una città. Quando hai deciso di trasferirti a Glasgow?

È stata una scelta fortuita, un semplice tentativo di esplorazione che è poi diventato una sistemazione. Quando ho deciso di trasferirmi conoscevo ben poco della città, di Glasgow e della sua cultura. Avevo semplicemente voglia di cambiare aria e per una serie di contingenze Glasgow è emersa dalla mappa. È stato un salto nel buio; cercavo qualcosa che non conoscevo.
Come in quasi tutte le situazioni di post laurea si forma facilmente un vuoto – di prospettive e incertezze future, non necessariamente legate all’Italia – al quale sicuramente l’Accademia di belle arti di Venezia non mi aveva preparato. Per questo ho scelto di partire, per non aspettare che qualcosa mi raggiungesse ma per cercare questo qualcosa.

In che modo la tua storia ha influenzato il modo in cui realizzi l’arte?

Glasgow è una cittadina con una scena artistica molto attiva ma come la maggior parte delle piccole comunità non soffre la forte pressione sociale del cosiddetto networking, generatore di ansie da prestazione. Questo fattore credo mi abbia consentito di sviluppare la mia ricerca con maggiore serenità, dandomi il tempo di maturare una pratica non lineare, che si sviluppa attraverso la continua sperimentazione.

Strutturi degli ecosistemi corali nei quali in modo fluido sono assemblati elementi vegetali e artificiali. Ce ne puoi parlare.

Un ecosistema per sopravvivere si deve nutrire di un equilibrio interno ed esterno alla sua struttura. Partendo da questo presupposto, sviluppo dei biosistemi che si autoalimentano attraverso la relazione dei diversi elementi che li compongono. In questo equilibrio e disequilibrio dinamico sottoposto a un continuo mutamento, e quindi movimento, elaboro delle installazioni scultoree subordinate al loro divenire performativo. Il loro fluire non è soltanto formale, è una ricerca di superamento della semplice oggettività e non funzionalità di un’opera. Come nel caso della mostra My mouth in your mind presentata lo scorso ottobre da Frutta Gallery a Roma. Il progetto analizza l’erotismo in relazione alla voce/suono non umano.
È un’installazione che si espande in tutto lo spazio della galleria, le pareti sono ricoperte da pannelli fonoassorbenti dentro i quali sono inseriti dei lavori in plexiglass con delle scritte dipinte – frammenti delle sei canzoni che sono state performate dalla cantante Eleonora Gusmano. Al centro dello spazio ci sono dei corpi ibridi titolati Mouth. Più che sculture sono degli strumenti musicali composti da elementi organici, elettronici e sintetici. La loro funzione è quella di dare voce alla loro sessualità, in rapporto all’occhio umano. La sessualità diventa così una forma di conoscenza che nel momento in cui scopre la realtà la distrugge, così come la costante emissione di bolle, che fuoriescono dagli orifizi delle conchiglie, nascono, si sviluppano, muoiono e si rigenerano, in uno stato di eccitazione perenne.
Questo ecosistema corale opera sulla base di una collettività sonora che stabilisce una presenza fisica in continua espansione, cercando di stabile un atmosfera specifica, tra soggetto e oggetto. Come scrive Boeme “le atmosfere non sono qualcosa di relazionale bensì la relazione stessa”.

La performance I’m Nobody! How Are You? – il cui titolo riprende la poesia di Emily Dickinson – è stata parte del Glasgow International 2018. La performance si è mossa in un terreno ibrido, vulnerabile, i cui confini venivano a mancare, facendo interagire il privato con il pubblico. Una sorta di “anti-propaganda” nella quale hai attraversato Glasgow in auto, con un megafono installato sul tetto, trasmettendo una tua poesia letta dei poeti Michael Pedersen e Iona Lee.

La performance nasce dalla necessità di generare movimento, un dinamismo incessante come un punto instabile che attraversa un ampio spazio pubblico, senza una meta precisa, in continuo loop. Ho tentato di sovvertire il classico rapporto tra opera e pubblico nel quale è il visitatore a raggiungere l’evento.
L’estetica della performance vuole richiamare uno stato d’emergenza sociale, obbligando il pubblico ad ascoltare il messaggio che si diffonde e si ripete in città.
Per la scrittura del testo sono partito dalla poesia di Emily Dickinson I am Nobody! Who are You? analizzando le varie tematiche che affronta, specialmente il concetto di individuo in relazione alla collettività e riportandole all’oggi e alla contemporaneità sociale.
Nel suo testo Dickinson parla di come sia tristemente noioso credersi qualcuno, paragonandolo a una ranocchia che non fa altro che gracchiare per il suo pubblico. Questa è un’intuizione molto rilevante soprattutto in relazione alla nostra società contemporanea soggetta a un’alta performatività, in cui ci viene richiesta una presenza persistente per auto proclamarci davanti a uno sguardo esterno che ci sorveglia.
Girando per le strade di Glasgow ho distribuito volantini dove ho riprodotto la poesia con uno stilema propagandistico, per insinuare incertezze sociali utilizzando la poesia come mezzo espressivo.
La macchina con il megafono diventa una ranocchia gracchiante, che disturba la quiete pubblica per effettuare una riappropriazione dello spazio pubblico. Determinando la sua presenza andando oltre all’essere qualcuno, entrando in dimensione unitaria senza normative e senza uno scopo, che rifiuta la divisione tra i corpi guardando all’estensione del sé.

Come influisce l’architettura della città nella performance?

Una della scoperte più inaspettate in questa performance è stato proprio come il suono si trasformi in relazione all’architettura. Attraversando le varie strade della città, il suono mappava lo spazio per le sue dimensioni e le sue proporzioni urbanistiche. Si tratta di qualcosa di molto sottile, che può essere precipito solo all’interno dell’abitacolo. Attraversando zone diverse e riascoltando più volte la traccia audio, il suono prende forme diverse in base allo spazio che attraversa, propagandosi o rimbalzando, la voce muta la sua forma continuamente.



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Non ritieni la performance I’m Nobody! How Are you? arte partecipativa. Perché?

A un primo sguardo la performance può sembrare vicina all’arte partecipativa, perché si relaziona molto con il pubblico al di fuori del sistema dell’arte.
Più che una relazione, credo che questo progetto voglia stabilire una presenza, un messaggio d’incertezza, che si impone sul pubblico, il quale rimane fruitore senza prendere parte al processo creativo.

L’installazione ingloba tutto lo spazio, facendolo diventare parte stessa del lavoro, in un estensione temporale . Mi riferisco all’intervento d’arte pubblico realizzato a Manifesta12 come evento collaterale Conjunctive Tissue. Un banner spiegato su un edificio privato. Già realizzato con altre modalità nel Regno Unito, questa opera risiede tra l’interazione di un gesto intimo e un gesto condiviso attraverso il quale si instaura una relazione con il pubblico.

L’approccio che adotto per qualsiasi progetto è strettamente legato allo spazio, e il mio lavoro si deve adattare a esso, trasformando lo spazio e integrandolo nel lavoro. Questo principio di coesistenza è per me fondamentale per sviluppare un pensiero. Nel caso di Conjunctive Tissue a Palermo, lo spazio ospitante si affacciava su Piazza Magione, una delle piazze più strane e interessanti della città, situata nel quartiere della Kalsa. Volevo che il mio intervento fosse fruibile da tutti i passanti, e per un breve periodo di tempo potesse cambiare l’aspetto ordinario della piazza.
Ho posto sulla facciata della palazzina uno striscione semi trasparente tessendo la frase “fra un sorso e un sorso in bocca piena“, giocando tra la monumentalità della sua estetica e il supporto, contrapponendola alla antimonumentalità del suo contenuto. Ho tentato di stimolare un sensazione intima, qualcosa che percepiamo al nostro interno in quanto emozione spontanea causata da elementi esterni che entrano in relazione con il nostro interno, fisico e psicologico. La relazione con il pubblico rimane intima, in quanto ogni persona la interpreta in maniera diversa sulla base delle propri interessi sensazioni, aspettative e conoscenza.

Cosa è privato per te?

Nei tempi correnti è molto difficile definire la parola privato, vivendo all’interno di un sistema sempre più controllato e governato da tecnologie che dominano quotidianamente la nostre vite, sotto qualsiasi aspetto, dallo spazio domestico allo spazio pubblico. Credo che il significato di privato sia qualcosa che non siamo più in grado di comprendere appieno. Il privato è qualcosa di cui siamo stati privati, e di cui ci stiamo privando. Una perdita della nostra sfera intima, un diritto comunitario che si nutre di scelte politiche. Credo che attraverso i miei interventi, tramite l’intimità, l’incertezza e la sessualità, cerco in qualche modo riappropriarmi di questa perdita manifestandola, esplorandola, esponendola in pubblico, facendo della sua fragilità la sua forza.

Quanto, e come, gli elementi infantili collettivi prendono forma nei tuoi lavori?

È una parte della mia ricerca che non voglio controllare, voglio che emerga in modo spontaneo. Spesso questi aspetti infantili li riconosco solo una volta ultimato il processo, non riuscirei a pianificarli. Sono condizioni collettive che appartengono a tutti senza distinzioni e divisioni di razza, genere e classe. Vogliono toccare principi universali che con cui qualsiasi persona possa relazionarsi. Appartengono alla nostra memoria, e sono le prime esperienze che adottiamo per interfacciarci con il mondo, per questo sono dei gesti intimi ma allo stesso tempo collettivi.

Uno stato cosciente alterato (hypnagogia) nel quale hai cercato di stimolare le allucinazioni sensoriali che si verificano ai margini della coscienza con un’installazione che allude e altera il desiderio. Sto parlando dell’attuale personale To Disturb Somnolent Birds al Modern Institute di Glasgow. Puoi parlarcene?

Lo stato ipnagogico è un lasso di tempo, per alcune persone più o meno esteso, che fa parte della nostra routine quotidiana, agendo tra veglia e il sonno. Avviene uno scollamento tra la mente il corpo generando sulla nostra psiche uno stato di coscienza alterata, in cui le nostre paure e ansie fuoriescono senza un filtro razionale. In questo momento vulnerabile percepiamo delle vivide allucinazioni, che scambiamo per reali. Questo tipo di visioni vengono particolarmente stimolate dalla ninna nanna, attraverso il suo canto ripetitivo e ipnotico. La ninna nanna è uno spazio fondamentale per il processo di inculturazione attraverso l’interazione del suono e della psicologia con la sua funzione ipnogea, in forte relazione con il contesto socio culturale in cui viene prodotta.
Il titolo To Disturb Somnolent Birds proviene da una lezione (las nanas infantiles) tenuta da Francisco Garcia Lorca a Madrid nel 1928. In quella sede Lorca analizza gli aspetti storici e socio culturali delle ninna nanne in Spagna.
Ho tentato di stimolare questo stato di coscienza alterato attraverso una installazione immersiva che abolisse la divisione binaria del giorno e della notte. La dimensione di loop si connette all’incessante produzione dettata dall’industrializzazione delle nostre vite, causa di una massiccia presenza della tecnologia che sostituisce il nostro spazio introspettivo. Le sculture hanno al loro interno delle strisce LED che cambiano lentamente colore, programmate da un apposita App normalmente utilizzata per il controllo degli apparati elettronici dello spazio domestico. La musica per la ninna nanna è stata prodotta dal compositore Alessio Dutto e la voce è di Andrea Silvia Giordano. L’installazione audio e sonora, con la sua atmosfera allucinatoria, diventa la relazione stessa in cui il fruitore è invitato a riflettere sul legame con la propria sfera interiore ed esteriore.

Quanto il suono è una parte fondamentale nei tuoi lavori?

Sicuramente la ricerca sul suono è stata fondamentale per sviluppare gli ultimi progetti, e per approfondire il mio interesse sull’espansione del corpo nel tentativo di un superamento della fisicità.

Se la conversazione può essere vista anche come una partita, spero sia stata ben disputata.

Lo spero anch’io! Magari la prossima volta giochiamo a tennis.

Ottima proposta; da adolescente sono stata una campionessa.

A cura di Camilla Boemio


www.giordanomarco.com

Instagram: marcgiorda


Caption

My Mouth in your Mind, 2020 – Shells, water, soap, air pump, container, power supply, metal poder coated stands, soundproo ng foam panels, plexiglass – Courtesy l’artista, ph Roberto Apa.

Sluggish siblings, 2020 – Resin, pigment, left 17.5 x 10.5 x 6.5, right 24 x 17 x 6.5 cm – Courtesy l’artista, ph Patrick Jameson.

I’m Nobody! How are you?, 2019 – Car, megaphone, looped soundtrack , flyers – Courtesy l’artista, ph Malcolm Cochrane.

Marco Giordano, In studio con girasole – Courtesy l’artista



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