HYBRID ARCHIPELAGO » Intervista a Elisa Giardina Papa

Hybrid Archipelago fornisce una mappatura provvisoria, consentendo un confronto tra le diverse pratiche artistiche sviluppate dalle giovani generazioni italiane all’estero. La rubrica cerca di trarre alcune conclusioni che potrebbero essere rilevanti per la scena artistica contemporanea muovendosi nelle riflessioni degli artisti, tra ricerche spesso parallele ai luoghi dove hanno deciso di trasferirsi sviluppando una mappa in divenire nella quale confluiscono i saperi.

Mi confronto in questa occasione con Elisa Giardina Papa, artista italiana la cui ricerca indaga il genere, la sessualità, la cura e il lavoro in relazione al capitalismo neoliberista e ai confini del Sud del mondo. Il suo lavoro è stato esposto e proiettato al MoMA, al Whitney Museum, HMKV, La Biennale Arte di Venezia 2022, Seoul Mediacity Biennale 2018, 16th Quadriennale di Roma, rhizome.org e a Frieze London 2023. Giardina Papa ha conseguito un dottorato in Media and Gender Studies presso l’Università della California, Berkeley, e insegna nel dipartimento di Modern Culture and Media alla Brown University negli Stati Uniti.


Quale è il tuo metodo di lavoro?

Lento nella fase di ricerca, accelerato e caotico nella fase di produzione. Ogni progetto inizia con un archivio, un database o un libro, e si protrae per mesi, a volte anni, prima di diventare un’installazione video, una serie di sculture, opere tessili, disegni o altro. Il video è il linguaggio con cui ho iniziato a fare arte e non l’ho mai abbandonato, gli altri materiali cambiano. È il tema della ricerca a indicarmi la tecnica da utilizzare. Ad esempio, per la videoinstallazione “U Scantu”: A Disorderly Tale (2022), ho dedicato oltre un anno allo studio degli atti processuali delle donne eretiche perseguitate in Sicilia dall’Inquisizione Spagnola nel XVI e XVII secolo. La ricerca su documenti storici si è anche intrecciata con un’indagine teorica sui concetti di “selvatichezza” e “fabulazione critica” che ho sviluppato durante i ritiri accademici “Queer Theory Rewilded”, organizzati da Jack Halberstam, Tavia Nyong’o e Damon Young. Il risultato finale è un’installazione composta da un video e una serie di sculture in maiolica, presentata alla Biennale di Venezia nel 2022.
La fase di ricerca è stata lunga e metodica, ma l’opera video che ne è emersa è una favola disordinata. I riferimenti alle vite delle eretiche siciliane sono storicamente rigorosi, ma l’aspetto visivo procede per associazioni libere e utilizza riferimenti a un immaginario mediterraneo contemporaneo. La struttura narrativa è sostenuta da una poesia di Megan Fernandez, amica e poetessa di New York, creata in risposta alla mia ricerca archivistica.

Cosa vuol dire realizzare arte alla University of California Berkeley? 

Significa cercare compromessi provvisori tra i tempi e i metodi degli studi teorici e l’urgenza della ricerca artistica. All’Università di California, Berkeley, ho appena finito un dottorato di sei anni in teoria dei media e studi di genere. Il dottorato era teorico, non practice-based. Ha cambiato il mio modo di pensare, ma anche la mia pratica artistica; ne ha rallentato il ritmo e reso più riflessiva la fase di preproduzione. Poi, in una certa fase del processo creativo, arriva sempre il momento in cui abbandono i libri e prendo in mano matite, trapani e martelli.

Siamo a uno snodo importante del linguaggio d’arte; quanto i nuovi media stanno cambiando le regole nel realizzare arte?

Le regole dell’arte non vengono necessariamente modificate dai nuovi media, così come l’attuale distribuzione iniqua di risorse e opportunità non è automaticamente cambiata dalle connessioni mobili, capacità di calcolo o intelligenza artificiale. La retorica che collega implicitamente il progresso tecnologico con il progresso sociale, politico, economico e artistico è insidiosa. Un’opera d’arte digitale certificata tramite NFT e blockchain può anche essere canonica o politicamente reazionaria, anche se inserita in un mercato emergente. Il dibattito nel campo degli studi e della critica dei nuovi media si ritrova spesso intrappolato nel circolo vizioso della “novità del nuovo”.

La ricerca sui nuovi media che seguo con più attenzione si concentra sulla considerazione che l’analisi delle attuali tecnologie non riguarda solo il futuro, ma anche il passato, spesso un passato problematico. Wendy Chun, ad esempio, esamina l’omofilia (l’amore del simile/dell’uguale) come assioma fondamentale delle scienze delle reti digitali, collegando i social media alla storia della segregazione residenziale negli Stati Uniti. Kalindi Vora e Neda Atanasoski utilizzano il concetto di “umanità surrogata” per contestualizzare l’automazione all’interno di una più ampia storia del lavoro non libero e invisibile. Jenny Rhee evidenzia la persistenza di immaginari robotici legati a differenze di genere e razza nelle tecnologie attuali.

Quali sono i rischi dell’uso dell’intelligenza artificiale? Qual è la tua critica? 

Il primo rischio è l’attribuzione del termine “intelligenza”. A oggi l’intelligenza artificiale è poco più di un calcolo statistico potenziato, solo parzialmente automatizzato, che riduce il mondo e ogni aspetto della nostra esistenza, comprese relazioni ed emozioni, in simboli razionali, discreti e computabili. Inoltre, l’IA è una ragione disincarnata, priva di un corpo e, di conseguenza, priva delle contingenze fisiche, storiche, geografiche e culturali di un corpo specifico. 

Prendi ad esempio i generatori di immagini IA; Midjourney o Craiyon possono creare un’immagine nello stile di Guernica di Picasso o Taglio col coltello da cucina Dada attraverso la prima era germanica dalla cultura del ventre pieno di birra della Repubblica di Weimar di Hannah Höch. Però, un’immagine digitale in stile Guernica cosa racconta della reazione di un artista al bombardamento terroristico franchista, nazista e fascista di un paese basco durante la guerra di Spagna? Oppure, la creazione di un collage digitale in stile Dada cosa ci comunica sulla visione anti-arte di una delle poche artiste femminili coinvolte in un movimento d’avanguardia sorto in reazione alla prima guerra mondiale?

Vorrei addentrarmi ulteriormente su questo ‘nervo scoperto’ chiedendoti quali siano i metodi e le teorie psicologiche alla base dell’informatica affettiva nel contesto di uno dei tuoi recenti progetti, che esplora il lavoro di produzione e la pulizia di set di dati dalle espressioni umane.

Il lavoro a cui ti riferisci è Cleaning Emotional Data (2020), un’installazione video a tre canali attualmente in mostra presso il Gropius Bau di Berlino, che esplora le nuove forme di lavoro precario emerse nelle economie dell’intelligenza artificiale. L’opera si concentra sull’infrastruttura globale dei microlavoratori che “puliscono” i dati per addestrare algoritmi di riconoscimento delle emozioni.

Durante il 2019, mentre vivevo a Palermo, ho lavorato in remoto per diverse aziende nordamericane classificate come “human-in-the-loop”. Queste aziende forniscono dataset “puliti” – ovvero dati categorizzati ed etichettati manualmente da lavoratori precari- utilizzati per addestrare algoritmi di intelligenza artificiale nell’identificare emozioni. Le micro-task che ho svolto includono la classificazione delle emozioni umane, l’annotazione delle microespressioni facciali e la registrazione della mia immagine per animare personaggi tridimensionali.

Cleaning Emotional Data documenta questi micro-lavori, tracciando contemporaneamente una storia delle emozioni che mette in discussione i metodi e le teorie psicologiche sottostanti la mappatura delle espressioni facciali. Per comprendere come l’IA interpreti le emozioni, è infatti necessario fare un salto indietro al XIX secolo, all’hôpital de la Pitié-Salpêtrière di Parigi, alle teorie pseudoscientifiche della fisiognomica e dell’eugenetica, insieme al cosiddetto sorriso di Duchenne: un sorriso che coinvolge i muscoli intorno agli occhi e può quindi essere “scientificamente” dimostrato come autentico. In altre parole, dobbiamo tornare al mito dell’universalità, della trasparenza e della verità associato alle emozioni, considerate universali e naturalmente date. Anche se queste teorie sono state chiaramente disconosciute dalla comunità scientifica, riemergono negli algoritmi proposti dall’industria dell’IA per il riconoscimento delle emozioni umane. Questo è uno dei tanti casi in cui è fondamentale guardare al passato per comprendere le tecnologie di oggi. È altrettanto essenziale non farsi distrarre dalla retorica del nuovo.

Siamo ancora afflitte dal patriarcato?

Le opportunità di vita, desiderio e lavoro rimangono differenziate e dipendono da gerarchie storiche legate al genere, ma anche all’origine geografica, alla cittadinanza, all’etnia, alla razza e alla classe sociale. Tutti questi fattori si accumulano e si intrecciano, generando ancora oggi iniquità. Quindi, sí, fuck patriarchy, ma anche tutto il resto.

Qual è l’importanza delle comunità Web3 e perché questa comunità svolge un ruolo chiave?

Non sono un’esperta di Web3, blockchains e criptovalute, ma sembra che nel dibattito attuale manchi la questione dei beni comuni e si dia per scontato che l’iper-finanziarizzazione dell’individuo sia socialmente e politicamente desiderabile. Con il Web1, negli anni Novanta e Duemila, credevamo nell’economia della condivisione. Chiunque poteva creare un sito web utilizzando protocolli aperti, contribuendo alla creazione e all’espansione delle reti, oltre a partecipare alla costruzione di enciclopedie libere e distribuite come Wikipedia e altre iniziative simili. Con il Web2, le piattaforme sociali ci hanno poi convinto a produrre contenuti per società private come Facebook, Instagram e altre simili. Questo ha portato a un’oscena accumulazione di ricchezza per pochi giganti autocratici dell’industria tecnologica, sfruttando le nostre qualità socio-affettive. Ora, i sostenitori del Web3 sembrano voler risolvere questo problema proponendo una rete decentralizzata e una remunerazione individuale per il valore creato dalle interazioni sociali e le forme di espressione. L’idea di una redistribuzione individuale del valore prodotto socialmente non mi convince. Dovremmo prima chiederci se sia etico monetizzare le capacità socio-affettive degli utenti. Poi, dovremmo anche chiederci se la redistribuzione di questo valore debba avvenire nel rispetto dell’individuo o dei beni comuni; l’utente singolo o la società nel suo complesso? L’amicizia, il pensiero, la conoscenza e le relazioni sociali sono beni collettivi e immateriali, non prodotti in vendita. Se contestualizziamo il dibattito del Web3 in relazione al mondo dell’arte, la questione diventa ancora più interessante: l’arte è un bene comune o un prodotto?

A cura di Camilla Boemio


Instagram: elisagiardinapapa